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Solo uno come Claudio Simonetti poteva passare da ‘Profondo rosso’ al ‘Gioca jouer’

Il primo lavoro per Dario Argento a 22 anni, il titolo ‘Profondo rosso’ ispirato ai Deep Purple, in Giappone con la Carrà, il periodo disco, i metallari che ballano su ‘Tenebre’: i ricordi di una vita tra horror e pop

Foto per gentile concessione di Claudio Simonetti

È il re dell’horror prog e con i Goblin ha segnato la grande stagione del cinema del mistero italiano. Ma Claudio Simonetti non è solo quello di Profondo Rosso o Suspiria. Figlio di Enrico Simonetti (pianista, compositore, attore, umorista, direttore d’orchestra) e tastierista di alta scuola, parte con i proggers Oliver (in seguito Cherry Five) per poi collaborare con Dario Argento e altri maestri del brivido. Non contento, si dà alla dance con gli Easy Going, finendo col centrare due mega-hit totalmente contrapposte: Profondo Rosso e Gioca jouer. Poi tante altre colonne sonore, partecipazioni in tv e da una ventina d’anni la voglia di tornare al rock con i Claudio Simonetti’s Goblin, con i quali gira il mondo. Lo troviamo proprio alla vigilia di un lungo tour americano e ne approfittiamo per farci raccontare un po’ di storie della sua lunga e variegata carriera.

Negli Stati Uniti portate un concerto antologico o suonate una colonna sonora in particolare?
Nella prima parte facciamo Demoni mentre proiettano il film, nella seconda tutti i pezzi famosi. Sono circa tre ore ogni volta.

Sei lo Springsteen della horror music.
(Ride) Beh, il materiale c’è, la voglia pure, quindi perché lesinare? Poi i fan americani sono legatissimi alle nostre colonne sonore, rimango sempre meravigliato perché mi ritrovo davanti a un pubblico intergenerazionale, giovani e meno giovani insieme. Suoniamo spessissimo negli Stati Uniti e in Giappone, sempre con grandi soddisfazioni.

Com’è che nasci in Brasile?
Mio padre era là per via di una tournée teatrale con Adolfo Celi e Luciano Salce. L’Italia del dopoguerra era un disastro, dopo il tour rimase lì insieme a Salce.

Come se la cavava in Brasile?
Alla grande, dopo poco tempo era già famosissimo, aveva uno show tutto suo che si chiamava Simonetti Show, con una grandissima orchestra. Quando è tornato in Italia non ha fatto altro che riportare quello che già faceva in Brasile. Ecco perché sono nato da quelle parti, ci ho vissuto fino agli 11 anni.

Immagino che crescere con un personaggio come Enrico Simonetti abbia agevolato il tuo amore per la musica.
Eh sì, l’ho respirata sin da bambino, sono nato e cresciuto nella musica. Spesso mio padre mi portava con sé e ho avuto modo di di vedere com’è questo lavoro fin dall’inizio.

E hai scelto il suo stesso strumento, il pianoforte.
Mio padre mi aveva fatto studiare pianoforte a 8 anni, poi però quando siamo tornati in Italia è scoppiata la moda dei Beatles, dei Rolling Stones, del rock. Mi sono messo a suonare la chitarra, visto che a quell’epoca i tastieristi non erano ancora figure importanti nei gruppi. Ho suonato un po’ la chitarra, un po’ la batteria, insomma mi divertivo con i complessini vari, avevo 13-14 anni. Mi sono riavvicinato al pianoforte e alle tastiere dopo avere ascoltato un pezzo incredibile come A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum. Quell’organo era una meraviglia. Mi sono rimesso a studiare, mi sono iscritto al conservatorio, pianoforte e composizione.

Col padre Enrico Simonetti nel 1966. Foto per gentile concessione di Claudio Simonetti

Come hai vissuto la nascita del prog?
Una rivoluzione, anche se allora non si chiamava così: prog è un termine che è venuto dopo, negli anni ’80, prima si chiamava musica pop. Era pop, nel senso di popolare. Infatti tutti i festival che c’erano, tipo quelli di Caracalla o di Villa Pamphilj, erano festival pop. Quella di Sanremo invece era musica leggera. Si dava al termine pop un senso nobile, i Led Zeppelin erano pop, anche i Deep Purple.

Da tastierista sarai rimasto stregato dalle nuove tecnologie come il Moog e il Mellotron, immagino.
Il Mellotron originale ce l’ho ancora, un Mellotron 400 che comprai da Facchinetti dei Pooh, purtroppo tutto rovinato perché i nastri si sono deteriorati. Poi presi anche il Minimoog che costava un patrimonio, feci così tante cambiali che ancora le sto pagando (ride). Una delle mie parti preferite di Mellotron è quella di Watcher of the Skies dei Genesis che qualche anno fa ho avuto l’onore di suonare a Roma insieme a Steve Hackett, non puoi immaginare l’emozione. Lo stesso Hackett poi ha suonato con noi Profondo Rosso.

Mi racconti la storia dei Cherry Five, o degli Oliver, come si chiamavano all’inizio?
Gli Oliver sono nati durante il mio periodo a militare, ero amico di Massimo Morante e facevamo dei provini in cantina per i quali avevamo coinvolto Fabio Pignatelli al basso e Carlo Bordini alla batteria. Finito il militare, a un certo punto abbiamo scovato l’indirizzo di Eddy Offord, uno dei più grandi tecnici del suono, quello che faceva i dischi di ELP e degli Yes. Così abbiamo preso e da totali incoscienti siamo andati a Londra per sottoporgli i nostri pezzi. La cosa pazzesca è che lui ci ha accolti a casa sua e ha ascoltato il materiale dicendoci che c’erano cose interessanti, di continuare a lavorarci. A quel punto ci siamo trasferiti a Londra per quasi un anno.

Com’era all’epoca per un gruppo italiano vivere a Londra?
Per nulla facile, anzi proprio dura. Abbiamo preso un cantante americano che viveva lì e fatto anche qualche concerto, ma non siamo riusciti a smuovere le acque. Pensa che questo cantante era fratello del direttore di un teatro che apparteneva a Keith Emerson, quindi andavamo a fare le prove lì, addirittura ci dormivamo in mezzo a un sacco di paracaduti che non so perché fossero lì. Ogni tanto passava Emerson con la sua motocicletta. Purtroppo a un certo punto Eddy Offord dovette partire in tour con gli Yes e non si fece più vivo, a quel punto tornammo in Italia.

Tuo padre come vedeva le tue scorribande rock?
Era contentissimo, mi ha sempre appoggiato, quando gli avevo detto che volevo fare il musicista, lui mi ha detto «Sì, fallo, però vai a studiare al conservatorio, fai le cose per bene». Per fortuna gli ho dato retta. È stato mio padre che quando siamo tornati in Italia ci ha dato una mano per farci firmare un contratto con la Cinevox, perché lui era un artista dell’etichetta e con loro faceva le colonne sonore. Lì c’era Carlo Bixio che era il più grosso editore italiano di musica da film. Così abbiamo cominciato a registrare l’album degli Oliver in uno studio a Roma e da lì arrivammo a fare Profondo Rosso.

Come successe?
Bixio aveva fatto tutti i film di Dario Argento come editore e Dario in quel periodo aveva finito di girare Profondo Rosso, con la colonna sonora curata da Giorgio Gaslini, con cui aveva lavorato ne Le cinque giornate. Dario però non era del tutto convinto, voleva musica più moderna, infatti era girata voce che avrebbe coinvolto addirittura gli ELP o i Pink Floyd. Carlo Bixio però gli aveva detto che sarebbe costato troppo e quindi non se ne fece nulla. L’idea di chiamare gruppi esteri era già venuta fuori all’epoca di Quattro mosche di velluto grigio, per quello Dario voleva i Deep Purple che amava molto. Gli piacevano così tanto che il loro nome gli ha dato il suggerimento per fare Deep Red, Profondo Rosso.

Questa non la sapevo, pazzesca.
Comunque, una volta capito che non si potevano permettere certi nomi, Bixio ha detto a Dario: «Vieni a sentire questi ragazzi che sto producendo, se ti piacciono li possiamo coinvolgere nella colonna sonora». È venuto in studio da noi che eravamo emozionatissimi, capirai, il più vecchio ero io e avevo 22 anni.

Proprio dei ragazzini.
Per fortuna a lui e a Daria Nicolodi siamo piaciuti molto e ha acconsentito a farci registrare le musiche di Gaslini a modo nostro. A metà colonna sonora però il compositore ha litigato con Dario e se ne è andato. Dario è venuto in studio e ci ha spiegato che Gaslini non c’era più: «Dovete finire voi». Una bella sfida, contando che mancavano i temi principali, Gaslini aveva fatto solo la roba secondaria, anche se il famoso canto della bambina è suo.

Una bella responsabilità.
Capirai, era il primo lavoro serio della nostra vita. Una sera siamo andati da Dario che abitava a Roma in zona Prati, aveva cambiato casa da poco e non non aveva ancora la corrente. A lume di candela ci ha parlato del film e delle atmosfere che avrebbe voluto nelle musiche. Noi siamo usciti da lì, siamo andati in sala prove e quella notte abbiamo composto il tema di Profondo Rosso.

Che quindi sarebbe dovuto uscire a nome Oliver?
Esatto, solo che a quel punto Bixio voleva diversificare: da una parte saremo rimasti Oliver e avremo finito il disco, dall’altra ci saremo occupati delle musiche da film con un nuovo nome, Goblin, scelto dalla casa discografica. Io non so chi sia stato ad avere l’idea, ma vorrei ringraziarlo perché è stata una scelta meravigliosa. Peccato che si misero in testa di cambiare anche il nome agli Oliver e chiamarci Cherry Five, che sembra un gruppo di ballerine americane (ride).

Il disco dei Cherry Five ha raggiunto quotazioni da capogiro.
Certo, ne stamparono solo 500 copie, ecco perché è introvabile in versione originale. Tra i vinili è uno di quelli più costosi al mondo, è arrivato a 7-8000 euro.

Evidentemente la Cinevox aveva deciso di puntare tutto sui Goblin.
È comprensibile, nel frattempo Profondo Rosso stava cominciando ad avere successo. Ma chi se la sarebbe mai aspettata una cosa del genere? Se mi avessero detto che la colonna sonora avrebbe venduto più di quattro milioni di copie e che dopo quasi cinquant’anni ancora saremo stati qui a parlarne e a fare tour nel mondo avrei risposto «ma tu sei matto!». E conta che stiamo parlando di un fenomeno solo italiano, in realtà il film più famoso di Argento nel mondo è Suspiria. In Giappone uscì prima Suspiria ed ebbe un successo strepitoso, tanto che quando fecero uscire Profondo Rosso lo chiamarono Suspiria Parte Seconda, da quelle parti si chiama ancora così.

Mi racconti come è nato il tema principale di Profondo Rosso? Quel riff clamoroso di tastiere…
Un po’ da tutti quanti, è stato un lavoro d’équipe, ognuno del gruppo ci ha messo del suo, con i Goblin abbiamo sempre lavorato così.

È un Minimoog a suonare il riff?
Non solo, è formato da una chitarra acustica, da un clavicembalo o una spinetta, non ricordo, e dal Minimoog. E poi c’è il basso, Pignatelli ha fatto quel riff storico, bellissimo.

E l’organo da chiesa.
Quello è stato un caso perché lo studio dove registravamo, che allora si chiamava Ortophonic, stava sotto la Basilica di Piazza Euclide dove c’è un organo con 15 mila canne, una cosa pazzesca. Dovevo suonarlo per forza.

Chiaramente avrete fatto una base tutti insieme, senza click.
I click non esistevano! Mica c’erano i campionatori, non c’era niente. Abbiamo fatto il riff dell’arpeggio di Profondo Rosso registrando quattro battute, tutto il giro completo, su un registratore a due piste e poi abbiamo fatto un anello di nastro che andava in loop. Il nastro girava e noi ci suonavamo sopra registrando sul 24 piste. Lavorare in studio era molto creativo, anche se poi Profondo Rosso l’abbiamo registrato in una settimana.

Immagino quanto tu ne sia fiero.
Sì, anche se credo che il migliore dei nostri lavori sia Suspiria. Profondo Rosso era ancora legato al prog, mentre Suspiria ha creato veramente il genere Goblin.

Hai ricordi di quelle session?
Ho un rimpianto: non avere mai avuto con me una macchina fotografica per immortalare certi momenti. Oggi col telefonino fotografi qualsiasi cosa, ma allora se non avevi una macchina con te era impossibile. Io ho lavorato con centinaia di artisti famosissimi e non ho nessuna foto con loro. Quando facevo un Buon compleanno tv in Rai con Pippo Baudo venivano Duran Duran, Spandau Ballet, artisti da tutto il mondo, e io non mi sono mai fatto una foto. Ho lavorato anche tanto con la Carrà e mai una foto insieme.

Con la Carrà?
Sono stato addirittura in Giappone con Raffaella e in albergo la mia vicina di stanza era Donna Summer. Allora ero molto amico di Gianni Boncompagni, che è stato addirittura il mio testimone di nozze, e lavoravo sempre nel suo studio. Raffaella registrava lì e molte volte Gianni mi chiamava e diceva «Guarda, Raffaella stasera deve cantare, vieni qua a seguirla». Alla fine ho suonato pure il basso su un suo disco.

Questa è nuova, suoni il basso?
Eccome, non l’ho mai studiato ma è uno strumento che adoro. Ho pure dei bei bassi: un Rickenbaker e un Music Man del ’78. Mi è sempre piaciuto, è un bellissimo strumento e spesso l’ho suonato nelle mie produzioni dance, lì è fondamentale.

Torniamo alla Carrà.
Un giorno la invitano al Tokyo Music Festival e Gianni mi invita a dirigere l’orchestra, così siamo andati. Lei era una stakanovista, un caporale di giornata, sempre ultra attiva.

Nonostante i successi come autori di soundtrack horror un certo punto i Goblin cercano di dire la loro con dischi “autonomi” come Roller o Il fantastico viaggio del bagarozzo Mark.
Abbiamo cercato di fare qualcosa di diverso ma eravamo comunque inesorabilmente legati alla musica da film, la gente ormai ci vedeva così. Poi siamo andati anche oltre l’horror, abbiamo fatto pellicole tipo Squadra antigangsters, La via della droga, Amo non amo… A quel punto secondo me ci siamo un po’ snaturati, non c’era più una cosa che ci connotava, ogni film andava bene. Poi nel ’78 la musica prog era finita, era arrivata La febbre del sabato sera

Una febbre che mi sembra ti abbia contagiato ben bene.
A quel punto è venuto fuori il mio spirito brasiliano (ride).

Come sei passato dai Goblin agli Easy Going?
Nel 1978 i Goblin si erano appena separati e io conobbi il produttore Giancarlo Meo. Andavamo sempre in questa discoteca, l’Easy Going, dove c’era Paolo Micioni che faceva il dj. Quindi con lui e Giancarlo un giorno ci siamo detti: perché non proviamo a fare la dance? Era un genere che in Italia a quell’epoca facevano in pochi, c’erano Malavasi, i fratelli La Bionda, Moroder che era italiano ma viveva in Germania. Così è uscito fuori questo primo disco, Easy Going, che è stato da subito un grande successo. In seguito abbiamo fatto Vivian Vee che addirittura è entrata nelle top chart americane con Give Me a Break, per arrivare all’altra mia grande hit dopo Profondo Rosso: Gioca jouer.

Uno che in pochi anni sbanca le classifiche con due pezzi agli antipodi come quelli non può che essere un genio.
(Ride) Sono le mie due hit in contrapposizione. Mi diverto, non mi piace fare cento volte le stesse cose.

Ma come è nata?
È nata perché ero andato a fare Discoring con una nostra produzione e il presentatore era Claudio Cecchetto. Ci siamo frequentati per un certo periodo e lui un giorno mi ha detto: «Sai, mi piacerebbe fare un disco dove io do dei comandi», non so come gli fosse venuta in mente questa cosa. Io ho detto «Beh, proviamo a farlo, perché no?». Sono andato a casa e ho pensato «Cos’è che fa ballare la gente? La tarantella!». Così mi è venuto in mente il tema “ta-ta-ta-ta-ta-tatatta”. Siamo andati in studio e lui ha registrato la voce con i comandi. Beh, abbiamo fatto il botto e oggi c’è gente più anziana che mi conosce per Profondo Rosso e altra un po’ più giovane per il Gioca jouer.

Facendo un piccolo passo indietro, posso chiederti come mai i Goblin si sciolsero nel ’78?
Anzitutto perché non andavamo d’accordo. Poi quello fu un anno molto brutto perché morirono sia mio padre che il padre di Massimo Morante. Eravamo in crisi e, come ti dicevo prima, come gruppo musicalmente facevamo un po’ di tutto, ma avevamo perso le nostre caratteristiche iniziali. In più in quel momento sembrava che per il rock non ci fosse più spazio. Quindi a un certo punto dicemmo basta. Per me da quel momento è iniziato un periodo molto creativo, molto bello.

Così come il prog italiano è venerato all’estero stessa cosa accade con la Italo disco, e tu hai affrontato entrambi i generi.
All’epoca non c’erano computer, dovevamo usare le orchestre, i cantanti veri. Non c’era Auto-Tune, non c’era niente, ciò che si creava doveva avere forza, essere perfetto, bisognava sapere comporre, arrangiare, cantare e suonare. Ma era bello. Dovessi rimpiangere un frangente della mia vita rimpiangerei gli anni ’80, in quel periodo mi sono veramente divertito.

In tutto questi Goblin originari si sono riuniti solo per Non ho sonno, o sbaglio?
Sì, tutti e quattro siamo tornati solo per quel film, poi ognuno ha fatto la sua versione dei Goblin.

Foto: Jeremy Saffer

Quando ti è tornata voglia di rock?
Agli inizi del 2000 ho messo su il mio gruppo Demonia, che poi sono diventati Claudio Simonetti’s Goblin. Questo dopo avere fatto un sacco di televisione, facevo anche i programmi con Magalli, ma la mia passione rimaneva quella di suonare rock, che è la cosa più bella. Con la band che oggi è formata, oltre che da me, da Cecilia Nappo al basso, Federico Maragoni alla batteria e Daniele Amador alla chitarra, mi sono trovato più volte a suonare in festival metal, con gruppi veramente estremi, ma è stato uno spasso. Quando facevamo Tenebre i metallari ballavano, non ho mai visto una cosa del genere.

Tanti gruppi di quella scena adorano i Goblin.
Certo, come gli Opeth che hanno addirittura chiamato un loro pezzo Goblin.

Tornerai a lavorare con Dario Argento?
Non lo so, l’ultimo film lo ha fatto con un altro musicista, uno che lavorava con Asia. Vedremo cosa ci riserva il futuro, Dario ha festeggiato da poco gli 83 anni e come si dice in questi casi, lunga vita al re!

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