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Sofi Tukker, i cosmopoliti della dance

Un incontro nato quasi per caso tra una musicista bossa nova e un DJ ex-promessa dell'NBA: stasera suona a ‘X Factor’ una band che ha conquistato le classifiche degli ultimi anni, partiti dall'Italia tra house, poesia brasiliana e un messaggio diretto anche a Trump

Sofi Tukker. Foto di Toma Kostygina

Lei, tedesca, occhi di ghiaccio, una bellezza spiazzante malcelata dietro un sorriso timido e una passione per la cultura e la poesia brasiliana che coltiva sin da bambina. Lui, 100% americano, tatuatissimo e altissimo, ex-promessa dell’NBA fermata da un grave infortunio. Un incontro nato quasi per caso che ha cambiato per sempre le loro vite, trasformando due personalità tra loro opposte nella band macina hit che ha conquistato le radio negli ultimi anni. Il loro primo singolo, Drinkee, miscelava la cassa in 4 della house con i versi del poeta brasiliano Chacal: un connubio decisamente inusuale che ha trainato i dancefloor di tutto il mondo in un battito di ciglia, lanciando Sophie Hawley-Weld e Tucker Halpern tra festival e palchi giganteschi, sempre accompagnati dall’albero-cotroller midi che si portano in tour, uniti sotto il nome di Sofi Tukker.

Stasera saranno ospiti durante il live di X Factor e noi abbiamo colto l’occasione per fargli qualche domanda, tra scherzi del destino, l’Italia come punto di partenza e la loro musica che può diventare un messaggio per i ‘tempi bui’ in cui stiamo vivendo.

Foto di Shervin Lainez

Raccontateci il vostro primo incontro
Tucker: Frequentavamo la Brown University, eravamo entrambi al senior year ma per motivi totalmente diversi: io giocavo a basket nel team dell’università, lei era una studentessa. Ci siamo incontrati in una galleria d’arte, lei doveva fare una performance acustica – suonava musica portoghese, jazz e bossanova – e io ero il dj che avrebbe messo house music dopo il suo concerto. La vidi suonare e ne rimasi subito affascinato, ma credevo che quel tipo di sonorità sarebbero state perfette se mescolate con la dance per cui le chiesi se potessi remixare le sue canzoni. Da quel momento abbiamo iniziato a lavorare insieme.

Poi hai lasciato il basket per un infortunio
Tucker: Si ho dovuto smettere di giocare. Sono rimasto a letto per circa sette, otto mesi: è in quel periodo che ho imparato a produrre musica da autodidatta usando il mio computer, guardavo ore e ore di tutorial su YouTube. Divenne un’ossessione e quando tornai all’università iniziai a concentrare tutto il mio tempo sulla musica. Fu per questo motivo che iniziai a fare il DJ. Poi ho incontrato Sophie.

Per cui la vostra band nasce come una specie di sliding door: forse se tu non avessi mai smesso di giocare a basket non sarebbero nati i Sofi Tukker.
Tucker: Ci ho pensato tantissime volte. È strano da dire, ma sono grato per quell’infortunio. Fu un periodo davvero tosto, fisicamente devastante, tuttavia mi ha reso ciò che sono oggi. Se non ci fossero stati quei mesi non avrei mai avuto il tempo di imparare la produzione musicale – e di tempo ne serve davvero tantissimo anche solo per apprendere i fondamentali. Probabilmente non avrei neanche mai iniziato, nessuno decide volontariamente di ‘interrompere’ la propria vita così a lungo per dedicarsi a qualcosa di totalmente opposto da quello che stava facendo. Devo dire a questo punto che sono molto contento di essermi infortunato

Sophie: sono contenta anche io (ride)

Foto di Shervin Lainez

Sophie, tu hai iniziato suonando bossa nova. Da dove nasce questa passione per quella musica?
Sophie: Ero ossessionata con quei suoni, ho imparato il portoghese appositamente per riuscire a cantare quelle canzoni. Mi sono trasferita in Brasile e lì imparai a suonare la chitarra nello stile bossa nova e a migliorare il mio portoghese. Quando iniziai l’università sentivo la mancanza di quei luoghi, per cui credo di aver cercato di riportare il Brasile nella mia vita attraverso la musica.

I testi delle vostre canzoni sono spesso ispirate dalla poesia, non è un fattore molto comune nella musica dance.
Sophie: L’idea nacque in maniera molto spontanea, sono sempre stata una grande appassionata di poesia così come Tuck lo è della dance, per questo decidemmo di miscelare i versi con la house.

Tucker: È abbastanza divertente perché Sofi non conosceva la dance, praticamente non ci aveva mai avuto a che fare prima di incontrarmi. All’inizio è stato quasi buffo vederla alle prese con un genere musicale che non aveva nulla a che fare con ciò che aveva sempre ascoltato.

E poi il primo singolo, Drinkee, divenuto immediatamente una hit mondiale
Sophie: Non mi sentirei di definirlo un ‘successo immediato’, in realtà ha avuto una gestazione molto lunga. Pensa che lo presentammo proprio in Italia. Fu davvero emozionante suonarlo per la prima volta a Roma davanti a così tante persone.

Tucker: Era la festa di compleanno di Radio Deejay, al PalaLottomatica, se non sbaglio in quella occasione suonò anche Fedez… Non sapevamo realmente cosa fare, eravamo su questo palco immenso a 360 gradi, siamo andati in scena dicendo “facciamolo e basta”. Credo che per tutto il tempo siamo rimasti sotto shock, guardandoci come “cosa sta succedendo?”. Non conoscevamo la pop culture italiana, non sapevamo chi fossero gli altri artisti che suonavano in quell’occasione – ora ne rivedo qui alcuni sulle copertine di Rolling Stone – fu incredibile.

Come mai la decisione di esordire proprio in Italia?
Sophie: Avevamo una label molto particolare, si erano appassionati moltissimo a Drinkee e volevano spingerla il più possibile. Eravamo indipendenti e semplicemente avevamo caricato il brano su SoundCloud, avere un’etichetta alle nostre spalle che credesse così tanto nel progetto per noi fu una sorta di ‘esperimento’.

Tucker: Suonare davanti a un audience che non parlava il portoghese – e praticamente tutti i nostri brani erano in quella lingua – fu molto di più che un ‘esperimento’: vedere come il pubblico reagiva davanti a canzoni di cui non capiva il testo, come si connetteva alla nostra musica, fu davvero molto importante per noi. Per questa ragione l’Italia ha un ruolo fondamentale nella nostra carriera, da ciò che successe durante il nostro primo concerto a Roma impostammo tutte le nostre performance successive. Inoltre che le radio italiane iniziassero a passare la nostra musica fu un lascia passare anche per le emittenti degli altri paesi. L’Italia rappresenta il primo tassello del domino per la nostra storia.

Beh di recente avete collaborato con uno fra i producer italiani più famosi nel mondo, Benny Benassi
Tucker: È una delle persone più gentili che abbia mai conosciuto. L’abbiamo conosciuto attraverso amici comuni, tra festival o club. È una persona molto inclusiva, con un enorme sorriso stampato in faccia. Ovviamente noi sapevamo già chi fosse – chi non conosce Satisfaction? – ma ci ha stupito trovare un’artista cosi disponibile. Gli facemmo sentire una nostra canzone e la collaborazione nacque in maniera molto spontanea. Amiamo produrre insieme ad artisti con cui siamo amici, ed è esattamente ciò che è successo con Benny.

La vostra musica, inoltre, ha un tratto decisamente cosmopolita: cantante in tantissime lingue, dall’inglese al portoghese passando dal tedesco fino al giapponese.
Sophie: Il mio primo amore è il portoghese, ma ho sempre voluto cantare in più lingue possibili – inglese, francese, tedesco, anche in italiano. Per me è un fattore molto naturale: sono nata in Germania, poi con i miei genitori mi sono trasferita in America, in Canada, in Italia e ho vissuto anche in Brasile come ti dicevo, i miei genitori continuano a spostarsi in giro per il mondo. Per me ha perfettamente senso vivere una vita cosmopolita, perché è l’unico modo di essere che conosco ed è per questa ragione che trasferisco tutto ciò dentro la nostra musica.

Foto di Shervin Lainez

Il fatto che voi cantiate in così tante lingue diverse potrebbe anche rappresentare un simbolo per il mondo in cui viviamo, penso alla chiusura delle frontiere voluta da Trump o a quella dei porti imposta da Salvini. Credete che l’idea di una società aperta che portate avanti con la musica possa ancora parlare alla società?

Sophie: Assolutamente, è un fattore a cui teniamo molto. In particolare perché veniamo dagli Stati Uniti in questo particolare periodo storico: un Paese che parla soltanto di divisioni, di separazioni, che al resto del mondo sta dicendo “tu non sei il benvenuto”. Noi vogliamo alleggerire la pressione ribaltando il messaggio; veniamo dagli Stati Uniti ma con una voce completamente diversa, che racconta di inclusione, che celebra la diversità che accoglie tutti quanti. Cantare in lingue diverse per noi significa anche rendere omaggio a tutte le culture che vivono nel mondo.

Tucker: Ci sono tantissimi artisti che decidono di cantare in inglese perché vogliono che la propria musica si ascoltata anche al di fuori del loro paese, per noi è l’opposto. Con la nostra musica cerchiamo di mandare un messaggio per un mondo senza paraocchi, un mondo che non resti confinato in se stesso.

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