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Siete pronti per gli afrobeats di Epoque?

Nata a Torino da genitori del Congo, mescola suoni di oggi e musiche tradizionali afro. Scrive di relazioni tossiche e datori di lavoro che non pagano. «Nelle canzoni metto la mia afroitalianità»

Epoque

Foto press

Se scrivessimo da un Paese francofono, termini come zouk, afro-trap o afrobeats (al plurale: in questo caso non stiamo parlando di Fela Kuti e derivati) sarebbero già conosciuti e sdoganati da decenni. Da noi, dove l’immigrazione dall’Africa e dai Caraibi è storicamente più recente, sono espressioni che cominciano ad affacciarsi nel panorama musicale solo adesso. Ad esempio grazie ad artisti come Epoque, all’anagrafe Janine Tshela Nzua, cantante e rapper italiana nata a Torino da genitori del Congo. «Si tratta di sottogeneri che mescolano la musica di oggi e la musica tradizionale afro», spiega lei, in collegamento via Zoom. «Quando si parla di afrobeats, ad esempio, si intendono sonorità che pescano molto dalla rumba, dal jazz e da tanti altri generi, ma con le chitarre e le batterie tipiche della musica africana».

È proprio questo il sound prevalente che propone Epoque insieme al suo produttore Di Gek, che non condivide con lei le origini congolesi, ma senz’altro l’amore per la musica nera. Sta cominciando proprio in questi mesi a muovere i suoi primi passi nel mercato discografico: dopo vari singoli autoprodotti, infatti, ha da poco ottenuto un contratto con Virgin Records. «Per me proporre queste sonorità, rendere il sound dell’Africa di oggi appetibile anche a chi non è abituato a questo tipo di musica, è stato uno stimolo in più», sottolinea. «E il fatto di avere la libertà di poterlo fare, senza che qualcuno mi chiedesse di cambiare per venire incontro a un pubblico più ampio, è stata una bellissima soddisfazione».

L’infanzia di Epoque è stata un po’ nomade, racconta: «Avendo parenti sparsi in tutta Europa, quando ero piccola la mia famiglia si è spostata più volte e ho vissuto sia a Parigi che a Bruxelles, prima di tornare definitivamente a Torino». In Francia e in Belgio c’è molta più integrazione tra le culture, dice, e storicamente ci sono anche molti più congolesi, visto che essendo una ex colonia il francese è ancora una lingua molto parlata. Grande appassionata di cinema – prima di intraprendere il suo percorso musicale ha fatto la regista e la fotografa – una volta cresciuta ha iniziato a frequentare il Dams nel capoluogo piemontese, ma «a un certo punto non ero molto soddisfatta, così ho deciso di trasferirmi in Spagna, dove ho lavorato a lungo curando progetti in un teatro. Mi ha aiutato a capire che, anche senza avere gli strumenti, quando vuoi davvero raggiungere un obbiettivo, se ti impegni e hai la giusta forza d’animo ce la puoi fare».

Da questo girovagare le è rimasta la capacità di passare agevolmente da una lingua all’altra quando canta, e dal suo background cinematografico una grande passione per i visual, che non a caso cerca di curare al massimo e in prima persona anche oggi. «Nei video cerco di guardare sempre avanti e proporre soluzioni creative. Anche dal punto di vista del movimento: in quelli congolesi è sempre presente una componente di danza. Per me ballare è un modo di esprimersi, non riuscirei mai a cantare stando ferma. Vorrei trasmettere anche agli spettatori la voglia di muoversi e di divertirsi insieme a me. Anche quando racconto cose serie, su cui bisogna riflettere, vorrei mettere in luce l’aspetto positivo di ogni situazione».

In effetti, gli ultimi due singoli che Epoque ha pubblicato, quelli che l’hanno portata all’attenzione di un pubblico più ampio, sono tutto fuorché leggeri, se si va ad analizzare il significato del testo. Petite, ad esempio, parla di ragazze che sopravvivono a relazioni tossiche e riescono a rialzarsi. «Mi hanno insegnato a guardare il bicchiere mezzo pieno, e cerco di farlo anche io», commenta semplicemente. Boss (Io & te), uscita a fine marzo, è invece una storia romanzata che racconta di una ragazza che resta sola a prendersi cura del fratello minore («Ma non è autobiografica», ci tiene a specificare). «Il ritornello, tradotto, dice “Boss, dammi i miei soldi”, e ha una doppia interpretazione», spiega. «Quella letterale, con la protagonista del brano che vuole dal suo datore di lavoro lo stipendio che le spetta di diritto, e quella metaforica: sono i giovani che parlano alle istituzioni, chiedendo gli strumenti per arrivare a una serenità economica. Ho tanti amici e conoscenti che si sono trovati a subire ingiustizie da parte dei loro capi, e non avendo la possibilità di poter scegliere hanno dovuto sopportare in silenzio: sottopagati, senza contratto, costretti a sacrificare la loro adolescenza».

A livello di sound, Boss (Io & te) è pesantemente influenzata dalle ritmiche zouk, che è una musica nata in Francia dagli immigrati africani e delle Antille. Le chitarre, invece, sono suonate da un musicista ghanese, Joshua. «Le mie influenze sono varie: mi ispiro a tutti i più importanti artisti congolesi con cui sono cresciuta, ma anche a nomi di oggi, come Maître Gims, Dadju, Stromae, Aya Nakamura», racconta. «Ho cercato di mettere anche tutta la mia afroitalianità nelle mie canzoni; ci sono molti altri ragazzi che stanno provando a fare la stessa cosa qui, e spero che ce ne saranno sempre di più». Curiosamente, in effetti, finora le sonorità cosiddette “etniche” (passateci questo termine orribile, è solo per capirci meglio) sono state portate al successo in Italia da artisti di origine italianissima; basti pensare ad esempio al successo di Jambo, la super hit di Takagi e Ketra cantata da Giusy Ferreri, o alle decine di brani dancehall, reggaeton o latin urban firmati da musicisti che non solo non hanno ascendenze giamaicane o latine, ma che addirittura non hanno neanche mai messo piede nei luoghi in cui sono nate le sonorità che li hanno portati al successo.

Un tema spinoso, in effetti, e soprattutto dalle ripercussioni potenzialmente infinite: a ben guardare, quasi nessuno dei generi musicali che abbiamo importato dall’estero – il jazz, il rock’n’roll, il rap – culturalmente ci appartiene. A domanda esplicita sull’argomento, però, Epoque risponde con grande apertura e ottimismo: «Non mi pongo assolutamente il problema dell’appropriazione culturale nella musica», afferma convinta. «Anzi, per me è un arricchimento e ne vado fiera: più ci sono artisti che cercano di fare capire e conoscere queste sonorità, meglio è. È grazie a loro se a me si aprono più porte, e se non sembro un’aliena catapultata qui da un altro pianeta», ride. «Sicuramente, essendo io africana, il modo in cui reinterpreto questi sottogeneri è più tradizionale e ha un impatto diverso. Al di là di questo, però, è bello che esistano tanti altri artisti che si ispirano alla musica che amo».

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