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Sick Luke: «Con la Dark Polo Gang abbiamo fatto la storia»

Dopo la rottura della DPG con Side si sente "un papà", ma al producer romano non pesa, tanto da esportare la trap italiana in America e diventare un ispirazione "per questi pischelli".

Sick Luke, foto press

L’occasione per scambiare due chiacchiere con Sick Luke è il suo Ice Cold Tour, che lo sta portando in giro per tutta Italia con i suoi dj set. Per la prima volta ricopre il ruolo di protagonista assoluto, dopo aver tramato nell’ombra come produttore di Side, della Dark Polo Gang, di Marïna e anche di se stesso, grazie a una recente serie di singoli come Ocean o Lo sai che, in cui ci mette anche la voce.

In netta contrapposizione con il mood di molte delle sue produzioni, Luke è una persona entusiasta e solare, e prima ancora di avere il tempo di accendere/spegnere il registratore parte con un flusso di coscienza travolgente, spiegando perché i suoi dj set sono diversi da quelli di chiunque altro (“Sono l’unico che cerca di fare i dj set come se fossero dei veri e propri concerti, da noi”) e perché le interviste sono sempre un po’ ostiche per lui (“Avendo vissuto molto all’estero l’italiano non è la mia prima lingua, faccio un po’ fatica a trovare le parole, quindi a volte dico cose che poi vengono fraintese”). Insomma, se quest’intervista assomiglia più a una chiacchierata a ruota libera che a una conversazione tra una giornalista e un artista, sappiate che ne siamo consapevoli, e che il bello è proprio quello.

In che senso, i tuoi dj set sono diversi da tutti gli altri?
Metto soprattutto produzioni mie, e l’approccio è molto all’americana: faccio le doppie alle tracce, canto, fomento il pubblico e ci parlo, si crea il mosh pit… Mi sento più artista che dj e basta, non vado in giro a suonare solo per mettere le tracce a tempo. Non uso neppure le cuffie, figurati. Voglio che i miei set assomiglino al concerto di un rapper, a un vero e proprio show. Che valorizzino la mia roba.

A proposito della tua roba, tutti (anche quelli che non amano la trap) ti riconoscono il fatto che hai creato un suono unico e riconoscibile. Come funziona il processo creativo, per te?
Va in base all’artista con cui sto lavorando. Ad esempio al momento sto collaborando con Zoda, che è un ragazzo molto particolare, fissato con argomenti tipo lo spazio e l’oscurità: con lui abbiamo scelto suoni vintage, anni ’80. Con Geolier, un ragazzo giovane e fortissimo di Napoli di cui tutti si accorgeranno, andiamo in una direzione completamente diversa: trap stile francese, autotune, immaginario super street. In generale ho un sacco di bozze e poi le adatto alla persona in studio. È come se creassi la colonna sonora della sua vita.

Immagino che per te fare musica sia un processo molto naturale, visto che hai iniziato praticamente da bambino…
Ho cominciato a tredici anni: sul pc di mio padre (Duke Montana, ex membro del Truce Klan e di molte altre realtà storiche dell’hip hop italiano, ndr) c’era installato Fruity Loops, e dopo un annetto che ci giocavo, visto che vedeva che la musica prendeva bene anche a me, mi comprò una tastierina e un Macbook Pro. A un certo punto mi sono fatto uno studio in un garage alla Garbatella e andavo lì tutti i giorni a fare beat. Fino a un anno prima di conoscere gli altri della Dark Polo Gang, però, per me produrre non era una cosa seria. È la DPG che mi ha cambiato la vita: prima di loro il mio era un suono un po’ a caso – a volte campionavo, a volte risuonavo – mentre con loro ho creato il mio sound distintivo.

L’album della DPG appena uscito, Trap Lovers, è stato realizzato anche con il contributo di Michele Canova Iorfida, il produttore di molti dischi di pop mainstream italiano. L’interazione tra di voi com’è andata?
Ecco, questo ci tengo a dirlo. Quasi tutti i pezzi della Dark Polo Gang, anche quelli che nei crediti sono indicati come produzioni solo di Canova anziché di Sick Luke, sono beat iniziati da me. La maggior parte dei pezzi vengono da provini che avevamo fatto un anno fa, e con “provini” intendo che la base era già completa, ma le voci erano grezze. È stato deciso di portare tutto da Canova per fare un upgrade dei suoni: lui ha gestito il mix e gli arrangiamenti su alcuni pezzi – quindi magari prendeva un pianoforte o una batteria che avevo già suonato io e lo faceva suonare meglio – ma comunque ero sempre io a dare la direzione.

Non è stato un po’ strano, per te, sentire per la prima volta dei beat tuoi rimaneggiati da qualcun altro?
Sì, un po’ sì. Questo è un disco della DPG, ma un po’ diverso. Non in senso negativo, anzi: per me è un passo in avanti, un modo per aprirsi a un pubblico più ampio. Per la strada che vogliono intraprendere loro, che è molto più pop, è anche giusto. Quando mi hanno proposto di lavorare con Canova, mi ha fatto piacere: nel suo ambito è una leggenda, ha fatto delle cose interessanti, quindi perché no.

Come mood e approccio, il lavoro che stai facendo con la Dark Polo Gang sembra quasi all’opposto rispetto a quello che stai facendo con Side, che in apparenza è molto più spontaneo e meno ragionato…
Sì, è vero, anche perché la DPG è più diretta, mentre Side è più sperimentale. Per Trap Lovers stavamo cercando di fare un disco vario, con suoni diversi. Per Medicine, invece, è nato tutto in maniera spontanea: Side è venuto a trovarmi in studio dicendo che aveva un sentimento e dei pensieri che voleva buttare fuori in un pezzo, e che doveva farlo subito, altrimenti non l’avrebbe fatto più. Mi ha cantato la canzone solo su cassa e rullante: quando abbiamo finito di registrare è andato via (come fa sempre!) e io mi sono messo al pianoforte per creargli attorno tutto quel mood malinconico.

A questo punto mi tocca di farti la domanda che ormai ti stanno facendo tutti: dopo una rottura super chiacchierata come quella tra la DPG e Side, com’è continuare a lavorare con entrambe le parti?
Per prima cosa mi dispiace molto che ci sia stata questa separazione: eravamo un gruppo forte, in Italia abbiamo fatto la storia, siamo stati i primi a fare un sacco di cose. Detto questo, voglio bene a tutti loro e voglio continuare a lavorarci, scazzi o non scazzi. Mi tocca di fare un po’ da papà a tutti in questa situazione, ma non è un problema. Con il tempo spero che faranno pace e torneremo a spaccare come prima. Però mi spiace davvero, cazzo.

La Dark Polo Gang ha cambiato le carte in tavola in tutti i sensi, anche perché è tanto amata quanto odiata. E la cosa buffa è che anche chi la detesta con tutto il cuore finisce sempre per specificare “di loro mi fa schifo tutto, TRANNE le produzioni di Sick Luke”… Come ti fa sentire questo?
Penso sia una cazzata, perché nessun rapper italiano sta bene sulle mie basi come la DPG e Side. Non perderei il mio tempo con loro se non pensassi che sono fortissimi. Insieme facciamo delle cose che nessun altro può fare, perché nessuno ci riuscirebbe mai. Mi fa girare le palle quando la gente dice che le mie basi sono sprecate per gli artisti con cui lavoro: se produco gente tipo Dark Polo, Side o Marïna, lo faccio perché noi abbiamo delle idee diverse. Anche quando produco per me stesso e mi metto a cantare, il discorso è lo stesso: non m’interessa se la gente dice che non sono abbastanza bravo o intonato, non mi interessa fare una hit. Lo faccio perché posso sperimentare cose che con altri non farei.

Cose che è anche difficile classificare per generi, nel caso di Marïna.
Eh, infatti. La nostra roba è tipo vaporwave, ma più sognante. Non mi vengono neanche le parole per descriverla. In Italia le ragazze che fanno roba urban sono spuntate solo ultimamente, all’improvviso, come funghi, e sono tutte un po’ burine e coatte: non c’era nessuna che cantava in maniera un po’ particolare.

E l’idea di metterti a cantare in prima persona, invece, da dove arriva?
Ho sempre cantato, in realtà, vedi il mio feat. in Succo di zenzero. All’inizio preferivo farlo in inglese. È stato mio padre a convincermi a provare in italiano: Lo sai che è nata così. Però credo che continuerò a cantare soprattutto in inglese, perché la mia vera lingua è quella – difatti quando parlo in italiano, come adesso, ho un vocabolario un po’ povero… (ride) Anche perché non voglio fare pezzi trap: nelle mie canzoni voglio raccontare una storia che abbia un senso.

Ecco: come ti vedi da qui a dieci anni? Produttore, produttore/cantante, cantante e basta…?
Boh, dieci anni so ‘na cifra, non lo so! Penso che farò avanti e indietro tra Italia e America. Anche lì sto prendendo contatti con altri produttori e rapper, e quando vado mi capita spesso di lavorare con artisti Usa. Ultimamente ero in studio con Charlie Heat, che è uno del team di Kanye West, o con gente del giro di Danny Wolf. Lì è tutto diverso: i producer sono più uniti tra di loro, hanno un’altra mentalità.

Che ne pensano del rap italiano?
Per questa nuova wave impazziscono. Soprattutto per Side. Pyrex, poi, li manda proprio fuori di testa. Ci stava ‘sta pischella che era andata in fissa sulla sua voce, e quando l’ha visto in foto continuava a ripetere “How sexy!” (ride) In generale, comunque, l’italiano piace molto. Tanto che capitava che, quando contattavo i produttori e facevo sentire i pezzi cantati da me per fare capire che tipo di beat faccio, molti mi chiedessero un featuring anziché una base. Certo, non capivano cosa dicevo, per cui poi chissà…

Sick Luke, foto press

In America il sound pesa molto più del contenuto, al momento.
Già. Gente come Playboy Carti non dice niente, fa solo ad-libs (Quei versi tipo skrrrrt, eskere o wah wah che si sentono in tutte le canzoni trap, ndr): è la base a fomentarti. In Italia, invece, siamo fissati sul messaggio. È anche per quello che ho sempre lavorato con la Dark Polo Gang, perché a loro del messaggio non fregava un cazzo, volevano solo divertirsi e arrivare al top, come la maggior parte dei rapper americani. Ai ragazzini non puoi mettere addosso ‘sta pesantezza, crescono paranoici. Si ascoltano i rapper perché la loro musica li dovrebbe aiutare, ma l’aiuto più grande che gli puoi dare è insegnargli a prendere le cose alla leggera. La musica dovrebbe trasmettere una sensazione di presa bene. Poi ovviamente ci sono le eccezioni, come Side: lui voleva raccontare qualcosa, perché sta vivendo un periodo particolare, ma sentire un rapper italiano qualunque parlare di strada o della tipa che gli ha spezzato il cuore, beh, a una certa ha rotto. Diventa quasi pop, per quanto mi riguarda: non è più il rap che piace a me.

Tornando al rap che piace a te, e quindi ai tuoi dj set: che succede adesso?
Che oltre al tour italiano, stiamo già fissando quello europeo. E sono in programma già un paio di date anche in America. E poi chi vivrà vedrà. Non so se farò un album mio, perché non sono il tipo che fa le cose solo perché deve farle: vale per i post su Instagram, per le collaborazioni, e anche per le mie canzoni. Quando si tratta di roba mia, o di Marïna, o delle mie collaborazioni americane, mi piace fare musica, e basta. Non è un business: i soldi li guadagno facendo altre cose. Lo faccio per divertirmi, e per mandare un messaggio alla gente: se ti dicono che non sai fare una cosa, o che non puoi farla, te ne devi fregare e farla comunque. Tipo cantare.

Molto punk, come attitudine.
E infatti sono un punk, perché faccio sempre come cazzo mi pare! (ride) È quello che dico sempre ai ragazzini: se vuoi arrivare dove sono arrivato io, fallo pure tu. Anziché pensare a drogarti o a cazzeggiare, se vuoi fare musica, o i video, o il designer, provaci. Magari non mollare il lavoro per farlo, ma investi il tuo tempo nelle tue passioni, credi in te stesso. Io voglio spiegare che è sbagliato rinunciare in partenza. Essere un’ispirazione per questi pischelli.

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