Per tutto il mese di giugno è in vendita presso il merch ufficiale degli stadi di Ferrara (5-6 giugno), Olbia (12-13), Bari (18-19), Ancona (23-24) e Udine (28-29) lo speciale cartaceo dedicato a Vasco Rossi. Contiene tra le altre cose una lunga conversazione in cui Vasco ha parlato di tutto, da come scrive all’esperienza in carcere, dalla rabbia da usare nelle canzoni alla sua idea di libertà. Ecco alcune citazioni tratte dall’intervista.
Sul fare canzoni
«Scrivo rimanendo sempre dalla stessa parte. […] Continuando a dire quello che penso, che mi viene da dentro, senza filtrarlo. Di piacere o compiacere non me ne è mai fregato un cazzo. Quando scrivo una canzone non la scrivo perché piaccia alla gente, capito, la scrivo perché deve essere bella, bella da convincermi».
Non siamo mica gli americani
«La canzone di quest’anno è Non siamo mica gli americani – (Per quello che ho da fare) Faccio il militare – che è talmente perfetta per questo periodo storico che sembra quasi che l’abbia scritta adesso. L’ho messa in scaletta perché è fondamentale. Io avrei chiamato anche tutto il tour “Non siamo mica gli americani”, ma mi dicono di no, che è meglio non farlo. Sarebbe stato bello perché non siamo mica gli americani mi sembra la cosa più giusta da dire in questo momento. Oh! Noi non siamo americani!».
Vivere per scrivere
«Volevo solo scrivere canzoni, capito, nient’altro, figurati che cosa me ne fregava a me di andare a letto a dormire. Infatti mi ricordo che mi meravigliai quando a un certo punto erano tutti preoccupati. Ma era lì che uscivano i pezzi. Uno dopo l’altro. Per cui se non avevo dormito tre giorni, aveva un senso non aver dormito tre giorni. Anzi, ne valeva la pena. Per quello ero pronto a rimetterci la salute, tutto, perché volevo scrivere canzoni, ripeto, siamo sempre lì».
Il carcere
«Sono stato denunciato dal mio spacciatore, credo di essere l’unico caso al mondo. Venti giorni di galera, cinque di isolamento: ragazzi, è una cosa che non stiamo neanche qui a parlarne. Però a quel punto era anche il momento di fare un po’ i conti con la mia vita. Ho dovuto raddrizzarmi un attimo, cambiare. Mi sono in parte resettato ma le paure sono rimaste. Per salire sul palco dovevo bere almeno una bottiglia prima, se no non avevo il coraggio, perché la verità è che io non sono costruito per andare sul palco. Fin dall’inizio sapevo che non ero adatto ad andarci: io mi vedevo più come dj, uno che stava sui dischi ma di spalle più che andare avanti con la faccia a prendere degli schiaffi».
La rabbia come motore
«Avevo una rabbia io quando ho cominciato… La rabbia è stata il motore di tutto, perché la mia adolescenza è stata… ho sofferto un po’ nell’adolescenza, molto. Sono stato, come si dice oggi, bullizzato. Un po’ perché venivo dalla montagna, che a quei tempi in città se venivi dalla montagna eri considerato di serie B. E poi anche per il rapporto con le donne: mi sono innamorato a 17 anni e ho avuto una sberla micidiale. […] Quindi la rabbia è uscita proprio in quel periodo, sai, l’ho sfogata nelle canzoni ed è in quel modo lì che si deve fare. Va incanalata, trasformata, trasmutata, come dicono adesso, in amore. Amore per le cose che fai. Io lo facevo già senza capire che lo stavo facendo. Oggi so che il meccanismo migliore è quello lì».
Difendersi da se stessi
«Stavo scrivendo Vivere non è facile. Avevo già la musica di Tullio Ferro, l’avevo ascoltata migliaia di volte e ci volevo mettere delle parole perché meritava. “Continuo a fare debiti con me. Vivere non è facile”. Cazzo dico, perfetto! E poi però andando avanti, verso l’ultima parte, penso: e adesso cosa dico ancora? Non avevo nessun’altra idea, per cui ero un po’ rassegnato. Poi non lo so da dove mi sia venuta la frase: “Non mi so difendere da me”. Però la riconosco: “Ma è quello che voglio dire da 30 anni!”. E non mi so difendere da me, infatti. Perdere il senso delle cose o andare dietro a problemi che mi sono messo io da solo. Quando parte un pensiero, una sensazione o uno stato d’animo profondo io ci vado subito dietro. Ed è lì che possono anche succedere delle cose che non vanno bene. Ma alla fine si va dove si va».
Morire da vivi
«Per vivere fino in fondo la vita bisogna morire da vivi. Io per esempio sono morto non so quante volte. Si muore e se ti va bene muoiono anche certe convinzioni, le brutte idee, qualche modo di vedere sbagliato, o di pensare. In ogni caso arrivi a un punto dove in effetti ti sta crollando tutto intorno. Sono momenti necessari anche questi».
Morire e basta
«Quando ero giovane si chiamava esaurimento nervoso. […] Sembra che tutto quello che esiste al mondo stia lì solo per rompere i coglioni a te, e fai fatica a rispondere, è incredibile. Anche le cose che prima andavano bene diventano faticose, insopportabili, pericolose. E magari dopo due o tre mesi cominci anche a pensare di farti fuori. Insomma, io avevo cominciato a pensarci. Forse mi ha aiutato il pensiero laterale di come farlo per non dare troppo fastidio, troppo dolore a chi mi stava intorno. E nemmeno volevo dare soddisfazione a tutti i miei detrattori o accusatori di professione».
Essere libero
«Essere liberi, di testa, è sempre stata la mia battaglia. La libertà non è fare quel cazzo che ti pare, come dicono adesso tutti gli ignoranti in giro. La libertà è una possibilità tra molte, non è una roba scontata. Nel caos non si è liberi, si è allo sbando. Pur partendo dalla mia posizione di anarchico radicale ho cominciato ad apprezzare il valore della regola, il suo senso in relazione al significato profondo di libertà. Regola come principio condiviso eh, non come norma di legge del cazzo».
Il mito
«Non c’è nessuno in Italia che non abbia un’idea su di me. E sono sempre tutti convinti che sia quella giusta. Io invece mi sento anche abbastanza normale. Delle volte vedo facce spaesate che mi guardano come se avessero visto la Madonna. Allora mi capita di ricordarglielo: “No, non sono la Madonna. Sono qui in rappresentanza del mito”».
















