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Shygirl, come trovare famiglia nei locali queer e lanciarsi nell’hyperpop

La rapper inglese scrive inni per le disco del futuro e concepisce la musica come esplorazione di sé. «La comunità queer è una specie di gruppo d’élite forgiato nel fuoco dei club»

Shygirl

Foto: Aidan Zamiri

Il mondo sta ripartendo, si percepisce una nuova energia. È in atto un cambiamento culturale e la musica di Shygirl ne è la colonna sonora perfetta. L’artista e dj 28enne è emersa dalla scena grime e da quella dei club queer del Regno Unito e le ha sintetizzate nella sua musica. Rappa su basi industrial house e pure su beat pop (Sophie, Sega Bodega e Arca hanno collaborato con lei). Grazie al vibrato della voce e ai testi audaci riesce a generare un’energia contagiosa. E ovviamente ha trovato un pubblico ricettivo su TikTok.

Il suo progetto più recente è Blu, un corto da lei ideato e diretto. Contiene pezzi dell’EP del 2020 Alias e il nuovo singolo BDE col feat di Slowthai. È perfetto per tirare fuori la party girl che abbiamo dentro e per celebrare il fatto di essere vivi.

Com’è nato Blu? È la tua prima regia?
Mi sono sempre occupata dei trattamenti dei miei video, ma al massimo finivo per fare la co-regista perché quel mondo lì è incredibilmente misogino (ride). Ho collaborato con Mischa Notcutt che mi è stata vicina anche per il progetto di Alias. A dirla tutta, meglio così: mi ha aiutata ad affinare le idee. Cresci quando hai qualcuno vicino che ti dice «questo fa schifo» e «questo è buono». Ti aiuta a tirare fuori le idee che hai senza ansie. Comunque, prima di dedicarmi alla musica mi occupavo di videografia. L’ho studiata all’università, è il motivo per cui conosco Mischa. Ma è anche vero che sono una che si mette pressione da sola: la musica è esplorazione, non ne conosco ancora i limiti. È come se nella musica fossi ancora a un primo stadio, mentre dal punto di vista visivo sento di avere tante idee nella testa. E comunque l’immaginazione è sempre meglio della realtà.

La scena dei club ha influenzato il modo in cui fai musica? Come?
Per tre anni ho lavorato per un’agenzia di modeling e intanto facevo djing alle feste del giro della moda, ma mica sapevo che cazzo stavo facendo. Ho imparato sul campo. È stato divertente, sì, e imparare a selezionare i pezzi e metterli in sequenza e mixarli mi ha aiutata a farmi un’idea su come si costruiscono le canzoni. Al centro c’è stata sempre l’idea di cos’è un club, l’idea che avevo a 12 o 13 anni d’età, prima ancora di metterci piede. Uno spazio dove sei libera di esprimerti col corpo, con la musica, un luogo dove puoi lasciarti andare. È l’idea che ancora cerco di realizzare.

E poi c’è il giro di amicizie che mi sono fatta nei club, che forse è ancora più importante. A volte penso alla comunità queer come a un gruppo d’élite forgiato nel fuoco dei club, una cosa del genere. Abbiamo trovato una famiglia in un posto che la gente solitamente associa a scarsa moralità e amicizie facili.

Hai conosciuto i produttori grazie a quella scena lì o su Internet?
Sono una persona socievole. Ero all’uni, facevo uno stage come consulente creativa presso un’agenzia di design e una delle cose facevamo era cercare di riposizionare il brand dei club. Intanto tenevo un blog e facevo interviste. Così ho conosciuto Sega Bodega e ci ho fatto amicizia. Quando poi ho cominciato a fare musica sono stata fortunata ad avere il rispetto di Sophie, che conoscevo da tempo. Stare vicina a gente creativa ti cambia. A te sembra di invadere il loro spazio, ma loro non la pensano così.

È cambiato il modo in cui fai musica dal 2016, quando hai iniziato?
Sono più ambiziosa. Continuo a mettermi alla prova e a cercare di forzare i confini. All’inizio mi sentivo come se stessi nuotando nella parte meno profonda di un’enorme piscina che avevo a mia disposizione. Ma quando ho finito Alias ne ero orgogliosa. Ho avuto tanto tempo a disposizione in lockdown, chissà se mi ricapiterà più. Non ero stressata per i soldi, era come se quella situazione fosse stata creata su misura per me.

E hai fatto un disco concettuale e multidimensionale.
Penso a Alias come a una esplorazione dell’io. Mentre faccio musica cerco di concettualizzare me stessa: non è interessante? Mi fa sentire più grande della mia banale esistenza come essere umano. Ed è anche un modo per intrattenere me stessa. Dopo un anno del genere, pensare che sei degna di una riflessione in musica non è male. Continuerò così. Sono convinta che analizzando te stessa e gli altri finisci per cambiare lo spazio in cui vivi e che ti capitano nuove cose.

Leggo che cerchi ispirazione nei libri.
È parte di me, di quel che sono. Sono cresciuta leggendo un sacco, ha influenzato il modo in cui vedo il mondo, anche se ultimamente più che leggere vedo film. Ho assorbito l’idea di esprimermi attraverso personaggi, anche se a volte sono meno complessi che nella realtà. È come se assorbissi l’energia delle altre persone, dalle loro storie, per poi restituirla agli altri: è uno scambio.

Mi crea meno problemi esprimere me stessa attraverso dei personaggi, perché nessuno è in grado di capirti fino in fondo ed è terrificante questa cosa, perché tutti vogliamo essere compresi, no? La gente ti dice: sei eccezionale. A me piace essere normale. Mi fa sentire meno sola. Essere eccezionali vuol dire essere soli. Non mi pare una cosa desiderabile.

Che ne pensi dell’etichetta hyperpop? Ti ci trovi?
Onestamente, non lo vedo come un genere, la musica stessa non ha più a che fare con i generi. Quando si parla di genere, non si parla di musica, ma di immagine, socialità, fan. La mia musica attraversa vari generi, ma per via dell’algoritmo è più facile definirla hyperpop.

Che mi puoi dire di BDE con Slowthai?
È la prima volta che ospito un feat. Per me che faccio musica tanto personale, lavorare con gli altri è un po’ come uscire per un appuntamento. Esci e vedi se scatta qualcosa con l’altra persona. Ecco, tra me e Thai questa chimica c’è, specialmente in questo pezzo. Ed è stato divertente lavorarci assieme. Dopo un anno passato da sola, è stato bello incontrare qualcuno in cane e ossa. Chissà che cosa pensa la gente di me ascoltando solo la musica (ride).

Per farla breve, il pezzo dice: “voglio soddisfazione, dammi soddisfazione nella vita”. È giocoso e parla di sesso. Va bene per una donna dire esplicitamente: ecco, questo è quello che voglio da te e voglio che tu ti difenda e che eventualmente mi dica dove sbaglio, dimostrami che vali il mio tempo. È più interessante che sentire un tizio che fa lo spaccone da solo in una canzone. Ho sempre la sensazione che i testi siano lì per rompere il ghiaccio. Ho detto delle gran cavolate. Va tutto bene, fondamentalmente.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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