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Shye Ben Tzur, Greenwood dei Radiohead e 9 musicisti indiani: la storia di “Junun”

Il compositore israeliano ci ha raccontato del suo disco, nato insieme al chitarrista dei Radiohead e all'ensemble del Rajasthan Express

I Junun al Locus Festival. Tutte le foto di Umberto Lopez

I Junun al Locus Festival. Tutte le foto di Umberto Lopez

Il modo migliore per capire che cos’è Junun, più che guardare l’omonimo documentario (bellissimo) diretto da Paul Thomas Anderson, è di assistere a un live. Junun sulla carta è l’ultimo album del compositore israeliano Shye Ben Tzur insieme a nove musicisti incredibili del Rajasthan (forse nei live sono un po’ meno) e al Jonny Greenwood che strimpella nei Radiohead.

Proprio Jonny si è offerto di fare anche da produttore, cosa che ha reso l’album una creatura ibrida dove elettronica di Oxford e musica tradizionale nord indiana convivono in perfetta armonia. Il risultato, appunto, è che nei live ti ritrovi a ballare e battere le mani come un ossesso—in lingua hindi, junun.

Shye e i suoi hanno suonato da poco al Locus Festival di Locorotondo (Bari), aprendo con il loro live una programmazione estiva che sfoggia nomi tipo Benjamin Clementine e Bonobo. Approfittando della data pugliese abbiamo fatto a Shye qualche domandina su uno dei progetti di world music più interessanti di adesso.

Ammetterai che vedendo te, Jonny e nove musicisti del Rajasthan sullo stesso palco è naturale chiedersi come sia nato tutto questo.
Il progetto Junun è iniziato dopo un concerto insieme ad alcuni musicisti del Rajasthan a Southbank, in Inghilterra. Ricordo che c’erano tanti fan ma anche una bella atmosfera, dovuta anche all’approccio alla musica che ha Jonny, per l’occasione, in veste di ospite della serata. Da lì è nata l’idea di fare qualcosa insieme ma mancava un posto adatto per farlo. Volevamo stare insieme per creare nuova musica senza però doverci rinchiudere in uno studio di registrazione e l’India ci è sembrata il posto perfetto. Siamo stati molto fortunati: ci hanno messo a completa disposizione il forte di Mehrangarh a Jodhpur. Nigel Godrich [produttore e fonico dei Radiohead, ndr] ha trasformato le stanze del forte in uno studio di registrazione e Paul Thomas Anderson ha trasformato il tutto in un documentario, aiutato anche da Sharon Akhatan e Ian Patrick. È stata una collaborazione davvero stimolante, dove più dimensioni della stessa situazione alla fine si sono riversate in un album.

Il forte a Jodhpur è stata una scelta puramente estetica o cercavate un’acustica particolare?
Direi entrambe. Prima di scegliere il forte di Mehrangarh ci hanno proposto altre location. Ho fatto dei sopralluoghi scattando foto alle stanze e inviandole a Nigel e Jonny. Loro mi rispondevano con proposte e giudizi su cosa effettivamente si potesse fare. Il forte che abbiamo scelto era perfetto perché ha tante stanze comunicanti che possono essere riconvertite in sale di registrazione e di regia. È stato importante installare prima lo studio e poi renderlo un posto accogliente, dove la gente si sentisse a proprio agio e stimolata a essere creativa. Pensa che Nigel ha trovato una camera in fondo a un buco e l’ha trasformata in una camera dell’eco. Alla fine è uno dei forti più belli dell’India, forse del mondo, e si trova nel cuore del Rajasthan, cioè la terra di origine di tutti i musicisti coinvolti. Giocare in casa ha reso l’esperienza ancora più speciale per loro.

Quanto sono durate le registrazioni?
Le registrazioni al forte sono durate tre settimane. Dopodiché siamo andati a Londra per scegliere quali take tenere e quali no. Un bel lavoro di scrematura che è durato almeno cinque giorni. Poi Nigel ha mixato il disco e fine.

Come si sono trovati i musicisti del Rajasthan con arrangiamenti e strumenti non sempre tradizionali, e soprattutto con le parti di testo in ebraico?
Non direi che è stato difficile. Di sicuro è stata una sfida, ma sapevano di andarci in contro. La musica comunque è scritta in un modo a loro molto familiare, e le melodie e le scale coincidono alla musica tradizionale nord indiana per molti aspetti. In più i ragazzi sono musicisti incredibili, imparare le parti è stato facile, così come per il linguaggio. Conosco Zakir Ali Qawwal [cantante e armonicista, ndr] da almeno 18 anni. Abbiamo collaborato in tanti progetti, quindi ormai abbiamo sviluppato un metodo per comporre. Io scrivo i versi, poi li traduco e li impariamo insieme. Passiamo molto tempo a trovare le intonazioni e le melodie. Niente di complicato.

OK, ma la vita in tour a volte è difficile, soprattutto perché alcuni membri del Rajasthan Express hanno una certa età.
È vero, ma sono comunque tutti musicisti che non hanno fatto altro nella vita se non andare a suonare in giro. L’India è un posto immenso, quindi sono tutti abituati a viaggiare da quando hanno aperto gli occhi per la prima volta. I cantanti per esempio sono musicisti cerimoniali. Musicisti sufi che sono abituati a suonare per otto ore consecutive ai raduni delle confraternite sufi. Abbiamo anche manganiari che normalmente intrattengono reali e nobili del Rajasthan. Il più anziano, Nathal, ha suonato nei templi per una vita e la sua famiglia lo fa da circa 400 anni. A loro non cambia molto, solo che girano l’Europa anziché l’India.

Quindi i Rajasthan Express non erano già una band prima di Junun.
No, siamo stati io e Jonny a mettere insieme i componenti facendo dei cast. Non abbiamo fatto altro che scegliere i più adatti e dare un nome all’ensemble. Quell’Express deriva dal fatto che abbiamo passato molti anni sui treni.

Com’è nata questa tua passione per la musica e la cultura indiana?
Da bambino non ho mai pensato all’India. È successo da adolescente, dopo aver assistito a un concerto di musica tradizionale indiana. Letteralmente, mi ha rapito il cuore. Così, prima sono partito per un breve viaggio, ma alla fine sono finito per passarci la maggior parte della mia vita adulta. Lì ho imparato ad ascoltare e creare da zero musica indiana.

Una musica esclusivamente celebrativa oppure con risvolti anche più impegnati e politici?
La connotazione politica è già il gruppo in sé, la sua dimensione multietnica. Io vengo dall’Israele, mentre la maggior parte dei musicisti nel progetto è di religione musulmana. Stare così tanto insieme ti fa rendere conto che sono molte di più le analogie delle differenze fra le religioni. Allo stesso tempo non perdo di vista ciò che succede nel mondo. Sono felicissimo che la musica ci abbia unito e che abbia cambiato la mia vita, ma non credo che sia esclusivamente questa la sua funzione. Non saprei come descrivertela. La musica è grazia.

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