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Shirley Manson racconta 20 anni di Garbage

È uscita la riedizione del primo album della band e sta per partire il tour per i vent’anni. La cantante racconta i suoi inizi da "intrusa"

Garbage - Foto di Joseph Cultice

Garbage - Foto di Joseph Cultice

«Sono sempre stata un’intrusa dentro i Garbage», dice Shirley Manson, il suo accento scozzese mette l’enfasi sulla parola “sempre”. «Anche ora sono l’intrusa. Non sono mai stata parte della gang. Sono più giovane degli altri della band. Sono stata cresciuta in modo diverso. Loro sono stati amici per 20 anni prima che arrivassi io, quindi mi sono sempre sentita fuori in un certo senso».

Ora che i Garbage stanno preparando il tour 20 Years Queer per i vent’anni dall’uscita del loro primo album, ripubblicato in una edizione deluxe, la cantante si guarda indietro per capire come quel senso di inadeguatezza le abbia dato la spinta per stare nel gruppo nei primi anni. È cresciuta a Edimburgo ed è entrata nel gruppo alt-rock da ventenne, dopo aver cantato in altri due gruppi (Goodbye Mr. Mackenzie e Angelfish) che non hanno mai sfondato. Era volenterosa a dimostrare il meglio di sé con questo nuovo gruppo. Manson ricorda, «Anche quando suonavamo live, mi sentivo come se li stessi deludendo. Non ero Bono. Non ero Whitney Houston. Mi sentivo come se stessi sempre deludendo tutti, il che era doloroso ma anche positivo. È un bene mettere sempre in discussione quello che stai facendo da artista, credo».

E le battaglie interiori di Manson sicuramente sono servite a qualcosa. L’album Garbage è entrato nei 20 album più venduti della classifica di Billboard e ha vinto il doppio platino. Anche se la narrativa che circondava la band si focalizzava sul pedigree dei colleghi della Manson (il batterista Butch Vig era già famoso per aver prodotto un certo disco dal titolo Nevermind), il successo del gruppo stava nel giusto mix di rock alternativo e sampling hip hop e nella magnetica presenza della frontwoman. Singoli come Stupid Girl, Queer e Only Happy When It Rains mischiavano sapientemente malinconia, confusione e speranza in un modo che ha colpito la generazione X e ha aperto la strada a un altro album di successo che arriverà tre anni dopo, Version 2.0.

Quando Rolling Stone ha parlato con Shirley Manson del significato di questo album e di quel periodo della sua vita, lei era ancora meravigliata dal ricordo. “È stato un periodo così strano quando è uscito il disco, non è possibile metterlo in prospettiva,” ha detto. “È stato così intenso.”

Perché volete celebrare questo disco con un tour?
È sempre emozionante avere un set definito ed essere concentrati in un determinato momento. E noi non abbiamo mai, ma proprio mai, risuonato alcune canzoni di quel disco, e ovviamente nessuna delle B-side. Quando hai una carriera ventennale, è difficile dopo un po’ trovare qualcosa che non hai mai fatto,

Quali sono i ricordi più vividi di quando si è formata la band?
Abbiamo appena ritrovato tutti i nastri che avevamo filmato in quel periodo e che io non riguardavo dal 1995. E la cosa strana è che nel momento in cui ho visto questi filmati mi è subito tornato in mente come mi sentivo. È stato incredibile. È stata come un’esperienza esistenziale [ride]. È come quel paragrafo di Proust [ne La ricerca del tempo perduto] sul sapore della madeleine. Molti ricordi sono freschi perché ho rivisto quei video. Eravamo così giovani e innocenti e pazzi [ride].

Li hai visti per l’uscita della riedizione dei 20 anni del disco?
Non proprio. Ma abbiamo trovato una serie di materiale di quel periodo e ho deciso di buttarmici dentro. Il filmato è sbucato lo scorso weekend. È del nostro primo tour e ci sono anche i video di “Queer” e Stupid Girl. È figo. Non so cosa ne faremo.

La versione Deluxe di Garbage 20th Anniversary, in uscita il prossimo 2 ottobre

La versione Deluxe di Garbage 20th Anniversary, in uscita il prossimo 2 ottobre

Che cosa ti ha colpita di te stessa guardando quei video?
Dentro di me ero molto dubbiosa, insicura e altre cose che erano conseguenza della mia giovane età. Ma quando mi riguardo, sembravo molto sicura, e questa cosa mi ha sorpreso. Ero molto combattuta. Ma da fuori sembrava tutto a posto. Ora ho un controllo maggiore delle mie emozioni, ed è un sollievo, ai tempi ero davvero allo sbando.

Perché eri così negativa con te stessa?
Allora vivevi o morivi per una recensione o un articolo. E mi sembrava che venissimo criticati continuamente. La mia percezione era che io venivo criticata, umiliata e derisa.

Era vero?
Ora, avendo l’opportunità di guardare l’archivio delle recensioni e le cose che hanno scritto di noi, sono scioccata. Abbiamo avuto delle recensioni incredibili e la stampa è stata gentilissima con noi. Solo ogni tanto c’erano delle stroncature brutali. Per non so quale ragione, la mia mente ha registrato solo le stroncature e solo quella era la verità. La sola recensione che diceva che ero senza talento e brutta e che sembravo una scopa rovesciata, quella mi è rimasta dentro per tutta la carriera e mi ha ossessionata almeno fino a una decina di anni fa. È triste, e anche un po’ patetico.

Nelle interviste di quel periodo davi l’impressione di sentirti come un intruso in mezzo a tre producer.
Sì, beh, c’era quella cosa. Quando abbiamo iniziato nel 1995, non era ben visto che un producer fosse in una band. Ora con la tecnologia tutti sono producer. Ad esempio Grimes, che è una producer incredibile, e anche una grande artista. Ma nessuno la guarda dicendo: “Hmm, è una producer. Non è figo.” La gente era molto sospettosa quando abbiamo esordito. Alla fine eravamo l’archetipo di quella che è diventata la musica ora.

Cosa ti ricordi di quando hai sentito le canzoni di Garbage per la prima volta?
Arrivavo da una band molto aggressiva, i Garbage invece erano molto più leggeri in un certo senso. Fare il disco è stata un’esperienza molto pacifica, ma mi sentivo a disagio tutto il tempo perché non conoscevo bene i ragazzi al tempo.

Quando è scattata la sintonia?
Li ho conosciuti bene molto in fretta. Ma c’è un’espressione in scozzese, “shoogly hook”, che significa aggancio precario. Non mi sono mai sentita sicura. Ed essendo così piena di insicurezze, ero convinta che volessero sbarazzarsi di me. Mi sentivo così. Ripensandoci, è stato un bene per me perché pensare di essere in una posizione di difetto mi ha spinta a dare il meglio, ma non mi sentivo comunque bene. Mi sono sentita così la maggior parte del tempo.

Come dicevi però, questo ti ha permesso di dare il meglio.
Sì, ed ero affamata. Ero una piccola stronza avida. Volevo sempre più concerti [ride]. Volevo vedere il mondo. È stato un ottimo motore. Ma era difficile trovare il mio posto.

La leggenda narra che i ragazzi abbiano scritto i testi e tu li abbia cambiati per adattarli a te. Cosa ti ricordi a riguardo?
Avevano scritto molti testi, ma non erano tutti finiti. Avevano Only Happy When It Rains, Vow e Stupid Girl quasi pronte. E io, ovviamente, le cambiavo e adattavo a me. Ma le idee di quelle canzoni erano forti, io le ho solo sviluppate. Mi sono occupata sempre di più dei testi perché chi è che vuole farsi mettere le parole in bocca? Soprattutto quando sei una donna con delle opinioni e le palle di dirle?


Hai detto che hanno scritto loro Stupid Girl. Come ti sei sentita quando ti hanno presentato la canzone con il titolo così?
Beh, mi è piaciuta. Mi sono sempre definita femminista. Non ho mai nascosto questa cosa, ho sempre accettato l’etichetta. Ma penso anche che si debba stare attenti a non diventare un cliché. Non penso che solo perché sei femminista, devi lasciare carta bianche alle donne per fare quello che pare a loro. Mi sentivo sicura del fatto che quando qualcuno si comporta da coglione lo devi affrontare. Quindi mi è piaciuta l’idea di una donna che prendeva a male parole un’altra donna. Mi sembrava una bella prospettiva. Ho lavorato con degli uomini che definisco egualitari, quindi non ci ho visto del male.

Cosa ha ispirato Queer?
È stato ispirato dal libro che Butch stava leggendo, di Peter Dexter. Aveva a che fare con un padre che portava suo figlio da una prostituta. Mi è piaciuto subito. Venivo dalla scena dei club di Edimburgo. Avevo un sacco di amici gay. Ho fatto in modo che Queer fosse un inno della comunità LGBT. Non era nelle intenzioni di Butch, ma per me era quello. Doveva essere un inno.
A quei tempi essere gay, lesbica, bisex o trans era ancora considerato scioccante. È difficile pensarci ora perché le nuove generazioni non si impressionano più per certe cose. Stanno facendo progressi. Allora era un problema grosso ed è un tema che è sempre stato importante per me. Sono felice di avere Queer tra i nostri pezzi.

A quale pezzo pensi di aver contribuito di più?
Non ci ho pensato. Forse Milk è quella in cui ho unito di più melodia e testo. Leggevo Le opere complete di Billy the Kid di Michael Ondaatje in quel periodo e c’era una frase bellissima che usa l’immagine della cucina applicata al corpo umano [“la sua gola è una cucina” ndt] e adoravo questa immagine, quindi il mood del libro torna nel pezzo. È una canzone sull’attesa della felicità.



Il 6 ottobre partirà il tour per l’anniversario di Garbage, in prossimità dell’anniversario del vostro primo concerto. Cosa ti ricordi di quello show?
Era a Minneapolis e faceva freddo. Eravamo nervosi perché non eravamo certi che qualcuno si sarebbe presentato e, ad essere onesti, neanche la casa discografica sapeva nulla. Avevamo capito che se non riuscivamo a instaurare un rapporto con il pubblico dal vivo sarebbe stato un disastro, perché ci portavamo dietro lo spettro del “progetto in studio”, saremmo morti nel giro di un anno. Così siamo arrivati al Seventh Street Entry, e c’era la fila fuori dal locale, erano tutti esaltati. E poi abbiamo scoperto che erano lì per i Gwar, che suonavano al piano di sopra, nessuno era lì per noi. Ma è stato bellissimo vedere tutti quei fan dei Gwar con quei vestiti incredibili. L’inizio è stato difficile ma alla fine le persone sono venute e tutto è cominciato.

Dopo questo concerto è partito il vero tour.
Abbiamo suonato in tutto il mondo. Ci siamo fatti il culo e non abbiamo mai pensato che qualcosa ci fosse dovuto. Abbiamo capito che il successo ha poco a che fare con il talento. Ci sono così tante persone di talento, molto più talentuose di me e dei ragazzi. Eppure noi siamo stati abbastanza fortunati da prendere il talento che abbiamo e farlo crescere al punto che abbiamo potuto vivere di questo. Abbiamo potuto lasciare i nostri lavori. Abbiamo potuto girare il mondo. Succede a pochi musicisti. E abbiamo lavorato come somari. Guardo ora tutti i giovani musicisti che escono e hanno delle opportunità incredibili e trasudano talento, ma si vede che non hanno etica del lavoro. Devi lavorare. Devi suonare. Devi conoscere gente perché ormai tutto si basa su quello.

Se ti guardi indietro, ti stupisce che quel disco sia diventato un successo?
Non mi stupisce che la gente abbia amato quel disco. Mi sorprende che siamo arrivati a un punto della nostra carriera in cui è passato abbastanza tempo da potersi guardare indietro e apprezzare questo lavoro di nuovo. Non mi aspettavo che superasse la prova del tempo. Ci sono milioni di dischi che escono ogni anno. Ed è facile essere sommersi dai nuovi talenti, e dio solo sa quanti ce ne siano ora. Mi sento privilegiata a sapere che nel mondo ci sia gente che si ricorda anche solo una canzone di quel disco, alcuni addirittura tutti i pezzi. Non mi stupisce che lo trovino bello, ma che se lo ricordino sì, e sono davvero grata di questo.

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