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Shingai è la nuova dea del pop afrofuturista

Dopo aver fatto parte delle Noisettes, la nipote del gigante della musica africana Thomas Mapfumo cambia musica e mette assieme canzone, videomaking e moda. «L’Africa non è solo povertà e guerra»

Shingai

Foto: press

A quanto pare, è già nato un filone “nostalgia degli anni ’10” all’interno della generazione Z. È incredibile, ma esistono meme su quanto fosse bello e felice il 2015, mentre su TikTok c’è un ritorno di fiamma della musica indie pop, dell’estetica tumblr, di American Apparel, dei baffi stilizzati e vabbè, c’era da aspettarselo, anche se si tratta di un decennio che si è letteralmente concluso meno di sei mesi fa. Del resto, molti di noi hanno già nostalgia della fase 1 del lockdown, che nei casi più fortunati è stata un’occasione per scoprire nuove abitudini, ritmi meno esasperati e il piacere di rallentare, nonostante tutto. «Inizi a perdere un cliente nel momento in cui firma il contratto», dice Don Draper in Mad Men. Forse la nostalgia risponde a queste stesse leggi, inizia insieme all’esperienza stessa di un evento o di un periodo.

Questa intervista tocca nel vivo entrambi gli aspetti in questione, perché è stata realizzata agli albori della fase 1, ma soprattutto perché Shingai è stata frontwoman e bassista delle Noisettes, una band che all’inizio dello scorso decennio concludeva, seppure non ufficialmente, il proprio percorso, dopo tre dischi e apici altissimi di successo, dando di fatto inizio alla sua carriera solista.

Proseguendo con questo improbabile parallelismo con Mad Men (sì, l’ho recuperata durante la quarantena), se per un’agenzia pubblicitaria avere lo spot di un’automobile nel portfolio significa entrare nell’olimpo di Madison Avenue, per una band, musicare lo spot di un’auto significa rimanere per sempre nella testa di milioni di persone. Infatti, sicuramente, vi ricorderete di questo spot che ha fatto la fortuna del trio londinese. Sebbene siano molto di più di una one shot band, il loro successo per quanto rilevante è stato probabilmente limitato da una contingenza storica poco favorevole: non a caso nessuno ha mai avuto nostalgia degli anni Zero, che se fossero un luogo sarebbero un non luogo. «Sono stati anni molto importanti per la mia crescita artistica, ma non sono una persona troppo nostalgica, mi piace molto vivere nel presente» e il presente di Shingai è più che mai radioso.

Dopo il lancio dell’acclamato EP Ancient Futures lo scorso anno – quattro tracce di afrofuturismo esemplare, accompagnate da video diretti dalla stessa Shingai in ambientazioni mozzafiato, un tributo allo Zimbabwe e alla cultura Bantu – che oggi possiamo considerare un breve e intenso preambolo al cambio di sound dell’artista, è in arrivo un nuovo disco di inediti, anticipato da War Drums, il primo singolo estratto dal materiale frutto degli ultimi quattro anni di lavoro e ricerca di un sound contemporaneo che soddisfacesse le sue esigenze. «Non mi considero una primadonna, ma devo dire che ho delle aspettative molto alte sul mio lavoro, cerco di attingere a tutta la mia immaginazione per ottenere dei risultati originali e per questo ci sono voluti molti anni prima di ritenermi soddisfatta del risultato finale».

Questo risultato si intitola Part One: Only the Brave e come dice il titolo, è la prima parte di un doppio album che si completerà nel corso di questo pazzo 2020, in cui sulle basi gettate con Ancient Futures, Shingai costruisce un tempio particolarmente ispirato e composto di anatomie dense. «Mi auguro che la mia musica sia all’avanguardia, ma mi piace che le melodie si mantengano classiche». D’altra parte Shingai è cresciuta in una famiglia in cui musica e cultura sono state il suo pane quotidiano. È nipote dell’acclamato Thomas Mapfumo, un gigante della musica africana contemporanea, nonché attivista molto sensibile alla lotta politica. «Mi sono nutrita di musica sin dai primissimi anni della mia vita, suonando e ascoltando dischi tutto il giorno e questo mi ha permesso di avere una cultura musicale molto profonda, ero una ragazzina in un negozio di caramelle».

Se le Noisettes sono state regine dell’indie rock di matrice londinese con uno sguardo rivolto all’estetica punk, oggi Shingai esplora un immaginario che vira prepotentemente sul pop, sui sintetizzatori e su ritmiche uptempo, intrecciandolo a strumenti tradizionali e a una voce dinamica e virtuosa. Un risultato che specchia anche la personalità eccentrica dell’artista, attiva, come abbiamo già detto, nel campo del videomaking e in quello della moda, motivo per cui il suo stile inimitabile valgono tanto quanto la straordinaria presenza sul palco.

Shingai ha spesso dichiarato che non è stato per niente scontato essere una donna nera nell’industria musicale di inizio millennio, le chiedo quale sia la situazione attuale: «Credo che in Inghilterra ci siano molti bravi musicisti, ma in giro c’è un’aria di conservatorismo che permea anche nell’arte, Brexit non è solo una questione di politica internazionale, è come se ci sia stata una regressione generale».

Utilizzando ingiustamente i miei ascolti come metro di paragone, le dico che ultimamente la musica africana sembra aver attecchito in Occidente più di quanto non abbia mai fatto in passato. Mi sono chiesto se c’è qualcosa nella sensibilità degli ascoltatori ad essere cambiata o se si tratta di una moda passeggera cavalcata dalle celebrità. «Credo che sia un buon periodo per la musica africana, visto quanti progetti ne sono chiaramente influenzati di recente. Penso che l’arte sia fatta per essere contaminata e alimentata da diverse correnti, non so dire se si tratta di una moda passeggera». E prosegue: «È quasi ridicolo dirlo, ma per il momento qualsiasi iniziativa che avvicini le persone all’Africa, è un’iniziativa costruttiva, visto che nell’immaginario collettivo l’Africa è accostata solo alla povertà, alla guerra, ai bambini che stanno morendo in qualche villaggio. Naturalmente è anche moltissimo altro».

Per concludere la nostra chiacchierata, abbiamo voluto guardare con speranza a un futuro che nel frattempo si è fatto più incerto per la musica dal vivo .«Mi piacerebbe lavorare a un’opera moderna composta da elementi di musica elettronica». Ci salutiamo immaginando una location ideale nell’Italia del 2021.

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