Shel Shapiro: «Sono sempre andato contro le regole» | Rolling Stone Italia
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Shel Shapiro: «Sono sempre andato contro le regole»

Il nuovo singolo, la passione per Dardust, il ricordo di Mia Martini, la vita estrema ad Amburgo, 'Rumore' di Raffaella Carrà e l'esperienza con Monicelli e Totò. A tu per tu con la star del beat

Shel Shapiro

Foto: Nico Allegri

Ha avuto tante vita in una, ma «per fortuna o per peccato non me ne rendo conto». Shel Shapiro, classe 1943, ebreo londinese di origini russe, è felice di fare un’intervista per Rolling Stone, che definisce «lontano da mettere un’ancora sull’omologazione». E lui lo sa bene, considerato che ha vissuto ed è stato anche protagonista dell’evoluzione musicale e culturale dagli anni ’60 ai giorni nostri, passando dal beat dei Rokes alla scrittura e produzione di progetti artistici per star italiane del calibro di Mina, Patty Pravo, Mia Martini, Ornella Vanoni e Raffaella Carrà, giusto per citarne alcune. Dopo quasi 20 anni, torna col brano inedito Non dipende da Dio. Un pezzo che rappresenta anche la prima tessera di un puzzle che andrà a comporre il nuovo album solista. Lo intervistiamo in macchina, zigzagando tra gallerie e difficoltà di rete, ma ce la facciamo.

Shel, Non dipende da Dio l’avrei vista bene a Sanremo…
Chiedilo ad Amadeus e a tutta la banda sanremese. Io la vedo bene dappertutto, questa canzone. Anche se, in qualche modo, è una riflessione sulla vita, si guarda bene dal dare lezioni.

Ma a Sanremo l’hai proposta?
Mi pare di sì, da parte della casa discografica. Ma è tutto molto soggettivo.

Perché ritorni dopo quasi 20 anni con un inedito?
Non vorrei sembrare troppo pomposo, ma se uno vuole restare vivo, deve dimostrare di esserlo. Non bisogna rinnegare il passato, ma rischiare la vita ogni giorno per continuare a essere vivi.

Nel pezzo canti di “Troppi segni della vita sulla faccia”. Cosa sono?
I tatuaggi sul cuore e la mente, le ferite. Tutti noi accumuliamo esperienze.

Chi ti ha fatto le cicatrici sul cuore?
Le donne, incidenti di percorso. È la vita che fa questi segni, se vuoi giocartela. Se non vuoi giocartela stai in casa, non ti fai male e, forse, non ti emozioni più di tanto.

Immagino, allora, come avrai vissuto le restrizioni imposte dal Covid-19…
Con inquietudine, non paura. Finché non si vede qualcuno che ha il Covid, secondo me, non si ha paura. Poi quando conosci persone che lo prendono e, magari, ci rimettono la vita, lo tratti con più rispetto e, forse, timore. Ma a me non fa paura: dà una sensazione che mi fa chiedere «Dov’è il futuro?».

Eh, dov’è?
Il post-covid sicuramente ci sarà. Arrivare alla mia età e non vederlo sarebbe una stronzata terribile. Non mi interessa come sarà, ma che ci sarà, che esisterà. Non faccio pensieri su come saremo tra un anno. Ma staremo sicuramente meglio: è difficile stare peggio di come siamo oggi.

Ci saranno strascichi, comunque…
C’è il problema del lavoro e delle scuole, ma non ho una soluzione per tutto. C’è gente che fa questo lavoro, il mio è un altro.

Quale?
Tenere a bada, mentalmente, psicologicamente, questo covid.

Torniamo alla tua canzone inedita. Parli di solitudine anarchica e critica. In cosa sei stato anarchico e in cosa critico?
Sono critico nei riguardi di tutto, a partire da me stesso. Per quello che faccio, per le cose che scelgo di fare.

Quando sei stato anarchico, invece?
Non è che la canzone deve essere una fotografia assoluta di come sono io. Sono andato sempre contro le regole scritte. Ho sempre messo in discussione la stupidità, quando è scritta come regola.

Ah, bene. Fammi un esempio.
Basta prendere in mano uno di questi Dpcm. È un’assurdità che uno può andare dal parrucchiere – e stare vicino a tre o quattro persone per un periodo di tempo – e non può andare in teatro a vedere uno spettacolo. Questa è una stronzata inimmaginabile.

Facendo un passo indietro tu sei stato anarchico anche con le case discografiche italiane che, con contratti capestro, hanno sfruttato i Rokes. Eri frontman e anche portavoce dei diritti della band.
Sì, ma non sono uno che guarda molto indietro. Quello che è passato non mi interessa più se non ha segnato, in modo irrimediabile, cuore, mente o corpo. È poco interessante proiettare la propria vita guardando indietro.

Certo, ma tu, Shel, sei un personaggio che ha fatto la storia della musica con i Rokes, del passato un po’ ne parleremo…
Sono cose successe 50 anni fa. Ricordo solo che scopavo di più.

Ottimo.
E avevo anche più soldi, perché i Rokes erano una miniera d’oro. Il resto è bagaglio acquisito durante il viaggio: qualche cosa di utile, qualcosa di poco utile, qualche amore o disprezzo profondo. La vita è variegata a va vissuta come tale.

Ho capito, ci torniamo dopo, su questo punto. Guardiamo al futuro: parliamo dell’album che stai preparando.
Secondo me il minimo comune denominatore è l’amore e la sopravvivenza all’amore. La linea di condotta è non vendere fuffa, non dire stronzate e avere un minimo di etica verso sé stessi: vedo troppe persone disposte a fare marchette pur di apparire di qua o di là. Alla mia età chi se ne frega. Se qualcuno mi dice: «Cazzo, che forte che sei!» e non ho fatto nulla per prendere per il culo quella persona, allora è un gran segnale di vittoria.

A questo proposito, riprendendo Non dipende da Dio, c’è una frase che mi ha colpito: “Io cambierei se fosse possibile”…
Certo che lo farei. Cambierei tutto.

Ah sì?
Certo. Perché stare arroccato sulla propria posizione quando si sono fatte delle stronzate? Le cose giuste le terrei, ma le stronzate le cambierei domattina. Tutti noi abbiamo problemi e cose che non vanno bene. Un tempo pensavo che la vita significasse essere semplicemente felice, invece avere amicizie, amori e figli, non è mica semplice.

Capito. Restiamo sull’attualità. Che ne pensi della musica di oggi?
A me alcune cose piacciono molto. Altre sono meno attraenti, ma forse per la mia età. Qualcosa di rap e trap è interessante. Ci sono gruppi come i Måneskin in cui vedo qualche tentativo di essere, di non giocarsela troppo facilmente.

A parte loro?
Mi piacciono molto Ghali, Mahmood ed Elodie. In genere sono artisti che lavorano attorno a Dardust, che trovo bravissimo. Mi piace questo gruppo di lavoro: dà segnali di grande qualità e creatività.

Cosa non ti piace, invece?
Tutto quello che mi fa cambiare programma alla radio.

Questa è una risposta un po’ paracula.
Quando qualcosa non mi piace, non sto lì a capire cos’è: cambio canale. Non sono uno che viaggia per 24 ore al giorno con la musica.

Ah no?
A 18 anni lo fai. Alla mia età, dopo una o due ore di musica in macchina, basta e avanza. Non ho più una spugna in testa che assorbe tutto. Tu ascolti molta musica?

Sì, Shel, e guardo anche tanta tv.
Per certi versi la tv produce più cose interessanti della musica. Siamo in un momento di creatività televisiva non male tra Netflix e Amazon. Dovremmo tenerne conto perché avrà un influsso sulla musica molto preciso.

Come mai?
Non si potrà prescindere delle due cose, l’immagine cambia il modo di pensare e, se cambia quello, si modifica anche il modo di scrivere.

Senti Shel, so come la pensi sul passato, ma qualche domanda vorrei fartela. Ok?
Certo, ma figurati.

Cominciamo con il fatto che hai scritto una hit super pop come Rumore per Raffaella Carrà.
Non l’ho scritta tutta. L’ho ricevuta che era la metà, ho aggiunto un po’ di cose e ho bilanciato il pezzo anche come arrangiatore e produttore. Rumore è una canzone di innovazione italiana. Ho rubato il flusso di pensiero di Isaac Hayes – con cui mi ero intrippato – e di tutto il mondo dei sedicesimi su hi-hat insieme alla chitarra con il pedale del wah wah. E poi ho messo dei fiati bellissimi un po’ tipo Superstition di Stevie Wonder. È stato un miscuglio di suggerimenti di grandi artisti, ecco.

La Carrà disse, proprio a Rolling Stone, che si sgolava per arrivare alla tonalità del pezzo.
È vero, ma ci sono canzoni che suonano meglio in alcune tonalità. Rumore suonava bene in quella tonalità, mi pare fosse la minore.

Hai lavorato con tantissimi grandi della musica italiana. Con chi ti sei trovato meglio e con chi proprio non ti sei trovato?
Queste sono domande del cazzo però, eh!

Shel, io sono qui per fare domande.
Ti posso dire con chi mi sono trovato meglio, ma trovo poco carino dirti con chi mi sono trovato male…

Va bene, andiamo su chi ti sei trovato meglio, allora.
Ho lavorato con donne di grande qualità come Patty Pravo, Mina, Ornella Vanoni, ma il mio amore in assoluto è per Mia Martini. Quando ho lavorato insieme a Mimì è entrata a far parte della famiglia, è diventata amica di mia moglie, di mia figlia.

Cosa ti piaceva di Mimì?
Non potevo credere ci fosse gente in grado di cantare così, capace di trasmettere quell’emozione, quella vibrazione che tocca il cuore, dalla testa ai piedi, sessualmente, mentalmente, in tutti i sensi.

Hai vissuto con lei anche il periodo delle maldicenze sul suo conto?
Ho vissuto in pieno quella roba e mi è capitato anche di dover minacciare un paio di persone.

Come mai?
Dicevano che portavo sfiga anche io perché lavoravo con lei. Hai capito? La stupidità non ha limiti. E neanche l’ignoranza e la cattiveria, fa tutto parte dello stesso pacchetto. So bene cosa ha passato Mimì, perché ho avuto strascichi, anche se in maniera molto blanda rispetto a lei. Con Mimì sono stati criminali. Evoluzione della specie? No my friend, per niente.

Passiamo alle tue esperienze fuori dalla musica. Al cinema hai lavorato con Mario Monicelli in Brancaleone alle crociate e con Totò in Rita, la figlia americana.
Di Totò ricordo molto poco: stiamo parlando di 55 anni fa! Era un signore già quasi cieco, ci urlava la mattina «Ciao ragazzi!». Faceva un po’ di casino per rimarcare la sua presenza. Un uomo mite, dolce.

E Monicelli?
Con me è stato molto stronzo.

Addirittura!
Non so perché ho fatto quel film lì. Credo mi abbiano proposto e la produzione abbia accettato perché ero Shel dei Rokes: pensavano fosse una figata. Ma secondo me, a Monicelli, non gliene fregava un cazzo di avermi: sono convinto avrebbe preferito un attore di qualche gruppo teatrale. E come Monicelli pure Gassman.

Pure?
Mi sono sentito un pesce fuor d’acqua totale, non hanno fatto un cazzo per farmi sentire benvenuto.

Ma cos’è successo, nello specifico?
Il primo ciak di Brancaleone alle crociate è cominciato con me, 40 persone alle spalle e Gassman di fianco in groppa al cavallo a pois. Quando è arrivato gli ho detto «Buongiorno» e lui ha fatto un verso (fa un mugugno, ndr), come per dire «Vaffanculo». Abbiamo girato questa scena in cui, dopo 200 metri, il regista ha urlato «Shel stai andando troppo veloce!» e abbiamo rifatto tutto. Conta che avevo 25 chili di lana addosso, come costume. Monicelli mi dice «Mi raccomando: devi andare più piano, piano, piano, piano!». Si parte e dopo 30 secondi «Shel, cazzo, stai andando troppo lento!».

E tu?
Ho pensato: «Ok, mi vuoi mettere nella merda? Ci sei riuscito».

Quando suonavi con i Rokes sei passato dalla Swinging London alla Dolce Vita capitolina…
A Londra lavoravo al Roaring Twenties a Carnaby Street, locale rock blues sotterraneo dove venivano i soldati bianchi e neri delle basi americane.

Poi, prima di arrivare a Roma, sei andato ad Amburgo…
La lezione di vita è lì, dove siamo stati due mesi.

Ecco, cos’è successo nella famigerata zona Reeperbahn di Amburgo nel 1963?
Di tutto. Quattro ragazzi di Londra, neanche 20enni, si sono trovati a suonare sette ore al giorno, con uno stop di 20 minuti ogni due ore e mezzo. La domenica suonavamo addirittura nove ore. Dormivamo in letti a castello all’ultimo, piano sopra il locale. Mangiavamo merda, perché non avevamo soldi, uscivamo per andare a fare colazione la mattina e passavamo per la via dove c’erano le donne in vetrina. Se avevi fame di uova e bacon, passavi alle 11 di mattina per Herbetstaße e ti passava un po’. C’era un misto di sesso, fame, alcol e musica. E poi, ad Amburgo, se non suonavi bene erano cazzi.

Pubblico esigente?
Venivamo marinai e c’erano tavolate di gente ubriaca fradicia, tutti viaggiavano con le pastiglie, poi c’erano le scopate, era un film. Si cercava il successo per allontanarsi da quegli scenari. Anche se, guardando indietro, sono divertenti da raccontare. È come guardare un libro fotografico di David LaChapelle, con un po’ tutto dentro: sesso, droga, rock’n’roll, alcol, la decadenza totale.

Insomma hai vissuto due mesi come fossero due anni, in pratica.
Sì, ma poi, alla fine, pure come fossero due settimane, perché tutto vola via. Non ci si fermava a pensare. Noi lavoravamo sette giorni a settimana.

C’erano stati pure i Beatles ad Amburgo.
Erano andati via 5 o 6 mesi prima del nostro arrivo. C’era però il Tony Sheridan Quartet, lui era quello che suonava con i Fab Four allo Star Club. Sheridan e i suoi musicisti erano bravissimi, puttana troia. Con un batterista nero che era la fine del mondo. Abbiamo avuto stimoli di positività, sia ben chiaro. Uno che veniva, come me, da una famiglia normale era come se si trovasse su un altro pianeta.

Come siete arrivati ad Amburgo?
Il nostro agente, a Londra, ci chiese di andare lì. Non era una città famosa, ma per noi era l’estero. Poi abbiamo visto che era in Germania, anche se la guerra era finita da 18 anni, io che sono cresciuto, da ebreo, con l’immaginario degli ebrei e dei campi di concentramento mi dicevo «Oddio, dove andiamo?».

E…?
Invece tutti i taxi erano Mercedes nere, c’era tutto il sesso che volevi in qualsiasi situazione. E, per una birra, potevi vedere due donne che facevano la lotta greca nel fango. Mi veniva da pensare «Ma non c’era una guerra qualche anno fa?».

Poi, finalmente, Roma.
Arriva una telefonata da Londra chiedendoci se volevamo andare in Italia per cinque settimane. Siamo tornati a Londra, abbiamo fatto qualche giorno di prova e abbiamo cambiato il chitarrista. Il primo era Vic Briggs, ma non voleva venire con noi in Germania: andò a suonare nei tour di Jerry Lee Lewis e poi entrò nella band The Animals. Stavamo viaggiando a livelli decenti. insomma.

Il primo ricordo dell’Italia?
Siamo arrivati a Milano dentro la cabina di un treno, con gli strumenti musicali e le valigie tenute con lo spago. Eravamo immigrati.

Poi è arrivato il successo…
Vedi com’è casuale la vita?

Dopo tutto questo tempo, oggi, se dovessi descriverti, come ti definiresti?
È una domanda molto seria. Credo di essere un artista in crescita.

Shel, prima di salutarti, parafrasando il titolo della tua autobiografia di 11 anni fa, ti senti ancora immortale?
Per sempre, finché non muoio.

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