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Shane Fontayne racconta ‘Waiting on the End of the World’, il disco fantasma di Springsteen

Il chitarrista ricorda il tour con Bruce e il progetto dell'album che doveva somigliare a 'Streets of Philadelphia', ma anche i concerti con Sting e la volta in cui Stephen Stills l'ha cazziato

Shane Fontayne

Foto: Harry Herd/Redferns/Getty Images

Bruce Springsteen era in cerca d’un chitarrista quando il 28 dicembre 1991 ha acceso la tv per guardare il Saturday Night Live. Andava in onda la replica di un episodio del 1986 presentato da William Shatner. Gli ospiti musicali erano i Lone Justice. La band aveva appena iniziato a lavorare con il chitarrista Shane Fontayne, che durante lo show si era lanciato in un assolo killer su Shelter.

«Bruce ha chiamato Jimmy Iovine, il produttore della band», racconta Fontayne, «e gli ha chiesto chi fossi. Una bella fortuna». Quella telefonata gli ha cambiato la vita. Tra il 1992 e il 1993 ha affiancato Springsteen come chitarrista solista nel tour di Human Touch / Lucky Town, trasformandolo in un musicista d’alto profilo e aprendogli le porte a future collaborazioni con Sting, Rod Stewart, Jackson Browne, Crosby Stills and Nash, Joe Cocker e molti altri. Negli ultimi cinque anni, dopo la separazione del trio CSN, Fontayne ha registrato e suonato in tour con Graham Nash.

Partiamo dall’inizio. Quanti anni avevi quando ti sei innamorato della musica? 

Direi 8 anni, è in quel periodo che ho scoperto il rock’n’roll. Sono nato nel 1954, quindi ascoltavo Buddy Holly e le cose che andavano in classifica nel 1961, 1962. In Inghilterra c’erano anche Cliff Richard e gli Shadows, una band strumentale incredibile. Hank Marvin, il loro chitarrista, aveva un suono incredibile. Suonava una Stratocaster e aveva gli occhiali con montatura d’osso come Buddy Holly. Amavo anche Chuck Berry. L’altro giorno ho ascoltato Johnny B. Goode e mi sono reso conto che ogni molecola del mio corpo vibrava più velocemente. È la stessa energia che sentivo da bambino.

Come hai iniziato a suonare la chitarra?
Ho ricevuto la mia prima chitarra per il compleanno del 1963. Avevo 9 anni ed ero fortunato. Sono cresciuto vicino a un amico di mio fratello, Robin Sylvester, che ha suonato a lungo con Bob Weir. Aveva quattro anni più di me, ma a 12 o 13 anni era già un musicista. Riusciva ad ascoltare un pezzo una sola volta e poi a insegnarmelo alla chitarra.

Sei cresciuto nell’Inghilterra dei Beatles, degli Stones, degli Who. Li hai mai visti dal vivo?
Sì, tutti. Ho anche visto i Kinks e gli Hollies. I Beatles due volte. È stato il mio primo concerto, ero con mia madre e mio fratello.

Dove e quando? 

Il 2 gennaio 1964. Mio fratello ha ancora il biglietto.

Andiamo avanti nel tempo: come hai incontrato Mick Ronson?
Ho conosciuto Mick a Londra attraverso Robin, che a sua volta lo conosceva tramite l’attrice Dana Gillespie, che aveva lo stesso manager di Bowie, Tony Defries. Quando sono arrivato a New York ho contattato Mick e sua moglie Suzy. Era il momento giusto, stava mettendo su una band. C’erano Jay Davis al basso e Bobby Chen alla batteria. È stato fantastico, magico.

Ronson era appena uscito dal periodo di Bowie e dalla Rolling Thunder Revue di Dylan. Era il suo momento. Come mai non è riuscito a sfondare con il suo materiale? Il talento non gli mancava.
Mick era soprattutto un grande sideman. Era anche un fantastico bandleader e una delle persone più dolci che abbia mai incontrato. Sapeva cantare, ma non era un vero cantante. Il suo manager era Barry Imhoff e Frampton Comes Alive! ai tempi era una cosa enorme. Girava l’idea di trovare qualcosa di simile.

Come sei finito nei nuovi Mamas and Papas, all’inizio degli anni ’80?

Grazie a Mick Ronson. John Phillips gli aveva chiesto di registrare insieme. Credo che si sentisse più sicuro con me, non doveva gestire da solo tutte quelle aspettative. John Phillips voleva che partissero insieme in tour, ma lui ha rifiutato e gli ha suggerito di prendere me.

Com’è andata? 

È stato incredibile. Monday, Monday era un disco importante per chi era cresciuto in Inghilterra. Ricordo chiaramente cosa provavo quando ascoltavo alcuni dischi, e Monday, Monday è uno di questi. Dovrei anche aggiungere che io e Mackenzie (Phillips, la figlia di John che all’epoca cantava nel gruppo, nda) abbiamo fatto un figlio.

Dimmi dei Lone Justice.
Sono stati importantissimi per me, non solo per i concerti che abbiamo fatto, ma perché grazie a quell’esperienza ho conosciuto Bono, Edge, Jimmy Iovine e Steve Van Zandt, che ha prodotto l’album che ho fatto con loro. Ma non ero in gran forma a quel tempo. Ero un musicista rock nella Los Angeles degli anni ’80, con tutto quello che comporta.

Conoscevi bene il catalogo di Springsteen prima di iniziare a suonare con lui? 

No. È strano, perché credo che né Zack Alford né Tommy Sins (batterista e bassista dell’epoca, nda) lo conoscessero granché. Avevo sentito le hit, ovviamente, ma non ero così esperto. Sapevo che i suoi concerti erano leggendari, ma non avevo approfondito il catalogo.

È stato Jimmy Iovine a mettervi in contatto?
Sì, mi ha chiamato lui. Diceva che un suo amico era interessato a partire in tour con me. Gli ho chiesto chi fosse e ha detto Springsteen. All’epoca ero impegnato con le ultime date di un tour con degli amici. Ci chiamavamo Merchant of Venus. Dopo i Lone Justice avevo bisogno di un po’ di autonomia. Abbiamo fatto un disco con Elektra, credo nel 1991-92.

Jimmy mi ha telefonato nel febbraio ’92. Gli ho detto che avevo una band e ha risposto: “Beh, se è questo quello che vuoi fare, ok”. Ci ho pensato 15 minuti e poi l’ho richiamato. Dopo un mese, o sei settimane, mi hanno contattato per un’audizione.

All’epoca eri consapevole di quanto fosse importante quel lavoro? Nella sua vita professionale Springsteen aveva suonato in tour solo con altri due chitarristi, Steve Van Zandt e Nils Lofgren…
No e forse in quel caso l’ignoranza ha giocato a mio vantaggio. Sapevo che era famoso. All’epoca c’erano lui e Michael Jackson. Quando sono andato all’audizione Terry Magovern, l’uomo che lo seguiva all’epoca, mi ha detto di non preoccuparmi e che Bruce mi avrebbe messo a mio agio.

Com’è andata? 

Appena ho iniziato suonare con Bruce l’aria si è fatta elettrica. Suonavamo in cerchio. C’erano Roy Bittan, Zack Alford e un altro bassista. Bruce stava provando bassisti e batteristi, e per quanto ne so ero il primo chitarrista in sala. Abbiamo suonato e sudato per una ventina di minuti, forse mezz’ora. Eravamo nello studio di Roy Bittan, credo che ci fosse anche Jon Landau. Siamo tornati in regia e Bruce ha detto: “Cavolo, hai un sacco di twang”. Ho risposto: “È troppo?”. Lui e Roy si sono guardati: “No”.

Mi hanno invitato a suonare anche la sera dopo. Amavo la semplicità di quelle prove, prima che tutto diventasse gigantesco e decisamente più serio. In un certo senso, do il meglio quando le cose diventano difficili. Più percepisco che il mio ruolo è cruciale e più mi sento sicuro.

Sei stato buttato subito nella mischia facendo il Saturday Night Live.
Sapendo dei Lone Justice, Bruce ha chiesto il mio parere. Credo non avesse mai fatto qualcosa dal vivo in tv, per un grande network. È stata un’esperienza viscerale. Sei in diretta, non puoi sbagliare. Non potevo permettermi di essere spaventato, non era ciò di cui aveva bisogno Bruce.

Abbiamo iniziato il tour in Europa. Ricordo di essermi svegliato a Milano dopo aver fatto due concerti di fila, credo fosse la prima volta che lo facevamo. Il cervello diceva “alzati”, ma il corpo proprio non ci riusciva. È stato Bruce a parlarmi dell’energia che ti viene drenata e che passa dal palco al pubblico.

So che a un certo punto anche Steve Van Zandt doveva partire in tour con voi. Se fosse successo, la tua esperienza sarebbe stata completamente diversa…
Steve è passato a trovarci quando abbiamo spostato le prove sul palco che avremmo usato in tour. Eravamo in una specie di hangar. Lo conoscevo tramite i Lone Justice. Bruce all’epoca voleva concentrarsi sulle canzoni di Human Touch e Lucky Town, Steven continuava a ripetergli che avrebbe dovuto suonare Prove It All Night o Badlands. È una delle poche volte in cui ho visto Bruce dubitare di sé.

Steve ha assistito a un giorno di prove. È stato strano per noi nuovi nella band sentire che c’era la possibilità che si unisse al tour. Ho sempre avuto belle esperienze con Steven, ma allo stesso tempo ci sentivamo messi in dubbio, come se non avessimo conquistato la fiducia di Bruce. Forse sentiva la mancanza di Steven e Clarence.

Alla fine è stata Crystal Taliefero a prendere il suo posto sul palco. Bruce aveva deciso di lasciare le cose com’erano. È interessante, perché un anno dopo mi ha invitato alla sua festa di compleanno e c’era anche Steven. Era un po’ in crisi, non faceva nulla. Poi, dopo poco tempo, sono arrivati i Soprano e la sua carriera è decollata un’altra volta.

Durante la parte americana del tour, hai mai avuto l’impressione che il pubblico preferisse…

(Ride)

… la vecchia band?
(Ride ancora) Lasciami pensare un momento… Sì! Non l’ho mai pensato sul palco o in hotel, nonostante fossimo circondati dai fan, ma ne ero consapevole. Sarebbe stato difficile non esserlo. Se guardo un video di quel periodo penso che oggi farei tutto diversamente. Bruce però non ha mai dubitato di noi. Ricordo un concerto a Detroit, forse il primo posto in cui non abbiamo fatto sold out. Era un’arena e si vedeva. Poi siamo andati a Seattle e uno sciopero ha avuto un impatto sull’affluenza, ma Bruce ha deciso di suonare comunque. Ricordo quando siamo saliti sul palco. Aveva favoloso. Sei il migliore con cui abbia mai suonato”.

L’ho raccontato a Roy Bittan, che mi ha risposto: “Sì, in quel momento…” (ride). Ma va bene così. Bruce, ovviamente, voleva tirarci su di morale. Vederlo sul palco era uno show nello show .

Alla fine del tour siete entrati in studio per registrare il famoso album coi loop di batteria che nessuno ha mai ascoltato. Ce ne parli?
Di mezzo c’è stata Streets of Philadelphia. Mi dissero che avrei suonato o ai Grammy o agli Oscar. Poi mi hanno richiamato dicendo che nel pezzo non c’erano parti di chitarra. Comunque, quando Bruce ha cominciato a registrare e mi ha chiesto di raggiungerlo ero nella Pennsylvania nordorientale. C’era qualcosa di hip hop e c’erano dei loop, un po’ come Streets of Phildelphia. Credo che Tommy Sims, con cui ho scritto Change the World per Clapton, ci abbia messo di più le mani.

Sono andato a casa di Bruce a Los Angeles. C’era anche il produttore Chuck Plotkin. Erano a buon punto e ho fatto delle sovraincisioni. Era in cerca di qualcosa e quel qualcosa non potevo darglielo io. La sua idea, credo, era intitolare l’album Waiting on the End of the World.

Abbiamo registrato per una settimana, dieci giorni. A quel punto, per quel sapevo, doveva solo pubblicarlo. Mi hanno poi detto, forse è stato lo stesso Bruce a farlo, che Jon Landau pensava non avesse testi sufficientemente forti. Bruce aveva tutto in testa, anche la sequenza delle canzoni, ma Jon non era convinto ed è l’unico che ha quel tipo di influenza.

Per i fan è un disco leggendario.
Ne abbiamo riparlato negli anni seguenti tre o quattro volte. Mi diceva: «Sto ancora pensando di pubblicarlo». Poi è uscita Blood Brothers e la reunion della E Street Band è stata la pietra tombale del progetto.

Com’è stato suonare con Rod Stewart a Rio di fronte a 4 milioni di persone?
È roba da Guiness dei primati. È l’unico concerto che ho fatto con lui. A un certo punto è stata ventilata la possibilità di fare un tour, l’anno dopo, con Rod o con Bruce. Non si è fatta nessuna delle due cose. Ah, durante quel concerto si erano scordati di dire che tutta la band si sarebbe seduta sulla pedana della batteria durante Have I Told You Lately.

Sei stato in tour con Sting nel 2005, era una band piccola e solida, e la set list era piena di pezzi dei Police.
È stato divertente. Sting mi ha telefonato e mi ha detto che gli era venuta l’itterizia a forza di suonare con click e sequenze. Voleva fare qualcosa di diverso, sfidare sé stesso. In un certo senso, quel tour ha anticipato la reunion dei Police.

Hai suonato anche al concerto per l’inaugurazione della presidenza di Obama. E al Kennedy Center hai suonato l’assolo di Stairway to Heaven con Ann e Nancy Wilson e Jason Bonham, di fronte agli Obama e ai Led Zeppelin. Che roba.
La sera dopo lo show ho incontrato Jimmy e ci ho parlato per qualche minuto. Gli ho chiesto dei giorni in cui faceva il turnista. Aveva questi meravigliosi capelli grigi, è stato vedendolo che ho deciso che non avrei più tinto i miei. In quel periodo suonavo con Crosby & Nash. Ho rimpiazzato Dean Parks nei concerti europei nel 2011. Il miglior tour a cui abbia partecipato. Musicalmente stellare. Quando hanno detto che ci sarebbe stata una tournée di Crosby Stills & Nash ho chiesto di portarmi con loro. Suonare la chitarra per Stephen è sempre stato, come dire, difficile a meno che tu non sia Neil Young. Il giorno dopo la prima prova il tour manager mi ha detto: «Ah, alla fine sei tornato?».

Che cosa era successo?
La prima canzone che proviamo è Carry On. La mia idea è suonare in modo molto fedele le parti di Stephen che erano sul disco. Comunque, facciamo Carry On e Stephen improvvisa, quindi mi metto a suonare io quel che lui suonava nel disco. Lui ferma la band, viene verso di me con aria minacciosa e mi fa: «Queste cose le fai quando suoni con gli altri! Io sono il chitarrista solista!». Il giorno dopo arriva Graham e ridendo mi dice: «Io sono l’armonicista solista!». Alla fine ho stretto un buon rapporto anche con Stephen. E loro tre assieme… è un peccato che i loro rapporti siano tanto complicati.

Ai tempi dell’ultimo tour in Europa nel 2015 non si parlavano più. Com’era?
Difficile. Avevano tre tour bus, uno per David, uno per Stephen e uno per Graham, coi membri della band distribuiti qua e là. Io ero sul bus di Graham. Il suo matrimonio stava andando in pezzi, è da lì che è nato il disco che ho fatto con lui. Io cercavo di essere diplomatico, ma non era facile. A volte l’aria era pesante, a volte no. C’erano tensioni soprattutto fra David e Graham.

Secondo te c’è qualche speranza che si riappacifichino?
Non credo, a meno che non compaia Neil. Ecco, in quel caso le cose potrebbero cambiare.

Hai suonato con tanta gente. Ti dà fastidio essere considerato sempre e soltanto l’ex chitarrista di Bruce Springsteen? In fondo l’hai fatto per due anni scarsi.
Se dev’essere quello il riassunto della mia carriera, a me sta bene anche se è riduttivo. Ho avuto la fortuna di suonare con Bruce, Graham, Sting e Jackson Browne. Ho suonato anche in ruoli più preminenti coi Merchant of Venus e nel mio album del 2002. Ma ricreare la parte di steel guitar di Jerry Garcia in Teach Your Children dà una soddisfazione enorme. Se riesco non solo a far risentire quelle canzoni alle persone, ma anche a evocare qualcosa sta sta nel loro DNA, allora mi basta e avanza, perché è una gran cosa.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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