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Shablo: «Il rap è il primo interprete della società, per questo non morirà mai»

Abbiamo ascoltato in anteprima ‘Non ci sto’, il nuovo singolo realizzato dal producer italo-argentino insieme a Carl Brave e Marracash. Con lui abbiamo parlato del suo ruolo nell'hip hop italiano e di come cambierà la scena

Foto di Luca Panegatti

Torni e lo champagne ha perso le bollicine“, canta Marra sulle prime battute di Non ci sto, singolo che sigla il ritorno in scena di Shablo a tre anni dall’ultimo album Mate y Espíritu. Tuttavia, per il ritorno di uno dei pesi massimi della scena hip hop italiana, lo champagne è ancora fresco e frizzante, forse come mai prima d’ora. Negli ultimi anni, infatti, Shablo ha lavorato ‘nell’ombra’, lanciando nomi come Sfera Ebbasta o Charlie Charles, diventando così il padrino della rivoluzione trap, la tempesta che ha ribaltato i canoni del pop da qualche anno a questa parte.

Con Non ci sto – in radio e su tutte le piattaforme da venerdì 30 agosto, in pre-order già da oggi – il producer italo-argentino ribadisce, ancora una volta, la sua versatilità che durante la sua carriera lo ha portato a viaggiare attraverso qualsiasi genere musicale. Il singolo, infatti, passa dalle ritmiche hip hop – in particolare gli accenti sugli hi-hat, marchio di fabbrica del sound trap – fino alle chitarre acustiche o ai tocchi di synth in levare, bomba a orologeria che porta dritta all’heavy rotation radiofonica. Sorprendente, inoltre, il lavoro fatto sulle voci dei due collaboratori, Marracash e Carl Brave, con un gioco di filtri che armonizza perfettamente due artisti alla loro prima uscita insieme. Discorso a parte per il testo: il ritratto di una storia d’amore, finita male, annegata nell’oscurità e raccontata attraverso alcune fra le migliori barre prodotte negli ultimi tempi.

Insomma, abbiamo ascoltato in anteprima un pezzo che promette già fuochi d’artificio, e non c’era occasione migliore per far due chiacchiere con il producer che lo ha creato.

Torni con un nuovo singolo e, nel frattempo, ti sei affermato come uno dei producer più importanti nella scena rap italiana. Senti la responsabilità?
In realtà cerco di non pensarci troppo. Il mio segreto è vivere la musica come un grande gioco e divertirmi come quando ho iniziato, a 16 anni negli anni ‘90. Nel frattempo dentro e fuori è cambiato tutto, ma l’approccio alla musica è rimasto lo stesso. Gli impegni e le responsabilità ammetto che appesantiscano un po’ il processo, ma i creativi si sa, sono un po’ tutti schizofrenici, degli eterni fanciulli. Bisognerebbe vivere e creare sempre con tutta l’intensità di cui siamo capaci, ma senza aspettative, a parole sembra facile ma io ci ho messo quasi quarant’anni a interiorizzarlo.

Inoltre sei stato il primo a credere fortemente nella trap. Ora che da fenomeno di nicchia si è trasformato in fenomeno da classifiche, ti senti orgoglioso?
Un po’ sì. Perché è una conferma che mi da fiducia a credere sempre più nelle mie visioni. Mentirei se dicessi che ero certo che il mercato si sarebbe evoluto in questi termini e che il business sarebbe diventato così grosso. Ma di una cosa ero sicuro, gli artisti trap che stavano emergendo, erano la novità e avrebbero portato un cambiamento. Per cui valeva assolutamente puntare su di loro. Perché rappresentavano e descrivevano un cambiamento che stava avvenendo in senso lato nelle persone e nella società. E il rap da sempre se ne fa interprete prima di tutti, per questo non scomparirà mai.

Oggi il ruolo del producer sta assumendo sempre più rilevanza, anche in Italia, dove fino a qualche anno fa era difficile che il pubblico conoscesse il beatmaker come invece sta succedendo sempre più spesso in questi anni. Secondo te perché?
Perché in questo periodo storico dove il messaggio delle canzoni ha lasciato un po’ il posto all’estetica musicale, chi meglio di un produttore può plasmare un contenuto? Ormai sono in pochi ad avere qualcosa da dire quindi è fondamentale come la dici; fa proprio la differenza. Uno dei benefici che ha portato con sé la trap nell’ hip-hop è proprio la maggiore musicalità.

Cioè?
Prima il rap era molto più duro, metricamente più ostico per il grande pubblico. La trap ha portato la melodia nei flow e nella scrittura e il così tanto criticato auto-tune, ha permesso a chiunque di realizzare il sogno proibito per tanti di poter cantare senza essere intonati. È la vittoria dell’idea, del sogno sulla realtà. Inoltre come in tutti gli ambiti, il successo di un singolo avviene anche grazie a un lavoro di squadra e, spesso, è il producer a coordinare tutto. È la stessa dinamica complementare tra regista e protagonista in un film.

Dopo tanti lavori “dietro le quinte” da produttore ora un nuovo singolo che porta la tua firma. Sentivi il bisogno di tornare a prenderti il centro del palco?
In questa fase della mia vita non punto a prendermi il centro del palco come produttore. Credo sia il momento di altri di emergere e il mio, forse, di affermarmi definitivamente. Per anni è stato il mio goal, ma il mercato e i tempi non erano maturi e si sa che chi arriva troppo presto è come chi arriva troppo tardi: il tempismo è tutto. In questa fase sento un’esigenza diversa, che è quella di condividere creativamente la mia visione musicale per il piacere di proporre qualcosa di vibrante e particolare.

Spiegaci meglio.
Proporre la mia visione musicale è il motivo per il quale ho iniziato tutto. Non perché quello che c’è non mi piaccia, anzi credo sia un momento molto stimolante per chi fa musica. Ma semplicemente perché l’errore in questo momento storico può essere la ripetizione, la mancanza di ricerca e questo appiattisce un po’ la proposta artistica. Negli ultimi anni mi sono dedicato a sviluppare tutto un altro aspetto della mia carriera, ma non ho mai smesso di produrre.

Foto di Luca Panegatti

Che differenze ci sono tra la produzione per altri e quella per te.
La differenza è nella libertà di poter fare quello che voglio al 100%. Diciamo al 99% perché sono ancora molto ambizioso e questa ambizione mi trattiene ancora un po’ dall’essere totalmente libero. Essere totalmente liberi nell’arte, è una via di liberazione assoluta, dove quello che conta non è il risultato ma il cammino. Ci arriveremo.

Per Non ci sto hai scelto Marra. Come definiresti il rapporto di amicizia che vi lega da tanti anni?
Con Marra mi lega da anni una comune sensibilità verso l’introspezione umana. Mi piace questa sua mania di osservarsi e tradurre in musica quello che vede nel suo profondo, senza vergognarsene. È un mettersi a nudo che svela i tanti lati bui che tutti abbiamo e che in pochi vogliono vedere. Ci vuole coraggio per guadagnarsi la consapevolezza di chi siamo.

E invece come nasce il rapporto con Carl Brave?
Con Carlo ci conosciamo da poco, ma è come se lo conoscessi da sempre. Lui è un altro coraggioso (lo dice anche il suo cognome) che nel momento di esplosione della trap, ha preso una chitarra e ha mischiato gli stornelli tipici della canzone romana con la wave dei nostri giorni: un genio. Questa è una cosa tipica del hip hop in realtà che si fonda sulle citazioni musicali e sul campionamento. Ha dimostrato una grande apertura e con la sua scrittura ha creato un universo. I risultati che sta ottenendo in poco tempo parlano chiaro.

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