Sergio Caputo racconta “Sabato Italiano” 35 anni dopo

Era il 1983 e un giovane pubblicitario nichilista, dedito a donne e vizi, si aggirava di notte per la Milano da bere.

Nemmeno Sergio Caputo si ricorda di preciso la data di uscita di Un Sabato Italiano. È passato tanto tempo e nel frattempo il ragazzo nichilista e dedito ai vizi che sorride in copertina ora è un padre di famiglia, con moglie e figli (l’ultimo ha 9 mesi) e un pallino per jazz e swing che dura da una vita.

Mentre parliamo al telefono, Sergio prova anche a chiedere alla caputologa—lui chiama così sua moglie. «No, nemmeno lei si ricorda. Era sicuramente la metà di aprile dell’83.» Poco importa della data precisa. Basta solo ricordarsi che, su per giù, 35 anni fa un pubblicitario completamente disilluso ci ha regalato la migliore diapositiva nella Milano da bere che sia mai stata scattata.

Dove ti trovi, Sergio?
A casa, sto finendo di mixare un nuovo progetto. È un unplugged che si chiama Oggetti Smarriti. Brani che ho amato ma che la massa non conosce perché non erano i singoloni dei miei album.

Mi sembra un’ottima idea. Ma non sei in Italia, giusto?
No, in vita mia ho passato più tempo all’estero che in Italia. Ho vissuto negli Stati Uniti, poi per un breve periodo di nuovo in Italia ma ora vivo altrove. Preferisco vivere in un posto dove non sono conosciuto. Dove posso andare a far la spesa e prendere l’autobus. In questo momento vivo in Francia ma, la città, la ometterei.

Insomma i tuoi sabati non sono italiani da un bel po’. Chi era il Sergio Caputo di Sabato Italiano?
Beh, era uno che faceva una vita che dire sregolata è poco. In pratica, di giorno lavoravo come pubblicitario, o meglio art director, in una delle agenzie più grandi del mondo, la McCann Erickson. Era un lavoro che all’epoca si faceva in un modo più pittoresco rispetto a oggi. Se hai visto la serie TV Mad Men sai di cosa parlo. Briefing, campagne, presentazioni, spot. Un mestiere stressante, a tal punto che quando me ne sono andato avevo un anno di ferie accumulate, che per fortuna mi hanno pagato. Era uno di quei lavori che ti coinvolgeva totalmente, se mi entrava un lavoro importante non pensavo ad altro anche nel weekend. Per il resto della settimana, avevamo la sede in Via Meravigli.

Quindi hai vissuto proprio la Milano da bere.
Eh sì, infatti bevevamo un po’ tutti.

Tant’è che nel retro del vinile c’è un cocktail abbinato a ogni brano. Con tanto di istruzioni per la preparazione.
Sì, diciamo che allora si poteva dire più di quanto si possa dire ora. Oggi si è diventati troppo puritani. Bisogna stare molto attenti a quello che si dice perché c’è sempre qualcuno che si offende.

Comunque tu di giorno facevi il pubblicitario, e di notte?
Di giorno stavo in ufficio, poi alle 18:30 o giù di lì andavo a casa a dormire e verso le 23 la mia sveglia suonava. A quel punto uscivo e stavo fuori tutta la notte per locali. Andavo molto al Plastic, che credo ci sia ancora ma non è più nello stesso posto.

Sì, si è spostato.
Ecco. Quindi stavo fuori tutta la notte e ovviamente il motore di tutto questo movimento era l’alcol. E anche le donne. Se eri fortunato non tornavi a casa da solo. Se non eri fortunato, non tornavi nemmeno a casa a dormire. Tempo di una doccia e via, dritto a lavoro. Ricominciava il ciclo. Allora ero convinto che non avrei superato i 40 anni. La mia vita è cambiata ora, dopo un infarto. E poi ora ho dei figli, delle responsabilità.



Com’è riuscito un pubblicitario a ottenere un contratto major?
Venivo già da un’esperienza minore con la Ricordi, quando il direttore artistico era Nanni Ricordi. Grazie a quell’esperienza cominciai ad andare in televisione. Partecipavo a questo programma stranissimo, Mister Fantasy, che fu il primo in Italia a mandare in onda video musicali. All’epoca, a parte quei video, avevo scritto molte altre canzoni, così, senza pensare a un album. Quando le feci ascoltare all’autore di Mister Fantasy, fu lui stesso a chiamare la CGD (che allora non era ancora Warner). Disse: “Guardate, se a questo gli fate fare un album io vi mando in onda ogni video per otto settimane.” Quindi mi fecero firmare un contratto senza nemmeno ascoltare le canzoni. Tutto ciò è raccontato molto bene in Un Sabato Italiano: Memories, il libro che ho pubblicato per i 30 anni del disco.

Davvero ogni canzone di Sabato Italiano ha suo un video? E dove sono?
Eh, anche io ho difficoltà a trovarli. Quello che c’è lo trovi sul sito della RAI.

Ora però la domanda sorge spontanea: ma se di giorno lavoravi e di sera facevi il matto, quando l’hai scritto, ‘sto disco?
L’ho scritto di notte, in varie occasioni. Quando mi veniva l’ispirazione, non essendo pratico portarmi un registratore dietro, facevo che telefonarmi a casa e cantare le canzoni alla segreteria telefonica. Un Sabato Italiano per esempio è nata a mia insaputa, la mattina dopo non mi ricordavo nemmeno come ero tornato a casa. Ho acceso la segreteria e c’era tutta la canzone cantata per voce e chitarra. L’ho scoperta così.

Beh, è un disco che da ubriachi è perfetto. Mi capita spesso di ascoltare Mercy Bocù quando torno a casa brillo.
E dovresti ascoltare la versione che ho registrato per il trentennale! L’ho rifatta con i fiati veri, con l’orchestra. È uno di quei pezzi che è nato dall’ennesima delusione amorosa.

E quello che emerge dal disco è un uomo nichilista, solo e pieno di vizi.
È che proprio non mi aspettavo di vivere così tanto. Te lo dico con le palle in mano perché ormai mi tocca vivere 100 anni, mio figlio più piccolo ha 9 mesi. Facevo una vita talmente sregolata che mi sembrava difficile immaginarmi a 50 anni. È vero, c’era molto nichilismo e in più c’era anche il mestiere che facevo. Quando impari i meccanismi della comunicazione sei molto più disilluso. Nelle canzoni ho trovato il mio realismo, quasi cinematografico.

C’è anche un lessico molto ricercato. Ma c’è in generale nei tuoi dischi.
Io scrivo come parlo. E poi il testo è determinato dalla musica.

Che studi hai fatto?
Il Liceo Classico, una scelta di cui non smetterò mai di pentirmi. Se avessi studiato francese, inglese, tedesco o cinese al posto di due lingue morte..

Però magari i tuoi testi non sarebbero così taglienti.
No, direi di no perché l’interesse verso il latino e greco era minimo. La mia cultura deriva dalle mie letture personali.

Quel “E così ci avventuriamo nella Roma felliniana” tradisce una tua certa passione per il cinema, o sbaglio?
Sicuramente sono molto affezionato a quel tipo di cinema. Ero molto appassionato di Fellini e a tutti gli attori degli anni 50/60. C’era un modo di vivere negli anni 80 che ricordava il modo di vivere di 30/40 anni prima. Mi ha arricchito molto più il cinema o i libri che la scuola. Quello è stato tempo buttato. Invece le cassette che avevamo in macchina, quelle di Glenn Miller o Charlie Parker, quelle sono state davvero formanti. È a loro che pensavo quando, sempre in Sabato Italiano, ho scritto “Dilaga anacronistica la musica di ieri”. Il jazz e lo swing comunque non sono mai defunti, sono sempre attuali.

C’è qualcosa di te che in quei testi rimane attuale?
Ho sempre fatto in modo di scrivere testi che non si agganciano a un preciso periodo storico. Istintivamente ho sempre evitato i riferimenti a cose che possano datare una canzone e quindi renderla obsoleta. È una deformazione da pubblicitario. Preferisco parlare di emozioni. Alla fine sono un sentimentalone, più che un rabbioso.

Ce l’hai ancora la “malinconia latente nei momenti più felici”?
Oh, quella sempre. Anche gli “abissi imperscrutabili, le donne degli amici”! Mi capita anche adesso. Arriva un amico a cena, porta la fidanzata e io mi trovo davanti all’abisso. Molto spesso comunque cucino io. È una delle mie grandi passioni, tanto che sono considerato un grande chef da parecchie persone esperte in materia. La mia altra passione invece è la pittura insieme alla scultura. Quella sarebbe dovuta essere la mia strada: la musica è stata un incidente che poi ha preso il sopravvento. Disegno e scolpisco dall’età di 3 anni.

Come descriveresti le tue opere?
Sono abbastanza Tex-Mex come evocazioni di colori e immagini. Mi piace molto fare ritratti, ma sono molto particolari e sono molto geloso delle mie opere. Finché non trovo un bello spazio dove esporre, non faccio vedere a nessuno.

Ultima domanda: con che occhi guardi al ragazzo di Sabato Italiano?
Guardo con grande stupore. Nel bene o nel male mi sono fatto mancare poco. Non mi vedevo vivo ai 50, figurati ai 60 come ora. La cosa curiosa è che è cambiato molto il mio pubblico. Anni fa sono tornato in Italia, con la scusa di un’apparizione nel programma di Panariello. Visto che c’ero, ho chiesto a un amico promoter di organizzare un mini tour di due settimane: è stato molto bello, ma la maggior parte delle persone fra il pubblico non era nemmeno nata nel 1983. La cosa mi ha stupito parecchio. Poi dipende dal tipo di sala. Verso ottobre dovrei tornare al Blue Note di Milano, ti faccio sapere.