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Senzabenza, gli antieroi del flower punk che non sono mai riusciti a vivere di musica

Le prime cassettine. L'album fatto a New York con Joey Ramone. Gli incontri-scontri con la discografia. Successi e rimpianti della band che ha fatto un pezzo di storia del punk-rock italiano anni '90

Foto: Enrico Berardi

Sono i Ramones, ma anche i Beach Boys, i Beatles e gli Hard-Ons italiani. Hanno battuto i palchi di tutta Italia e pubblicato sette album (più una manciata fra singoli, EP e demo) di cui uno prodotto nientemeno che da Joey Ramone. Ma non è tutto: perché i Senzabenza hanno innescato, inconsapevolmente, la scintilla che ha creato una scena fondamentale per l’Italia punk-rock anni ’90: quella cosiddetta flower punk, in cui melodie, divertimento ed energia si coniugavano alla perfezione.

Con un nuovo album arrivato sul mercato nel novembre 2019, i quattro di Latina – Nando Ferdinandi (voce e chitarra), Sebi Filigi (chitarra), Jacopo De Pinto (basso), Max Bergo (batteria) e Daniele Nonne (tastiere) – sono purtroppo fermi ai box, ma stanno già pensando alle mosse per questo 2021 in cui non vogliono restare con le mani in mano. E questa è la loro storia, raccontata dai due membri storici Nando Fedinandi e Sebi Filigi.

I miei primi ricordi del nome Senzabenza risalgono a qualche recensione di demo, a inizio anni ’90: come è iniziata la vostra avventura?
Nando: A Latina c’era un bel giro effervescente negli anni ’80 e gli appassionati di musica punk si trovavano in via Cairoli, dove c’era un muretto. Lì ho conosciuto Sebi. Il nucleo storico della band siamo stati Fabio Furlan il bassista, Sebi, io e il batterista Giuseppe Vilardi – che noi chiamavamo amichevolmente Peppe Coppa (ride), ma non ricordo il motivo. Fabio ed io venivamo dall’hardcore punk italiano. Lui era uno dei fondatori dei London 77, forse l’unica band hardcore punk di Latina; io sono entrato in quel gruppo nel 1983, come cantante e bassista. Qualche anno dopo ho suonato in una band hardcore romana che si chiamava FCA.
Sebi: Ci siamo formati nel 1989. Io musicalmente sono cresciuto col garage rock e la scena australiana: le prime cose che ho suonato erano derivazioni di Radio Birdman, Miracle Workers… Nel 1986-87 avevo un progetto garage con altre persone di Latina, fra cui Gianni Sodano (poi nei Mondo Topless, nda): il gruppo si chiamava Tanassi (come il ministro italiano coinvolto nello scandalo Lockheed, nda) e abbiamo inciso un paio di cassette demo di garage rock molto virulento. Poi ho conosciuto Nando e Fabio. Avevo iniziato ad ascoltare anche punk e al contempo i Beatles: con Nando ci trovammo concordi nel provare fare un gruppo dal suono aspro, ma con delle belle derive melodiche, perché anche lui parallelamente al punk-rock è cresciuto coi Beatles e altre cose più particolari, abbastanza lontane dall’area punk.
Nando: Mi pare fosse dicembre 1989 quando andammo a vedere tutti insieme un live degli Hard-Ons a Roma e fu un flash. Lì ci dicemmo: questa è la musica che vogliamo fare, mettiamo su una band per suonare queste cose qui. Il nome del gruppo venne in mente a Fabio Furlan, ispirandosi a Mamma dammi la benza dei Gaznevada.
Sebi: Decidemmo di fondare i Senzabenza per fare un punk-rock meno impegnato, più divertente e leggero, con tante melodie e cori alla Beatles, Beach Boys, Byrds e compagnia bella. Filtrando tutto attraverso i Ramones, che erano un po’ il denominatore comune, piacevano a tutti.

Foto: Enrico Berardi

Nella prima fase della band, fra il 1990 e il 1991 pubblicaste due demo su cassetta che ormai sono introvabili: I Wanna Pork! e Suono forte e veloce (quest’ultimo su Discogs è in vendita a 45 euro circa, al momento). Avete mai pensato di ristamparli per i fan che li vorrebbero sentire?
Sebi: No, anche perché erano nastri e credo che non avrebbe molto senso riversarli su un CD. Noi li consideriamo come passaggi che ci sono serviti a sviluppare il nostro sound vero e proprio, quindi piuttosto acerbi e immaturi. Eravamo molto più duri e veloci, ruvidi, più terra terra… non c’era ancora quella cura dei particolari che abbiamo iniziato ad avere a partire da Peryzoma.

Quando avete iniziato, in Italia non eravate in molti a proporre quel tipo di sonorità, né nella vostra zona fra Latina e Roma, né altrove.
Sebi: Non c’erano gruppi che suonassero cose del genere in Italia. I pochi che proponevano punk più melodico erano molto legati al cantato in italiano e a certi stilemi della “canzone”, troppo puliti e rifiniti. Mi vengono in mente solo gli ACTH, ma non credo ci fosse molto altro…
Nando: Sicuramente. A Latina eravamo i soli, ma anche a Roma, che ben conoscevo, non c’era nessuno. La scena romana è da sempre piuttosto refrattaria a certe proposte sul versante del punk melodico. Qualche gruppo importante di quel tipo c’è stato anche nella capitale, ma Roma ha da sempre una scena che ha poco a che vedere con quel tipo di sonorità.

Con Peryzoma – l’album del 1992 – e poi con Gigius (1993) siete diventati molto noti. Correggetemi se sbaglio, ma un ruolo non secondario in tutto ciò lo ebbero il vostro manager di allora, Paolo Cavalcanti, e la sua Mac Guffin Records. Come nacque questa collaborazione così proficua?
Nando: Conoscemmo Cavalcanti prima di Peryzoma, l’album d’esordio che uscì per la sua etichetta Mac Guffin – anche se il disco più importante con questo marchio, e in cui Cavalcanti ha avuto un ruolo molto grosso, è sicuramente Gigius, quello seguente. Paolo sostanzialmente era un fotografo, grande appassionato di musica; sentì parlare di noi e ci contattò dopo avere sentito i demo. Ci piacemmo reciprocamente, lui ci offrì di farci da manager e produttore e così iniziò una collaborazione che ha portato molte cose belle, durata fino a metà del ’95 circa.

Paolo aveva un approccio molto manageriale e aveva studiato diversi libri sull’argomento: prendeva davvero sul serio il ruolo di manager. La sua figura è stata importantissima, però vorrei dire anche che il suo approccio così professionale è stato al contempo la sua forza e la sua debolezza, nel senso che è ciò che in qualche maniera ha portato alla rottura. Aveva un atteggiamento superprofessionale, ma una mentalità un po’ troppo schematica, con poca elasticità: le cose si potevano fare in un solo modo e non c’era spazio per variare il modus operandi se la situazione lo richiedeva.

Esattamente cosa intendi?
Nando: Faccio un esempio banale. Ci contattarono dagli Stati Uniti, una situazione molto promettente – mi pare fosse la Fat Wreck o una label simile che si interessava alla band. Noi quando lo venimmo a sapere eravamo contentissimi e gasati, ma lui lasciò passare 2-3 settimane prima di rispondere perché nella sua agenda aveva previsto altre cose da fare prima. Ma se succede una cosa del genere devi mollare tutto un attimo, rispondere subito e poi pensare al resto! Ad ogni modo, nella sostanza Paolo è stato una figura importantissima e il suo modo di fare professionale ci ha portato a tanti risultati.

Più o meno ai tempi di Gigius creaste una scena da zero, in pratica, grazie alle due compilation che assemblaste raccogliendo parecchi gruppi della Penisola. Come vi venne l’idea?
Nando: Ascoltando diverse band con cui ci capitava di suonare in giro per l’Italia. Sentivamo questi gruppi ci dicevamo: Madonna che pezzi, che bel gruppo. Visto che non esisteva un circuito legato a questo genere di punk melodico, mi venne in mente di fare una compilation in cui includere le band che ci erano piaciute di più. Non c’era nessuna idea di creare una scena, voleva essere un’iniziativa simpatica per fare conoscere altri gruppi validi. All’inizio facemmo un nastro intitolato Back in the ’76. Subito le cassette le duplicavamo a mano, fotocopiando copertine e libretto, ma ne vendevamo talmente tante che a un certo punto capimmo che sarebbe stato meglio farne fare una stampa professionale per evitare, ogni volta, di metterci lì a copiare noi i nastri. Non ricordo esattamente i numeri, ma ne facemmo andare qualcosa come 5-600 copie, che per una cassetta non era niente male.
Sebi: La cassetta Back in the ’76 andò bene per cui decidemmo di realizzare anche un volume 2, ossia il CD Flower Punk Rock.

Quando uscì quel CD ricordo che scoppiarono delle polemiche.
Sebi: Fummo accusati di avere guadagnato sulla compilation (ride), ma nessuno ha mai tirato su una lira! Ma ammetto che commettemmo un errore: ci piazzammo come prima band in apertura del CD, cosa che non avevamo fatto nella cassetta. Questo dettaglio ha sicuramente indispettito qualcuno e Flower Punk Rock è passato per uno strumento di autopromozione.
Nando: Si creò l’impressione che volessimo metterci nei panni dei precursori e del gruppo trainante di una scena, con tutti gli altri dietro a noi. Non era nostra intenzione, ma sembrò un gesto autoreferenziale e nacquero tante polemiche. Devo dire che, in tutta quella bagarre, l’unica cosa che mi ha dato veramente fastidio è stata la gente che ha partecipato al disco e poi ha detto: «Avete voluto dare un nome a questa scena, chiamandola flower punk rock, ma noi non ci riconosciamo in questa cosa». Per carità, rispetto l’idea di non sentirsi rappresentati da un nome simile, ma tutti i gruppi che hanno aderito sapevano benissimo che già il primo volume su cassetta si chiamava Back in the ’76 e il sottotitolo era 60 Minutes of Flower Punk Rock & More from Italy. Quindi non è che ce lo siamo inventato, a sorpresa, per il secondo volume su CD. Ad ogni modo, si tratta di polemiche ormai superatissime.

Nel 1996 pubblicaste Deluxe, l’album prodotto da Joey Ramone. Come andarono le cose?
Nando: Dopo la separazione con Cavalcanti, il nostro nuovo manager divenne Paolo Di Gaetano, fondatore storico del fan club italiano dei Ramones. Noi avevamo suonato in passato coi Ramones ed eravamo rimasti in contatto, lui poi conosceva personalmente molto bene tutti loro. È così che venne l’idea di un disco con la produzione di Joey Ramone, che poi in realtà fu coprodotto da Joey e Daniel Rey.

Come è stato lavorare con Joey, in studio? Lui com’era e come stava?
Sebi: Siamo rimasti più di una settimana a New York per mixare con Joey Ramone. Lui soffriva di OCD, era piuttosto evidente perché faceva le cose sempre alla stessa maniera, ma con noi era molto tranquillo, una persona gentile. Lavoravamo in questa maniera: lui stazionava nella stanza accanto in relax, leggeva o guardava la tv, noi stavamo al banco di regia con Daniel Rey e il tecnico del suono. Quando il mix pareva accettabile lo chiamavamo e lui veniva ad ascoltare per dare l’approvazione finale ai singoli pezzi. All’epoca, nel 1996, era ancora impegnato coi Ramones e mi ricordo che un giorno arrivò Monte Melnick – il loro manager – per convincerlo a suonare al Lollapalooza, perché lui non ne voleva sapere (ride), s’era proprio rotto le palle e non ne poteva più di fare concerti. Mi ricordo anche che Daniel Rey lo spronava a venire in studio a piedi e non in taxi, proprio per farlo camminare un po’. Non stava benissimo, di sicuro era affaticato, ma non penso fosse già ammalato. Chi gli voleva bene cercava di spronarlo a fare un po’ di esercizio fisico, mangiare in modo salutare… si faceva sempre prendere la papaya in un deli store che c’era sotto allo studio.
Nando: Veniva in studio vestito in modo molto normale, non da Ramones, e non gradiva che gli venissero scattate foto perché aveva la sua immagine da mantenere, quella da cantante dei Ramones. Teneva i capelli legati in un codino perché era più comodo per lavorare. Non si può dire fosse gioviale, perché era di pochissime parole, però l’ho sentito dire diverse cose che mi hanno fatto capire che il disco gli piaceva. A un certo punto mi disse anche una frase che sul momento non colsi: feci la faccia un po’ generica, giusto per non fargli intuire che non avevo capito. Poi il nostro fonico mi spiegò che Joey aveva detto che il brano Stop Crying era molto bello, lo vedeva come singolo di traino del disco e l’avrebbe trasmesso di sicuro nel corso del suo show radiofonico. Io non avevo capito una parola, però è stato molto gratificante!

Veniamo al fatidico passaggio su major, con Vol. 4 e i suoi testi in italiano.
Nando: Il disco precedente lo realizzammo con la Ultimo Piano Records, che aveva certi legami con la Sony – francamente ora non ricordo di quale natura fossero. Poi la Ultimo Piano fu, credo, acquisita dalla Sony e a quel punto il titolare della label ci propose di entrare nel roster Sony, ma a condizione di fare un album cantato in italiano. E qui sono iniziati i guai: ho un ricordo pessimo di quel disco, a partire dalla costruzione dei testi – che io personalmente odio – passando per la registrazione, visto che ci veniva chiesto un suono pulitissimo e radiofonico. Tutte cose anche sensate, per certi versi, ma per noi generarono un disastro. Non a caso Fabio Furlan all’indomani della registrazione ci lasciò dicendo che non si riconosceva più in quella situazione.
Sebi: Dopo qualche tentativo di fare noi dei testi in italiano – disastroso – ci facemmo persuadere a lasciare scrivere i testi a qualcun altro. Infatti sono di Annibale Bartolozzi, che era il nostro discografico di allora. L’idea era che i testi stessero metricamente sulla nostra musica, che virava un po’ sul beat per l’occasione: non ci dispiaceva affatto fare un disco beat anni ’60, anche se poi comunque avevamo sempre la mano pesante e punk. I testi lì per lì ci sembrarono accettabili, ma col tempo abbiamo decisamente cambiato idea e li abbiamo un po’ rinnegati, anche se il povero Bartolozzi – pace all’anima sua, visto che è mancato – aveva fatto un buon lavoro, ma non si adattava al nostro sound.
Nando: Su Vol. 4 c’erano aspettative e l’etichetta ci spinse a fare le cose in una certa maniera. In pratica è stato rovinato un disco che poteva essere grandissimo. Secondo me dal punto di vista musicale è ottimo: le canzoni sono belle, ma fatte in italiano e suonate tutte pulitine come ci hanno spinto a fare sono snaturate. Se l’avessimo suonato alla Senzabenza, coi testi in inglese e il nostro suono tipico, sarebbe venuto fuori un discone. Uno dei miei sogni sarebbe riregistrarlo completamente, come vogliamo noi, rifacendo i testi in inglese e con la maturità artistica di adesso.

Ma con l’ingresso nel mondo della major per voi cosa cambiò?
Nando: Nulla. Il disco venne distribuito come le major facevano con i prodotti delle band su cui avevano deciso di non investire: una copia o due in ogni negozio di dischi, capillarmente, ma quando il negozio vendeva quella copia, finiva lì. Praticamente nessuna distribuzione, eccettuata quella minima iniziale, che si fa sempre. Non siamo mai riusciti a vivere di musica. Diciamo che nel ’95 – anno top per noi: Gigius aveva venduto tanto, giravamo parecchio ed eravamo una band di una certa importanza – avevamo iniziato a prendere dei discreti cachet ai concerti, però non siamo mai arrivati a poter dire «faccio solo il musicista», assolutamente. Anzi, sinceramente non ci siamo andati neanche vicino.
Sebi: I Senzabenza sono sempre stati un’attività collaterale nelle nostre vite.

Foto: Enrico Berardi

Dopo Vol. 4 incideste Uppers e poi c’è un buco di 14 anni (2003-2017) nella vostra discografia. Cosa è successo?
Sebi: In tutto quel tempo abbiamo fatto dei concerti di tanto in tanto; non ci siamo mai sciolti, però eravamo un po’ demotivati rispetto al pubblicare materiale nuovo. Dopo l’esperienza deludente di Vol. 4 ci dicemmo «torniamo al nostro sound» e così nel 2003 uscì Uppers. Ma avemmo l’impressione che fosse finito il momento del punk melodico, forse era passato di moda… non so. Prendemmo anche una mezza fregatura col discografico, per cui ci parve tutto uno sforzo vano e lasciammo perdere. Dopo 14 anni però ci tornò la voglia di registrare: eravamo liberi da tutto e da tutti, in più nel frattempo Max, il nostro batterista, si era creato un bello studio di registrazione per cui tutto era diventato comodissimo, cosa che ci ha fatto tornare a incidere con la massima tranquillità. E da lì è ripartito un po’ tutto, registrando Pop from Hell.

Pop from Hell è un disco con un bassista diverso in ogni pezzo: come mai?
Nando: All’epoca eravamo senza bassista e mi venne un’idea geniale: perché non fare suonare in ogni canzone un ospite, un nostro amico? Appena abbiamo iniziato a chiedere in giro abbiamo ricevute adesioni… la risposta, a chiunque chiedessimo, era un sì entusiasta. Così abbiamo messo in piedi la cosa.

Il vostro ultimo album, Godzilla Kiss!, è uscito nel novembre 2019, alle pendici della pandemia. Come state vivendo la situazione?
Nando: Al momento vedo difficilissima la situazione per gruppi come i Senzabenza. Noi, ad esempio, veniamo da Latina: le situazioni in cui suonare dal vivo sono quasi sempre distanti da casa e comportano spese importanti per spostarci. Abbiamo visto che a settembre-ottobre, quando qualcosa si poteva fare live, c’erano regole molto stringenti che riducevano la capienza dei posti… per cui diventava difficile garantire un cachet adeguato, in una situazione del genere. E noi non possiamo girare a certe condizioni, quindi la vedo davvero difficile.
Sebi: Vorremmo tornare a promuovere l’album nuovo, pandemia permettendo, perché è un bel disco e ci abbiamo creduto tanto. In ogni caso ho del materiale nuovo che ho già fatto sentire agli altri, quindi ci lavoreremo. L’obiettivo per ora è fare uscire un pezzo nuovo e poi magari verso l’estate – se possibile – vorremmo suonare live. Se non si potrà, registreremo cose nuove.

Cosa cambiereste, potendo, nella storia dei Senzabenza?
Nando: Col senno di poi – vedendo ciò che è successo col punk, coi Green Day e l’esplosione di quelle sonorità – credo che col talento che ha Sebi nel comporre le canzoni, se avessimo avuto la percezione di ciò che sarebbe successo e le palle per farlo, avremmo dovuto mollare tutto e andare negli Stati Uniti a suonare per cercare di farci notare da qualche etichetta tipo Lookout. Ripeto: con il talento di Sebi nel songwriting, poteva funzionare. Magari non avremmo raggiunto le vette dei Green Day, ma penso che avremmo potuto diventare una band importante, come magari lo sono stati gli Screeching Weasel o altri di quella levatura. Secondo me la potenzialità c’era tutta.

Un ricordo bello di questa lunga cavalcata firmata Senzabenza…
Nando: C’è una giornata che ricordo al contempo come la più bella e la più dura dei Senzabenza… quella del nostro live al Bloom nel 1995. Facemmo sold out, ma un sold out vero con la gente fuori che non riusciva a entrare; mi pare ci fossero i Crummy Stuff di supporto, Seby dei Derozer fece un pezzo con noi sul palco e ci divertimmo tantissimo… fu una giornata esaltante. Però nel viaggio di ritorno verso Roma – dove dovevamo suonare al Circolo degli Artisti con I Bugiardi – facemmo la litigata storica della rottura definitiva con Paolo Cavalcanti, che cessò così di essere il nostro manager. Col senno di poi penso che forse non rifarei quella litigata, potevamo anche chiudere un occhio, però si erano accumulate una serie di cose che alla fine hanno portato alla chiusura del nostro rapporto.
Sebi: La volta in cui la mamma di Fabio Furlan incontrò Johnny Ramone e lo avvicinò come se stesse andando a presentarsi a un impiegato del Comune… (ride). Gli diede la mano dicendo: «Piacere, Bruna Casolari». Eravamo nel backstage di un concerto che facemmo insieme ai Ramones, noi aprivamo, e la signora era lì con noi, con il pass al collo.

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