Home Musica Interviste Musica

Senza i Wipers non ci sarebbero stati i Nirvana

Quarant’anni dopo l’album di debutto, il cantante Greg Sage racconta la storia di una delle band più influenti del rock del Nordovest. «Ci hanno insegnato tutto quello che sappiamo», ha detto Kurt Cobain

Greg Sage e i Wipers nel 1986

Foto: Frans Schellekens/Redferns/Getty Images

Nel 1978, fra il pubblico del primo concerto dei Wipers nella loro città, Portland, c’era un quindicenne di nome Jerry Lang. Quando i musicisti salirono sul palco, non ne fu particolarmente impressionato. «Non erano punk alla moda», ricorda. «Niente capelli strani, né spille da balia. E difatti la gente non ci fece granché caso». Quando comunicarono a suonare, però, fecero il botto. «Non avevano canzoni, ma bombe». Da quel momento, lui c’era ogni volta che i Wipers suonavano in città. Nel giro di un paio d’anni, scelse un nuovo nome, Jerry A, e fondò i Poison Idea.

Qualche anno dopo, i Wipers sconvolsero la vita di altri due teenager, questa volta di Seattle. Steve Turner e Mark Arm erano riusciti a mettere le mani sul secondo album del gruppo Youth of America e ne adoravano il suono grezzo. Andarono a vederli suonare nel 1984. «Che intensità», ricorda Turner. «Sul fronte del palco c’era Greg Sage che diceva una singola frase prima di ogni canzone. Dietro c’era il bassista. Se ne stava immobile, ma tirava fuori un suono pazzesco». Quell’anno, Turner e Arm fondarono i Green River, ispirandosi anche ai Wipers. Nel 1988 sarebbero nati i Mudhoney.

Nel 1990, il sostenitore più infervorato dei Wipers. fece il loro nome, e solo il loro, quando un giornalista gli chiese quali band avessero influenzato il sound dei Nirvana. «Sono stati loro a dare il via al Seattle Sound, ma erano 15 anni in anticipo», ha detto Kurt Cobain. «Ci hanno insegnato tutto quel che sappiamo. Mischiavano punk e hard rock quando nessun altro lo faceva».

Nel giro di poco più di un decennio i Wipers hanno influenzato tre generazioni di gruppi punk, hard rock e grunge. «A me le classificazioni non sono mai piaciute», commenta Greg Sage, frontman, cantante e chitarrista del gruppo. «Non ci consideravano punk perché noi non volevamo essere tali. Ho sempre preferito indossare vecchie camicie di flanella, alta moda dall’Oregon. Sono sempre stato un ribelle, nel senso che ho sempre fatto l’esatto contrario di quel avrei dovuto fare per integrarmi».

I Wipers sono durati poco, ma hanno costruito una fan base fedele tenendosi lontani dal mainstream con dischi perfetti nella loro ferocia. Nel debutto del 1980 Is This Real?, Sage sembra un uomo che, nel bel mezzo di un esaurimento nervoso, si sfoga con la chitarra e cerca disperatamente di dare un senso alla sua vita. A seconda della canzone, la sua voce suona confusa, vulnerabile, tormentata. Era un alienato, sì, ma uno di quelli con cui avresti tanto voluto cantare.

I Nirvana hanno rifatto due pezzi di Is This Real?, ovvero Return of the Rat e D-7. In quest’ultima ci sono la stessa angoscia e la stessa rabbia incanalate da Cobain in Nevermind. Secondo Steve Turner, i Wipers sono uno dei tasselli fondamentali del suono dei Mudhoney tant’è che tra di loro si riferivano a No One Has come alla «canzone dei Wipers». I Mudhoney hanno persino supplicato inutilmente Sage di produrre le loro prime registrazioni. Anche Jerry A e i Poison Idea hanno reso omaggio al gruppo con una cover di Up Front, altro estratto da Is This Real?. Negli ultimi 40 anni, Melvins, Britt Daniel degli Spoon, Hole, Stephen Malkmus dei Pavement, Red Hot Chili Peppers, Yo La Tengo e Vivian Girls hanno rifatto pezzi dei Wipers, mantenendo in vita la musica del trio anche dopo che Sage si è ritirato nel 1999 (la compilation del 1992 Eight Songs for Greg Sage and the Wipers, che conteneva le cover di Nirvana e Poison Idea, ha rappresentato la porta d’accesso alla musica di Sage per il pubblico grunge).

Sage lo apprezza. «Chi è cresciuto in quel periodo poteva entrare in relazione con canzoni in cui mettevo emozioni intense. Ce le mettevo perché era così la mia vita all’epoca, ma a quanto pare anche i giovani di oggi sperimentano le stesse cose». Ora Sage ha acconsentito a ripubblicare Is This Real? per il quarantennale. L’ha fatta uscire per il Record Store Day l’etichetta Jackpot di Portland. È in vinile chiaro semitrasparente, contiene un poster e un 45 giri con quattro pezzi registrati su un 4 tracce prima delle session dell’album.

Oggi Greg Sage vive in Arizona, cura l’eredità dei Wipers tramite la sua etichetta, la Zeno Records, e parla poco. Ha fatto un’eccezione concedendo a Rolling Stone un’intervista via e-mail. Ha ignorato alcune domande («Non sono bravo a rispondere a quelle di tipo personale»), ma ha parlato con piacere del disco più importante dei Wipers.

Fin da ragazzo, Sage era affascinato dal processo di registrazione. «Sono cresciuto coi vinili», dice. «Quando ancora andavo a scuola avevo un tornio incisore professionale e lo usavo per i miei compagni. Mi ha spinto a suonare uno strumento». Pur essendo destrimano, ha imparato la chitarra da mancino. Dice di averci messo due settimane. Nel 1971, quando aveva 17 anni, ha suonato sul disco del wrestler Larry Pitchford, che usava il nome d’arte Beauregarde. Col tempo, quell’incisione è diventata un po’ il Sacro Graal dei fan di Sage. Ha formato i Wipers nel 1978 con il bassista Dave Koupal e il batterista Sam Henry. Il nome Wipers, tergicristalli, gli è venuto dopo aver pulito le vetrine di un cinema di Portland. Il primo 45 giri Better Off Dead, uscì per l’etichetta di Sage, la Trap. È stato inciso nello spazio prove del gruppo con un registratore a 4 tracce.

L’idea era fare altrettanto con Is This Real?, ma lo convinsero a registrarlo in una vera sala d’incisione alla fine del 1979. «Quella volta ho capito che nel mondo della musica non puoi sempre fare le cose come vorresti». Dirà poi che lo studio aveva un suono smorto e che il contratto discografico era una mezza truffa. «Mi feci la fama di pecora nera dell’industria».

Le versioni originali registrate su 4 piste pubblicate dalla Jackpot hanno effettivamente un suono meno irregimentato. Sage apprezza il fatto che le canzoni sono un documento di quel che provava all’epoca. «Gli anni tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80 hanno rappresentato un periodo di transizione, era la fine di un’epoca e l’inizio di una qualcosa d’altro. E per un sacco di gente questa cosa creava un senso di incertezza e alienazione. È da lì venivano le mie canzoni. Anche un passante riusciva a trasmettermi emozioni. Era come vedere un’aura. Io vedevo proprio immagini a colori. Era un’esperienza intensa. Avevo anche visioni del futuro e ci scrivevo su».

Uno pensa che le canzoni dei Wipers riflettano gli stati d’animo di Sage – Alien Boy e Let’s Go Away trattano il tema della solitudine, Potential Suicide accenna a una crisi di identità, Up Front e Is This Real? sembrano parlare di pessime relazioni – ma non è così. «La mia vita non somigliava alle canzoni che scrivevo, erano cose a cui potevo rapportarmi», dice. Le canzoni «parlavano per lo più di quel periodo, con un po’ di visioni futuristiche».

C’è un’eccezione autobiografica a questa regola ed è Potential Suicide. La rabbia e la tristezza nella voce di Sage mentre canta riflettono la depressione che egli stesso provava, e l’assolo di chitarra al contrario su cui cantava aggiunge un altro po’ di tormento. «L’ho scritta sarcasticamente per vendicarmi degli idioti che a scuola, riferendosi a una patologia che avevo, dicevano: se accadesse a me, mi ammazzerei. Disprezzavo quegli idioti e quella frase del cazzo più di ogni altra cosa al mondo. Era una forma devastante di bullismo. Fortunatamente non aveva alcun effetto su di me se non quello di farmi incazzare, ma altre persone potevano prendere quella frase seriamente. Ho avuto amici che si sono suicidati ed era difficile capire che cosa li avesse spinti a farlo. In alcuni casi, ero l’ultima persona con cui avevano parlato, una sensazione decisamente strana».

Sage dice che D-7, col suo ritornello sulla settima dimensione, deriva da un’esperienza fuori da questo mondo, ma non aggiunge altro. Si limita a dire che «la mia vita era un libro di fantascienza». Anche gli amici erano fonte di ispirazione. Pezzi come Alien Boy derivano da una conversazione avuta con un tizio chiamato James “Jim Jim” Chasse. Era schizofrenico. È morto mentre era sotto custodia della polizia nel 2006 (è oggetto del documentario Alien Boy: The Life and Death of James Chasse). «Gran parte delle canzoni vengono da storie specifiche», si limita a dire Sage.

A Sage è sempre piaciuto coltivare un’aria di mistero. Fin dall’inizio non voleva fare interviste, né promozione. «Volevo fare qualcosa di radicalmente diverso: volevo essere ascoltato, ma non visto. Volevo essere misterioso». Questo desiderio non ha fatto altro che alimentare la sua leggenda.

Steve Turner ricorda che dopo il concerto dei Wipers a Seattle, Sage sembrava un outsider. «Finito il concerto, se ne stava da solo fuori dal Metropolis, appoggiato a un muro a rimuginare». Jerry A paragona Sage a un poeta francese. «Lo immaginavi come un grande timido o forse un genio. A me è sempre sembrato uno che la sa più lunga di me. Era dolce e affettuoso, ma aveva quell’aria distaccata».

Sicuramente a Sage piaceva essere diverso dagli altri. Is This Real? era diviso in due parti chiamate Pos e Neg perché, spiega, «lato A e lato B erano troppo tradizionali». Gli piaceva anche il fatto che i Wipers provenissero dal Nordovest degli Stati Uniti e non da una scena più nota. «Alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80, la gente alla moda considerava Portland una città di taglialegna. C’erano collaboratori che ci supplicavano di dire che eravamo di San Francisco o di New York, ovunque tranne che Portland. E invece quello era un posto fantastico dove crescere».

«Il fatto che venisse dalla mia città m’inorgogliva», dice Jerry A. «Prima di Is This Real? parlavo dei Wipers alla gente con cui scambiavo nastri e dischi, e non capivano. Quando è uscito l’album ho pensato: finalmente capiranno. È un disco perfetto».

In quanto ai concerti dell’epoca, Sage rammenta solo che «erano scatenati». Jerry ha ricordi più nitidi: «Erano sudati, bollenti e rumorosi. Greg aveva l’aspetto di un rocker con bandana e giacca di pelle malandata. Il bassista, Dave, aveva baffi, pantaloni a zampa d’elefante e stivali da cowboy. Se ne stava lì in piedi con un aspetto assolutamente figo, tipo uno dei Birthday Party [il gruppo post punk australiano], come Tracy Pew, ma non altrettanto elegante. Sam era un batterista incredibile, sapeva suonare qualunque cosa. Era, tipo, un batterista jazz, era fantastico. Sapevano il fatto loro. Suonavano punk-rock, ma era qualcosa di più. Era punk rock come lo erano i Sonics o gli MC5».

Nel giro di un anno il sound dei Wipers si è evoluto e Sage è rimasto l’unico membro originale. Henry ha lasciato per unirsi a Rats e Napalm Beach, Koupal ha suonato nel secondo album, il più caustico Youth of America del 1981, per poi trasferirsi nell’Ohio. Sage ha pubblicato altri nove dischi a nome Wipers e come solista (il suo preferito di sempre è per inciso Follow Blind del 1987) prima di mollare tutto dopo l’uscita del 1999 di Power in One dei Wipers.

«I tempi erano cambiati, le persone erano cambiate», spiega. «Era difficile scrivere nel modo a cui ero abituato. Non sono stato costretto a mollare la musica, l’ho voluto io. Sentivo di aver fatto abbastanza per 20 e passa anni. La cosa migliore da fare la mia salute mentale era smettere piuttosto che continuare a battagliare per mantenere l’indipendenza».

Oggi Sage è ossessionato dalle prime canzoni del gruppo K-pop dei Day6. «Li ho intercettati per caso poco prima del loro debutto, quand’erano adolescenti. Credo che qualcuno mi abbia mandato una e-mail per segnalarmeli. Non è facile trovare band che siano giovani, come lo ero io quando ho cominciato con la musica, e che abbiano talento e sappiano scrivere canzoni uniche. Ho sempre pensato che la musica moderna fosse una cosa da giovani, intendo dire pionieri che portano nuove idee ed emozioni. Ma ahimè sta diventando un’arte dimenticata».

Sage non fa più musica, ma la sua eredità continua a vivere. «Se Greg segue il suo cuore, è felice e non ha rimpianti, ben per lui», commenta Jerry A. «Penso che probabilmente sia felice e onorato che la gente scopra le sue cose. Is This Real? è la fotografia di un periodo storico. Greg dovrebbe essere orgoglioso di quello che ha fatto».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

Altre notizie su:  Wipers