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Selena Gomez: «Ho messo alle spalle ansia e depressione»

In occasione della possibile nomination ai prossimi Grammy, la cantante racconta l'album ‘Rare’ e spiega come ha superato gli attacchi di panico dovuti al lupus

Selena Gomez

Foto: Sophie Muller

I vent’anni di Selena Gomez sono stati costellati da problemi pubblici e privati. Mentre lavorava al secondo album Revival (2015) le è stato diagnosticato il lupus, una malattia autoimmune. Alcune complicazioni della patologia, tra cui attacchi di panico, ansia e depressione, l’hanno costretta ad accorciare il tour del 2016. L’anno dopo ha fatto un passo indietro ed è sparita, rivelando successivamente di aver ricevuto un trapianto di rene.

Stare lontana dal mondo della musica le ha fatto bene. Negli ultimi anni, l’ex star della Disney si è fatta le ossa come produttrice televisiva (13 Reasons Why, Living Undocumented) e ha registrato una serie di apparizioni di successo in brani di Ozuna e Kygo. Nel frattempo, cercava di trovare il coraggio per pubblicare Rare, il suo terzo disco, un’opera divertente e potente che potrebbe farle vincere il primo Grammy. Nonostante quel che ha passato, è ottimista: «Le mie canzoni migliori devono ancora arrivare».

Hai pubblicato Rare a gennaio, poche settimane prima che la pandemia arrivasse negli Stati Uniti. Come sono cambiati i tuoi piani?
Quando l’album è uscito sono riuscita a godermelo. Poi come per tutti è stato triste. Per quanto riguarda la strategia, abbiamo deciso di mettere fine al ciclo promozionale, non saremmo stati in grado di fare nulla per il resto dell’anno. Ho pubblicato Boyfriend, tecnicamente è l’ultimo singolo. Quello che stava succedendo era molto più importante. Sono molto orgogliosa di quella canzone, ma non me la sono goduta.

L’album è uscito a quasi cinque anni di distanza da Revival. Quando hai iniziato a scrivere e registrare sul serio?

All’inizio giocavo. Non volevo fare necessariamente un album, volevo solo sperimentare e scrivere con persone che mi piacevano. Questo è successo tre anni fa. Non ero particolarmente ispirata, lavoravo al progetto e poi smettevo di continuo. Mi sono ritirata per un po’, e quando sono tornata… non so cosa sia successo. Ho ascoltato una canzone che si chiamava Rare e in quel momento ho capito che avevo iniziato un altro disco e che quello sarebbe stato il titolo.

Da quel momento in poi ho fatto in modo di scrivere canzoni su trasformazioni, vulnerabilità, sofferenze d’amore. Mi sembrava che il materiale fosse buono, ero contenta. E credo che essere più coinvolta mi abbia dato sicurezza. Ho preso il controllo.

E che cos’è il controllo per te? 

Ho fatto l’album senza coinvolgere granché il mio team, l’A&R o l’etichetta. Ho controllato il materiale che gli veniva mandato. Sono stata io a decidere di pubblicare Lose You to Love Me e Look at Her Now in contemporanea. All’inizio erano nervosi, avevano paura di sprecare una delle canzoni. Ma sapevo da subito che Lose You to Love Me sarebbe andata meglio, me lo sentivo nel cuore.

Volevo che il pubblico pensasse che avevo fatto un viaggio e che quella fase era finita. Non voglio che la gente mi veda solo come triste e col cuore spezzato. Non lo voglio più. Voglio che la gente sappia che ho vissuto qualcosa di reale, e che quella parte di me è finita.

Sembra che ti sia circondata di un gruppo affiatato di autori e produttori. Julia Michaels e Justin Tranter hanno avuto un ruolo davvero cruciale: com’è nato questo legame? 

Ho passato anni a pensare a cosa dire e cosa fare. Non avevo paura, ma non sapevo se avevo il diritto di dire qualcosa. Temevo che potesse creare polemiche, volevo andare sul sicuro. Appena ho iniziato a lavorare per Interscope, nel 2014, ho ascoltato Good for You, che avevano scritto Justin e Julia. Me ne sono innamorata. Parlava precisamente di quel che provavo: mi sentivo un po’ più donna ed ero a mio agio con me stessa, non avevo paura di esplorare queste cose ancora più in profondità.

Ho iniziato a lavorare con un gruppo specifico di autori con Revival. Mi piace collaborare con persone nuove, a volte, ma tutto va meglio quando lavoro con un gruppo fisso. Io e Julia siamo legate da esperienze di vita simili ed è una cosa importante. Sono diventati la mia famiglia. Adesso lavoriamo insieme senza fare alcuno sforzo. Entriamo in studio e ci sentiamo sicuri. Ci vogliamo bene. Faranno parte della mia vita per sempre.

Questo articolo è stato tradotto dall’edizione speciale di Rolling Stone US dedicata ai Grammy.

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