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Se vi piace Alicia Keys, dovete ascoltare H.E.R.

La cover band col padre, lo studio dei grandi del soul e dell’r&b, le pressioni sulle artiste donne. Gabi Wilson racconta la sua ascesa e la sua diversità

H.E.R. nel backstage del Dodger Stadium di Los Angeles

Foto: Samuel Trotter per Rolling Stone

Ben prima di assumere il nome d’arte H.E.R., Gabi Wilson era già instradata verso la celebrità. Da bambina cantava nella cover band del padre, a 10 anni è apparsa al Today Show interpretando If I Ain’t Got You di Alicia Keys, a 14 ha firmato un contratto discografico. Le sue prime canzoni come H.E.R. hanno rivelato una multi-strumentalista e autrice alternative r&b nella tradizione di Alicia Keys e di Prince, dotata di un meraviglioso controllo vocale. Con cinque nomination ai Grammy nel 2019 e un nuovo album in uscita all’inizio di quest’anno, a soli 22 anni H.E.R. è sulla buona strada per realizzare tutto il suo potenziale. «Ho investito un sacco di tempo e lavoro in questa cosa», dice. «Sono felice che le cose stiano accadendo».

Com’è stato il percorso che ti ha portata da bambina prodigio, a diventare all’artista pienamente formata del debutto del 2016?
Una cosa è saper cantare, un’altra è essere un’artista e trovare la propria voce. Trovare me stessa: ecco l’obiettivo che mi sono prefissata fin dall’adolescenza. Ho vissuto tutto quel che vivono le ragazze, il liceo e le storie d’amore finite male, e così facendo la mia musica è diventata un po’ più poetica, più ispirata dalla poesia, diciamo. Hai presente le emozioni crude che abbiamo dentro, le cose che abbiamo paura di dire? È da quelle che sono partita. Ed è così che è nato Volume One.

Insomma, andavi al liceo e intanto cercavi di sfondare nel mondo della musica. Eri, tipo, una Hannah Montana?
Esatto! La gente mi diceva: “Allora, quand’è che diventi famosa?” oppure: “Eri tu in tv? Ma perché ci vai?”. Certi adulti venivano a dirmi che la mia musica non sarebbe andata da nessuna parte. E io intanto odiavo la routine, volevo andare in tour. In classe, durante le lezioni, non pensavo ad altro che allo studio di registrazione. Ho pregato per arrivate dove sono adesso, sono fortunata ad essere cresciuta in modo normale.

Ti piace il blues? E chi, in particolare?
Albert King, B.B. King. Sono andata a un concerto di Buddy Guy quando avevo, tipo, 7 anni. In una sala da concerto, B.B. King riusciva ad arrivare a tutti con, tipo, una sola nota di chitarra. A questo mi sono ispirata, al sentimento che prevale sulla tecnica. Mi piace anche Donny Hathaway, quanto è emozionante la sua voce, ha un timbro molto blues, molto gospel. Le sensazioni che ti dà questa musica non le puoi neanche descrivere. È musica curativa. È qualcosa che non si riesce a spiegare, lo senti e basta. Ecco com’è il blues per me.

Sei influenzata da cose moderne e pure vintage. Com’è che le hai messe assieme?
Da ragazzina ascoltavo quel che ascoltavano i miei. Mia madre adorava Whitney Houston, Mariah Carey, Mary J. Blige. Mio padre aveva una cover band e ci cantavo anch’io. Gli piacevano Parliament, Prince, Jimi Hendrix, Eric Clapton, il blues, James Brown. Crescendo, mio zio mi ha fatto sentire molto r&b anni ’90, cose tipo Jodeci e Boyz II Men. Veniva a prendermi a scuola e metteva su Drake, Weeknd, Jhené Aiko. Qualche anno dopo è uscito Bryson Tiller, e tutte queste influenze sono confluite in Volume One. Nella mia musica sono sempre io, perché comprendo tutte queste influenze, ma non si sa mai quale sound verrà fuori.

Com’è venuta l’idea della Stratocaster trasparente?
Parlando con la mia stylist. Indossavo un outfit brillante e non volevamo coprirlo. Così ci siamo dette: invece di fare una chitarra glitterata, perché non farla trasparente? È molto meglio e si abbina a qualunque capo indossi. Suonare la chitarra fa parte di me, fin da bambina. Da piccola ho visto un video di Lenny Kravitz e Prince [dal concerto Rave Un2 the Year 2000]. Ecco, quel video mi ha cambiato la vita. Vedere quella roba da rock star m’ha fatto venire voglia di suonare la chitarra.

Nella nuova canzone intitolata Anti canti di “esame su su un piccolo schermo”. È un’immagine in cui si possono riconoscere intere generazioni.
Quella canzone mi descrive bene. A volte devo ricordare a me stessa di resistere alle pressioni a cui è sottoposta un’artista di sesso femminile. La gente mi chiede perché indosso vestiti larghi. Mi dicono: sei carina, dovresti valorizzare il volto. La canzone è un modo per ricordare a me stessa che sono Anti, che sono contraria a questo genere di cose.

Nel tuo singolo Slide, YG rappa di volere una donna che cucini bacon in grembiule e stivali. È un’immagine che contrasta coi messaggi che solitamente diffondi.
Quello però non è il mio messaggio, è il messaggio di YG. Io l’ho solo messo nel pezzo. È una cosa che io non direi mai, ma lui è stato semplicemente se stesso. Ho chiesto di avere YG e ho avuto YG. È solo una canzone divertente. La gente non aveva mai sentito un pezzo leggero di H.E.R. come quello.

Hai detto che il prossimo album sarà più musicale. Che cosa intendevi dire? Più accordi, più strumenti dal vivo, cose del genere?
Esatto. Mi piace ascoltare musica con tanti cambi di accordi, fatta da musicisti che curano la qualità del suono e non da gente che si limita a prendere un loop e metterci sotto un beat. Produttori come Quincy Jones o Rodney Jerkins hanno perfezionato l’arte del mix, assicurandosi che ogni singolo strumento facesse la cosa giusta. Cercavano un feeling, non cercavano una hit.

Le tue canzoni più sexy compaiono in varie playlist per fare sesso. Che effetto ti fa?
Una volta ho fatto un meet-and-greet in Francia. È venuta una donna incinta e mi ha detto: “È colpa tua” [ride]. E io: “Oh, cavolo, mi dispiace, ma… congratulazioni!”. È una figata. Sai, faccio musica per ogni momento del giorno.

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