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Se vi piacciono Iosonouncane e Battisti, ascoltate Tōru

Si chiama Elia Vitarelli, ha 27 anni, fa musica «con foga» e ha preso il nome d'arte da Murakami. Canta di paure e insicurezze, in una nuova canzone di 'Panico'. Ecco l'intervista e l'anteprima del video

Tōru

Foto: Valentina Cipriani

Nel profluvio di singoli e dischi che escono ogni settimana è facile che alcuni titoli si perdano. A volte è un bene, sia chiaro, ma altre è un peccato e non sarebbe male avere seconde occasioni per recuperare ciò che si è lasciato indietro. Elia Vitarelli, in arte Tōru, l’occasione per il suo primo album solista Domani se l’è creata da solo: il disco è uscito ormai più di un anno fa in un periodo sfortunato – era il 28 febbraio 2020 e sappiamo tutti cosa sarebbe avvenuto di lì a poco –, ma ora il musicista e cantautore toscano ha deciso di pubblicare un EP, Domani – Studio Live Session, che ne riprende e rilegge alcune tracce dal vivo svelando un inedito, Panico, di cui vi mostriamo il video in anteprima.

«Panico l’avevo pensata come canzone di apertura dell’album, ma poi scartata perché essendo basata su campionamenti e caratterizzata da metriche serrate e atmosfere cupe e tendenti alla violenza sonora, non si amalgamava con il resto», spiega il 27enne, che qualcuno ricorderà per la militanza nei Fiori di Hiroshima. «Ora, però, mi piace l’idea di farla sentire: parlando di attacchi di panico, disturbo di cui ho sofferto, si lega comunque alle tematiche di Domani, concept nato da un’autoanalisi, in cui racconto fragilità e demoni interiori che ho affrontato per conquistare una consapevolezza nuova e la capacità di apprezzare il domani come un’opportunità, anziché viverlo come motivo di ansia».

Parla così, Tōru, al telefono da un paesino di un centinaio di anime in provincia di Pisa, dove si è trasferito dopo che il coronavirus è giunto a rovinare i suoi programmi come quelli di molti di noi. «Ho vissuto a Bologna e a Pisa, volevo trasferirmi a Milano, ma è finita che sono tornato nella mia casa natale in mezzo ai boschi», dice. Targato Pulp Dischi, il suo Domani mette in scena un pop cantautorale con una venatura rock e psichedelica, giocato su chiaroscuri e orchestrazioni e su testi riflessivi che di traccia in traccia raccontano un viaggio introspettivo attraverso stati d’animo differenti. «Dentro ci sono paure e insicurezze che ho superato non senza attraversare momenti bui», confida Elia. «E c’è una ricerca dell’altro come forma di vicinanza emotiva. Del resto, quest’album l’ho realizzato dopo lo scioglimento della mia vecchia band, in un periodo in cui ero lontano da tutto e ciò che avevo davanti era un percorso interamente da costruire». E a proposito di suono e arrangiamenti, in cui si rincorrono echi dei suoi ascolti di Battisti, Battiato, Iosonouncane, Bowie, Cure, Radiohead, Pink Floyd. «Amo i contrasti, per cui ci tenevo a usare chitarra, pianoforte e altri strumenti acustici, caldi e anche orchestrali come archi, tube, corni francesi e sax baritoni, mantenendo, però, una vena moderna, quindi cercando di sfruttare il computer per creare beat elettronici e sperimentare filtri su voci e sintetizzatori».

La passione per la musica lo ha catturato da ragazzino. Ci si è avvicinato prima ascoltando i dischi dei Genesis e di De André amati dal padre, poi strimpellando i Beatles alla chitarra e formando la sua prima band a 16 anni. «Purtroppo mi sono sempre ritrovato con persone che dicevano di voler suonare, ma che dopo non ci si mettevano davvero. C’era sempre quello che non si presentava alle prove, quello che rinviava per uscire con la fidanzata, e giù litigi, discussioni… I Fiori di Hiroshima si sono sciolti per questo. Per fortuna adesso, benché da solista, ho trovato dei musicisti che s’impegnano sul serio. Perché io con la musica vorrei camparci, la vivo in maniera professionale e la metto prima di tutto, anche prima di alcune relazioni sociali e a volte – ammetto – anche sentimentali». È fame, è urgenza, lui la definisce foga: «A volte l’esigenza di suonare mi prende così forte che non sento altro. Capita spesso di notte, magari la sera tardi mi viene un’idea per una canzone e finisco per fare l’alba. Il che per me è bellissimo, ma per chi mi sta vicino…».

Ad aiutare ci sono libri e film che diventano fonti d’ispirazione, basti ascoltare L’aquilone, pezzo ricco di immagini evocative che potrebbero uscire da un film di Fellini o di Truffaut. Senza contare quel nome d’arte, Tōru, tributo al protagonista di Norwegian Wood di Murakami. «Nei suoi romanzi c’è un dualismo tra atmosfere sognanti e un aspetto della vita più malinconico e crudo, ma essenziale, che riflette bene ciò che vorrei ottenere dalla mia musica», afferma Elia, che di recente ha anche pubblicato una traccia “sperimentale” con Lucio Leoni, Il tempo. «Essendo curioso leggo molto e di tutto: ultimamente una raccolta di racconti di fantascienza, Gli indifferenti di Moravia, Il simposio di Platone. Mentre il mio libro preferito in assoluto credo sia Il tropico del cancro di Henry Miller». Quanto al cinema, per un periodo è stato anche un mezzo di sostentamento. «Stavo in biglietteria e contribuivo alla programmazione in una sala indipendente a Pontedera: oltre a proporre film minori ma validi, si riusciva a portare avanti delle belle attività culturali, vi ho anche sonorizzato un film muto. Ma soprattutto potevo sempre entrare gratis, un sogno».

L’EP Domani – Studio Live Session è stato registrato a La Tana del Bianconiglio, studio ricavato negli antichi sotterranei in tufo e pietra della rocca di Montecchio, borgo medioevale toscano. «È strano, nonostante l’abbia scritto prima della pandemia, Domani dice molto del periodo che stiamo vivendo, di quella solitudine che ci riguarda tutti e che mai come ora abbiamo bisogno di lasciarci alle spalle», osserva Tōru, un classe ’93 che appare fuori dal tempo, contrario com’è ai ritmi rapidi della discografia odierna e animato da una convinzione: «La musica richiede dedizione e tanto lavoro, non puoi aspettarti che un campo fiorisca se non lo semini».

Le sue sono canzoni intime e personali, ma che si aprono all’universalità della condizione esistenziale umana: con delicatezza ci costringono a riflettere sulla nostra interiorità, sulle zavorre che ci tengono attaccati a terra, «sui sogni che vendiamo per qualche sicurezza in più», per dirla con l’autore. Ma al tempo stesso spronano a guardare avanti, perché «ogni fine è sempre un inizio». Pazienza se, come canta Battiato, trovare l’alba dentro l’imbrunire non è cosa da poco.

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