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Se non avete qualcuno da abbracciare, potete sempre ascoltare il disco di Laura Marling

S'intitola ‘Song for Our Daughter’ ed è perfetto per questi giorni di quarantena. «È una lettera alla figlia che non ho», spiega la musicista inglese. Per chi ama la canzone d'autore è uno degli album migliori usciti quest'anno

Laura Marling

Foto: Justin Tyler Close

Da quando usa i social con costanza, e cioè da quando è chiusa in casa come tutti noi, Laura Marling ha cominciato a ricevere messaggi dai follower. «Sono per lo più ragazze. Hanno pressappoco la mia età, ventenni o trentenni. Riconoscono nelle mie canzoni le esperienze che hanno fatto e questa cosa dà loro conforto». E così, quando s’è trattato di decidere quando pubblicare il nuovo album, Marling ha pensato a loro e ha fatto una scelta controcorrente. Non ha rimandato l’uscita come tanti colleghi, l’ha anticipata. «Mi auguro che quest’album possa regalare loro un po’ di svago, farle sentire meno sole».

Il disco s’intitola Song for Our Daughter e potrebbe essere davvero l’abbraccio di cui hanno bisogno le fan che scrivono a Marling, e non solo loro. Composto magnificamente, con un gusto classico che non sconfina mai nell’imitazione, Song for Our Daughter è una raccolta di canzoni folk contemporanee che sembrano scritte apposta per questo strano tempo sospeso. È come sentire una sorella maggiore che dispensa buoni consigli alla minore. Si riemerge da questi 40 minuti scarsi col morale sollevato e fischiettando l’ultima canzone, For You. Marling l’ha scritta pensando a uno dei grandi melodisti della storia del rock, Paul McCartney. «Sempre stata lennoniana. Consideravo McCartney leggero, sdolcinato. Poi l’ho ascoltato con attenzione. Quanto m’ero sbagliata».

La figlia a cui fa riferimento il titolo non esiste. Song for Our Daughter è frutto dell’istinto materno che Marling sente per la prima volta ora che ha 30 anni. «Quest’album è una lettera alla figlia che potrei avere o anche a me stessa quand’ero più giovane. Dico a questa figlia immaginaria che deve trovare un modo per ricomporre la sua identità. Mi riferisco alla frammentazione del sé in senso psicologico, alla necessità di integrare le parti di sé dissociate da un’esperienza traumatica. È una cosa che vedo specialmente fra le donne che lavorano nel mondo della creatività dove si è particolarmente vulnerabili».

Marling ne sa qualcosa. Ai tempi dell’esordio Alas, I Cannot Swim era una diciottenne prodigio. Due anni dopo, grazie a I Speak Because I Can guadagnava paragoni con Nick Drake e Joni Mitchell. Mentre i media impazzivano per questi dischi, lei ingaggiava una battaglia con insicurezza e approfittatori. «Mai avuta grande autostima», ammette, «e come se non bastasse non riuscivo a mettere paletti oltre ai quali non fare andare le persone che volevano prendere, prendere, prendere da me. Questo nuovo è il disco che avrei voluto ascoltare da ragazza».

Song for Our Daughter è anche uno degli album meno ego-riferiti di Laura Marling, una raccolta di storie che rilanciano suggestioni prese da Leonard Cohen (in Alexandra c’è un po’ della Alexandra Leaving del canadese) o dal Graham Green di Fine di una storia. «Le canzoni che scrivo in tour le riconosci, perché in quel momento mi chiudo nel mio mondo interiore. Queste le ho composte a Londra dove sono tornata per studiare psicanalisi e dove ho cominciato ad osservare le altre persone, le loro relazioni, indovinarne i sentimenti. Quand’ero più giovane m’interessavano solo le mie emozioni, non quelle degli altri. Ero ossessionata dall’idea di integrità, ma era una forma di narcisismo».

Foto: Justin Tyler Close

Il disco di Marling è una bella anomalia in un mondo di pezzi pop somiglianti a vignette appariscenti. Il suo stile radicato nella tradizione dei folksinger inglesi e americani trova in Song for Our Daughter una sintesi avanzata basata sulla semplicità e il massimo effetto ottenibile con una buona melodia, accordi non scontati, un eloquio originale, armonie ottenute attraverso la moltiplicazione della voce della cantante e arrangiamenti per archi scritti da Rob Moose, l’uomo che tutti cercano quando si tratta di far suonare un disco di cantautorato in modo raffinato e senza apparire pretenziosi. «Da quando mi sono nuovamente trasferita a Londra, ho allestito uno studio nel seminterrato. Ho lavorato lì, curando le canzoni dei minimi dettagli».

Marling ha la capacità di evocare mondi anche solo cambiando l’accordatura della chitarra acustica e difatti su Instagram sta facendo delle cose chiamate Isolation Guitar Tutorials in cui spiega le accordature aperte che utilizza. «Quando accordi in modo diverso la chitarra ti si aprono dei mondi. È come vedere le cose da un nuovo punto di vista». Un’altra cosa che Marling fa benissimo è cantare. Cambia registro all’interno di una stessa canzone, pronuncia parole in modo inusuale per enfatizzarne il senso. «È una cosa che ho imparato esibendomi dal vivo. È come se il canto scivolasse dolcemente nel parlato».

Abituati come siamo a performance vocali manipolate digitalmente, il canto così spudoratamente diretto di Marling può sembrare grezzo e imperfetto. Ma ci si abitua presto e anzi si finisce per apprezzare la presenza così reale della sua voce. «Uso quasi sempre la prima o la seconda take», racconta ed è una cosa da non credere visto che Song for Our Daughter è pieno di performance notevoli. «Tengo la traccia vocale asciutta, non aggiungo delay, né riverbero. E tengo la voce davanti. È questo che trasmette quella sensazione di immediatezza. L’ho imparato da Bill Callahan. È come se la voce t’entrasse dritta in testa».

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