Home Musica Interviste Musica

Scott Weiland, l’intervista mai uscita

Nel 2004, con il disco dei Velvet Revolver al numero uno, il frontman ci parlava degli Stone Temple Pilots e del suo rapporto difficile con la droga

Scott Weiland in un frame del video "Modzilla"

Scott Weiland in un frame del video "Modzilla"

«Sono stufo di parlare di eroina e cocaina», diceva Scott Weiland a Rolling Stone nel 2004. «Sono stufo di parlare di come ci si sente nei sedili posteriori di una macchina della polizia». Rolling Stone ha girato per il Midwest sul tour bus dei Velvet Revolver, che avevano appena raggiunto la posizione numero uno sulla Billboard 200 con il loro album di debutto.

Weiland era magro e nervoso, ma a suo agio quando parlava di Dungeons and Dragons. Ha ricordato quello che succedeva nella provincia dell’Ohio, quando un giorno di neve significava una giornata intera di giochi di ruolo. Ma la conversazione, come tutta la sua vita, tendeva sempre a parlare di droghe e dipendenze.

Quello che segue è un estratto mai pubblicato da quell’intervista.

Gli Stone Temple Pilots non hanno mai ricevuto buone recensioni fino all’uscita di Interstate Love Song
Sì, quel singolo ha funzionato molto bene. La cosa divertente è che più le recensioni erano positive, meno dischi vendevamo. Eravamo una band facile all’inizio, ma poi abbiamo iniziato a sperimentare sempre di più. Ci annoiava il rock semplice, abbiamo iniziato ad ascoltare pop music molto scura e a provare cose differenti. Era un momento in cui odiavo davvero il rock. I nostri gusti erano cambiati e la nostra palette si era espansa, ma così una parte del nostro pubblico più terra terra, quello degli stati centrali, si era staccata. Col tempo capisci che la maggior parte della gente che compra i dischi non vive nelle grandi città. Eravamo diventati un po’ troppo sofisticati, volontariamente.


Se dovessi fare ancora quei dischi, cambieresti…
Non cambierei nulla. Ma molto di quello aveva a che fare con i miei esperimenti con le droghe, che poi diventò la mia dipendenza. Le droghe vanno bene per un po’, fino a quando si parla di creatività e di aggiungere un qualcosa. Quello che regala è l’oggettività.

Come?
Ogni volta che vuoi fare qualcosa di diverso come artista, è qualcosa di spaventoso, soprattutto quando hai un sacco di successo. Quando raggiungi un sacco di gente, la massa, è facile rimanere in una tracciato, sai? Soprattutto quando stai facendo un sacco di soldi e sai che c’è una formula, è facile rimanere in quel solco. Ma quando ho iniziato a sperimentare con l’eroina, ho scoperto di avere un senso di oggettività. Potevo intellettualizzare il modo in cui guardavo la mia musica e prenderne le distanze. Toglieva la parte di paura, così ho potuto rischiare di più ed esplorare. Come dire, partire per un viaggio sonoro.

Ma ci deve essere un aspetto negativo.
Quando abbiamo iniziato a sperimentare con le droghe è stato quando abbiamo iniziato ad avere successo come band. E io a lavorare molto sul mio disco solista. Ma quello che è successo alla fine è che più mi buttavo sulle droghe, più diventavano una dipendenza e un appoggio psicologico. Mi hanno sopraffatto e ho perso la capacità di provare emozioni. Ho cominciato a sentirmi come se ci fosse una coperta sul mio cuore. C’è stato un periodo in cui io e gli Stone Temple Pilots non facevamo musica – non andavamo d’accordo per niente. Ma avevo il mio studio, quindi scrivevo e registravo un sacco di musica. Ma qualcosa mi diceva di non pubblicarla. Era un flusso di coscienza; era intelligente, ma non aveva sostanza. Abbiamo fatto No. 4 – che non è stato il nostro miglior disco, ma in cui ci sono alcuni momenti davvero belli. Sour Girl è su quell’album, e probabilmente il pezzo più emozionante è su Atlanta. C’erano almeno 11 o 12 pezzi su quell’album e almeno cinque di questi erano davvero forti. E poi, ovviamente, è arrivato il momento in cui sono andato in prigione.

Che cosa hai imparato da quell’esperienza?
Ha portato a oltre due anni di vita completamente pulita. È stato quando ho imparato a tenere insieme la mia vita. Un sacco di artisti che sono dipendenti hanno questa paura di non essere in grado di scrivere se non fanno uso di droghe. Io non ho questa paura – è molto più facile per me arrivare alle mie emozioni adesso. Ho un disturbo bipolare e ho un sacco di sbalzi d’umore già di mio – ho a che fare con queste cose quotidianamente, in ogni caso. Per quanto riguarda la esibizioni, stare su un palco quando sei fatto non è una bella cosa. Ma l’eroina è probabilmente la cosa peggiore per la voce – ti asciuga la gola. Ogni volta che mi facevo in tour, perdevo la voce per due settimane.

Da dove arriva la rabbia nei tuoi testi?
Non voglio farmi mettere in un angolo. Ogni volta che mi sento schiacciato, vado all’attacco. La mia reazione istintiva è di colpire. Sul palco c’è un personaggio diverso: ha tutta una sessualità dark che è completamente diversa da me. Sai, non lascio che nessuno sappia chi sono davvero.

Come definisci il tuo successo con i Velvet Revolver?
Con due risposte: quanto è grande la mia prossima casa e quando sono felice ogni giorno quando mi sveglio. Se non avessi dovuto lavorare così duramente per cambiare, non sarei l’uomo che sono adesso. Amo mia moglie, amo i miei figli, amo la mia vita di oggi.

Altre notizie su:  scott weiland