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Scott Ian: “For All Kings”, gli Anthrax e il loro rapporto con i distillati

Il nuovo disco di uno dei Big Four del thrash metal assieme a Metallica, Slayer e Megadeth è uscito il 26 febbraio e rappresenta, in alcune canzoni soprattutto, un lavoro sulla crescita personale

Anthrax, Scott Ian - Foto via Facebook

Anthrax, Scott Ian - Foto via Facebook

Il 26 febbraio è uscito l’undicesimo album degli Anthrax, una delle quattro band del Big Four del thrash metal assieme a Metallica, Slayer e Megadeth. Se i cinque di New York hanno sempre avuto meno fortuna rispetto ai loro omologhi californiani, a distanza di 30 anni si dimostrano essere quelli più in forma creativamente. For All Kings è infatti un album eccezionale che finalmente rende giustizia ad una band che ha dato tantissimo alla scena metal grazie all’eclettismo culturale di Scott Ian, principale compositore degli Anthrax assieme al batterista Charlie Benante.

Da sempre Scott non ha mai perso occasione per condividere con il suo pubblico l’amore per i fumetti o generi musicali che con il metal un tempo sembrava non dovessero mai mischiarsi, vedi l’hip hop della Def Jam o, ancora peggio, True Blue di Madonna. Non è quindi a caso che lo Smithsonian gli abbia dedicato un breve tributo alla band di New York riconoscendogli un ruolo in quel grande melting pot musicale che sono stati gli ultimi anni ’80.

Mi sono incontrato con Scott poco prima della sua visita al Museo Branca di Milano per parlare di For All Kings, della sua passione per gli amari italiani, e di hip hop.

Ho appena ascoltato il nuovo disco e personalmente mi piace molto di più di Worship Music, è più orecchiabile. L’impressione è di un vero ritorno alle radici ma con un sacco di melodie. Sapere che avreste avuto ancora Joey Belladonna nella band quanto ha contribuito a questo risultato?
Non è facile descrivere un proprio disco, per me dal primo all’ultimo fa tutto parte degli Anthrax, ma sicuramente i pezzi di For All Kings sono migliori della maggior parte della nostra produzione. Avere una line up stabile ha sicuramente aiutato moltissimo, sai benissimo cosa è successo con il disco precedente [Dan Nelson, all’epoca voce per gli Anthrax, li mollò, o fu cacciato, a pochi mesi dall’uscita di Worship Music – nda]. Quando io e Charlie abbiamo iniziato a lavorare a For All Kings, nella sala prove di casa mia in California, è stato molto importante poterlo fare sapendo esattamente come sarebbe stata la band, e quindi il cantante, che lo avrebbe inciso. La consapevolezza di dove stavamo andando e di cosa avremmo potuto fare a livello musicale ha fatto una differenza enorme a livello mentale e creativo. Oltre alla sicurezza c’era un entusiasmo che mancava da tanto, troppo tempo. Venivamo da un album ed un tour estremamente positivi per noi. Worship Music ci ha ridato visibilità, è un album che è piaciuto molto e per promuoverlo abbiamo fatto qualcosa come 300 concerti in un anno. Quindi il nostro approccio mentale era estremamente positivo per quanto concerneva il futuro degli Anthrax. Quando abbiamo iniziato a lavorare su Worship Music era una questione di “o la va o la spacca”, per For All Kings invece abbiamo avuto fin dall’inizio la sensazione di avere comunque già vinto. Grazie al successo di Worship Music non abbiamo subito pressioni, nessuna preoccupazione sul futuro, e quindi siamo stati finalmente in grado di pensare semplicemente ad essere una band e non doverci preoccupare di altre cose come il business.

Gli Anthrax non si trovavano in una condizione del genere dai tempi in cui abbiamo inciso Among the Living nel 1987. È buffo come certe fasi si ripetano nella nostra carriera. Quando iniziammo a lavorare a Spreading the Disease (1985) non sapevamo chi sarebbe stato il cantante, non ne avevamo ancora uno, e poi è arrivato Joey. Quell’album ci mise in mostra per la prima volta e grazie a questo non ci siamo più dovuti preoccupare di trovare un cantante o degli aspetti più pratico della gestione della band e abbiamo fatto Among the Living. Ecco, a distanza di 30 vedo dei parallelismi, dove Worship Music sta a For All Kings come Spreading the Disease sta ad Among the Living, un album registrato in un momento in cui eravamo contenti e potevamo preoccuparci esclusivamente di essere una band e fare quello che una band fa, musica, senza dover pensare ad altro.

Parlando di testi spicca Breathing Lightning, che è anche il vostro primo lyrics video dall’album il testo sembra riassumere la storia degli Anthrax, questa costante lotta nel cercare di trovare una situazione ideale per poi vederla andare di nuovo a rotoli…
Sì, potrebbe parlare degli Anthrax o della mia vita, o di come spesso si facciano sempre gli stessi errori e di come si cerca di correggerli e andare avanti. Gran parte dell’album parla proprio dell’andare avanti, di progredire. For All Kings rappresenta la crescita personale, di come si diventa uomini, di quanto non sia importante diventare il re in una relazione o nel tuo lavoro rispetto invece ad essere un essere umano degno. Puoi essere soltanto il re di te stesso, un adulto responsabile, e mi ci è voluto un sacco di tempo per riuscire diventarlo.

Charlie Benante ha dovuto saltare di nuovo alcune date del tour invernale per via di problemi ai tendini della mano…
Purtroppo i suoi polsi non sono più in grado di sopportare sette settimane di tour, diciamo che quattro le può fare ma non sette.

la fisioterapista per capire
cosa facevo di sbagliato si è guardata qualche nostro video su YouTube

 

Quanto – dopo quasi 35 anni di Anthrax – questo lavoro ha impattato sulla vostra salute?
Molto. Abbiamo tutti problemi alla schiena, Charlie si è dovuto far operare. Il mio collo, le mie spalle, sono quasi 9 mesi che faccio fisioterapia perché avevo dolori cronici alla spalla e al collo. Sono andato da una fisioterapista che per capire cosa facevo di sbagliato e lei si è guardata qualche nostro video su YouTube, poi sbalordita mi ha detto “hai fatto questo per 35 anni?” E io “si”. La conseguenza sono danni un po’ dappertutto perché per gran parte della mia vita mi sono trovato in questa posizione (mima la sua postura sul palco con la chitarra) e non è il massimo per il tuo corpo. Sarebbe meglio non facessi più tour però… è il mio lavoro. In un certo senso è come essere un atleta, solo che gli atleti non fanno quello io che faccio a 50 anni. Il corpo umano non è fatto per essere in grado di fare quello che faccio io una volta raggiunti i 50 anni, non dovresti più farlo. È il prezzo che paghiamo per fare il nostro lavoro. Tom Araya degli Slayer non può più fare headbangin’, lo hanno operato al collo, forse un giorno toccherà pure a me…

Non ho più sentito un album nuovo di hip hop dal 1994

Oltre alla tua musica, hai dato un contributo fondamentale alla diffusione presso un pubblico internazionale come quello del metal di alcuni aspetti culturali che erano più legati alla tua realtà locale, come i fumetti o l’hip hop, e qui mi riferisco a gruppi fondamentali come Public Enemy, Run DMC e Beastie Boys. Dopo tutti questi anni, come vedi l’hip hop oggi?
Posso dire con tranquillità che, a parte qualche grande successo, non ho più sentito un album nuovo di hip hop dal 1994. Ho iniziato a mollare il rap quando è esploso il West Coast Sound. Sono stati proprio Dre e Snoop a farmi perdere interesse…, il sound è cambiato troppo per me. Non è che io odi quella musica, oggi posso tranquillamente ascoltare The Chronic ma all’epoca, 20 anni fa, ero attratto da roba più aggressiva. I miei preferiti erano Public Enemy, Run DMC, Eric B and Rakim, Beastie Boys e N.W.A. e il sound californiano di fine anni ’80, il gangsta rap, cazzo se mi piaceva. Quando negli anni ’90 è diventato più tranquillo mi ha stufato. E quando poi è esplosa la scena newyorkese con Jay-Z ho pensato che forse ci fosse di nuovo qualcosa per me ma il sound è di nuovo cambiato e non mi toccava, non mi coinvolgeva. Io ascolto di tutto, non vado per generi. Ascolto solo ciò che mi piace senza far caso a cosa sia.

State per andare al museo del Fernet Branca. So che sei appassionato di distillati…
Abbiamo prodotto due etichette di bourbon ed entrambe sono andate esaurite. Il Fernet lo bevo dai primi anni ’90, me lo ha fatto scoprire Kirk [Hammet] dei Metallica, a San Francisco era molto popolare. Oramai sono dipendente, lo bevo ghiacciato, a temperatura ambiente, in ogni modo, io lo preferisco liscio.

A Milano sei nel posto giusto, qui c’è anche il Campari…
Lo so, lo so… lascia stare… Sono un appassionato di amari. Joe Bastianich è un mio caro amico, e lui e il suo socio, Mario Batali, lo importano negli Stati Uniti anche se, legalmente, non potrebbero servirlo. A fine pasto da loro mi fanno sempre trovare cinque o sei bottiglie di amaro da provare.

Conosci il Braulio?
Certo, è il mio preferito in assoluto ma in America è difficile trovarlo così ripiego sul Fernet che tra l’altro, sarà lo sponsor del nostro prossimo tour americano, faremo il mazzo allo Jägermeister.

Quindi un altro campo in cui competere con gli Slayer?
Esatto.

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