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Scommettiamo che il 2022 sarà l’anno degli Yard Act?

Non sono l'ennesimo gruppo post punk, ma cantastorie inglesi un po' matti, dal piglio ironico e dai testi anticapitalisti, che nell’esordio ‘The Overload’ cantano d'illusioni e ricchi ansiosi

Yard Act

Foto press

«Your freedom don’t come cheap». Bastano 20 secondi all’ascolto di The Overload per imbattersi in uno dei versi più graffianti del primo album degli Yard Act, un concept felicemente in bilico fra il suono post punk e storytelling, il cui piglio anticapitalista si incrocia alla perfezione con l’esuberanza indie. «Il capitalismo crea l’illusione della libertà», spiega James Smith, frontman della band di Leeds. «Ma in fondo siamo tutti animali, vogliamo cibo, calore, sesso, e il capitalismo ce li procura, così pensiamo che vada bene. L’intrattenimento arriva subito dopo e tutti abbiamo una tv a casa, piena di canali. La libertà non è a basso prezzo, la paghiamo in tanti modi e la domanda che ci poniamo nel disco è: come possiamo essere veramente liberi?».

Posizionati sulla piattaforma di lancio grazie a un poker di singoli che ha immediatamente trovato il favore di critica e appassionati, gli Yard Act hanno subito messo in evidenza una formula sonora impostata su ritmo e affabulazione, come se Mark E. Smith leggesse delle novelle brevi al fianco di Franz Ferdinand, Fontaines D.C. e Sleaford Mods. L’esordio è l’esito di una lunga gestazione a distanza, fatta di telefonate, mail e session passate davanti a uno schermo. Il lockdown da pandemia ha prodotto anche questo, ma proprio lo stravolgimento del consueto modus operandi ha permesso agli Yard Act di procedere in maniera diversa rispetto alle loro esperienze passate, quando ciascun componente del gruppo militava in altre formazioni locali.

«Dopo un paio di anni in cui io e Ryan (Needham) eravamo già amici, lui ha avuto bisogno di un posto in cui vivere ed ha occupato la camera da letto libera a casa mia. La storia degli Yard Act è iniziata così nel 2019, quando abbiamo iniziato a scrivere le nostre demo. Prima io suonavo in una band chiamata Post War Glamour Girls e Ryan nei Menace Beach, ma ci siamo conosciuti con la pubblicazione di uno split single. Abbiamo passato una decina d’anni girando fra le band locali e inserendoci nella scena musicale».

Centro nevralgico di questa storia è Leeds, città in cui il punk e il gothic hanno attecchito in maniera determinante e dove i due giovani musicisti hanno anche incontrato il chitarrista Sam Shjipstone e il batterista Jay Russell. Eppure Yard Act non è una vera band cittadina, ma in effetti un progetto sviluppato in buona parte online. «Forse questa forzatura dovuta al Covid è diventata una chance per essere lanciati prima a livello nazionale e poi locale», prosegue Smith. «Certo, non potevamo semplicemente attaccare la chitarra all’amplificatore e suonare, ma la pandemia ha in un certo senso forgiato quel che siamo diventati. Per me, che sono cresciuto nella bolla di Leeds, questo è un posto fondamentale per la mia formazione di musicista. Ma poi devi pensare più in grande e provare ad andare oltre. Nei miei testi c’è la vita nel nord dell’Inghilterra e in questi mesi siamo un po’ diventati ambasciatori dei nostri luoghi. Oggi però la situazione in Gran Bretagna ha avuto un’accelerazione e la Brexit ha creato un Paese diviso. Ora le distanze fisiche sono diventate meno rilevanti ma sono aumentate quelle nelle vite delle persone».

A circa un anno dal completamento, The Overload verrà pubblicato il 21 gennaio e racchiude l’anima indie, l’inclinazione punk e una radicale ironia di fondo. «L’ironia è importantissima», spiega Smith, «e il denaro porta alla corruzione, anche perché c’è pochissima gente che alla fine beneficia di cambiamenti che spesso minano anche gli equilibri del pianeta. Ma il nostro disco è anche ricco di autoironia, per esempio sul fatto di pubblicare per una major e aver bisogno di soldi per vivere le nostre vite».

Esemplare in questo senso è Rich, un brano che sfrutta un impianto sonoro quasi minimale per raccontare di un tizio che, quasi per caso, è diventato ricco. E proprio il suo nuovo stato di agio lo ha portato ad avere paura di tutto, fare cose terribili, nel timore di tornare alla vita modesta di una volta. Fra anafore, sarcasmo e linguaggio esplicito, la traccia scorre sorretta da pochi elementi in costante progressione, frutto di una scelta stilistica che punta sulla sottrazione. «Il nostro obiettivo è di non esagerare, di contenere l’espansione dei suoni, dato che ci sono tantissime possibilità perseguibili grazie ad effetti e tecnologia. L’ascoltatore si annoia velocemente, quindi ci impegniamo a non riciclare le idee nelle canzoni: proviamo tutte le possibilità a nostra disposizione e poi approdiamo alla scelta definitiva».

La band è stata collocata nel calderone molto hype del post punk, eppure la proposta del quartetto è ben più ampia e meno ovvia. Ciononostante James Smith ha poco da obiettare e racconta così la sua scoperta di questo genere: «Ascolto post punk dalla sua seconda o terza ondata, al tempo di Franz Ferdinand o Bloc Party. Ma i miei riferimenti vanno anche a Orange Juice, Fall, Gang of Four e a tutte le band di quando ero teenager ed ero in fissa nello scoprire l’ondata originale. Sono sempre stato attratto da quel mondo art rock, che per me è molto più dell’emulazione dei Joy Division. Non è come sembra a tanta gente, nel nostro suono c’è molto più di buone linee di chitarra, un basso twang e una batteria minimalista. Ci interessa fondere qualunque cosa desideriamo con lo spirito originale della musica punk, dunque tecnicamente quasi tutto può rientrare in questo genere».

E infatti negli Yard Act vi innestano il noise pop, una certa house di Chicago e alcuni elementi folk, il tutto modellato con le nuove tecnologie che sono diventate determinanti per completare il disco a distanza. Ognuno di questi elementi contribuisce a un generale rilancio del suono di chitarra e dello spirito rock, ciclicamente dato per morto e sistematicamente riscoperto negli ascolti e sui palchi. «Il rock torna sempre, perché la grande musica non possiede limiti», sentenzia James Smith. «Ma soprattutto, non esiste uno strumento che colleghi la gente come una chitarra elettrica. È la cosa più cool che ci sia, capace di attrarre i ragazzi appena la vedono, e ha una cosa speciale: non puoi ballare sul palco con un laptop o con una tastiera, ma puoi farlo con una chitarra. Nessun altro strumento può competere!».

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