Sara Bareilles: «Sono terrorizzata, ma non mi nascondo» | Rolling Stone Italia
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Sara Bareilles: «Sono terrorizzata, ma non mi nascondo»

Una chiacchierata che passa da momenti drammatici ad altri divertenti sul prossimo album ‘Good Grief’, il lutto, i discografici tonti, la salute mentale, il brutto mostro del pop, i fan del rap incazzati, lupi e vagine

Foto: Sacha Lecca per Rolling Stone US

Sara Bareilles non ha tempo per le cose che non le sembrano autentiche. «Superati i 40 anni ho deciso di liberarmi di ogni finzione. Non voglio mantenere alcuna distanza nelle relazioni, nelle conversazioni, con i fan, nella musica. Non voglio artifici. Nascondersi è facile. Sono terrorizzata, ma non mi nascondo».

Sono passati quasi vent’anni da quando Bareilles ha pubblicato Love Song, dove rispondeva ironicamente alle richieste della sua etichetta discografica (immaginate la versione millennial di You Turn Me On I’m a Radio di Joni Mitchell). Quella canzone è diventata paradossalmente una hit e le ha fatto avere due nomination ai Grammy, ma quella vita la annoiava. Si è perciò dedicata a Broadway a partire da Waitress del 2015, di cui ha scritto musica e testi e in cui ha anche recitato, e alla tv con Girls5eva in cui interpretava una delle cantanti di una girl band. Negli ultimi 19 anni ha vissuto molte vite diverse. «Siamo matrioske. Ci portiamo dentro tutte le parti di noi stesse».

Il 28 agosto pubblicherà Good Grief, il suo primo album in studio da sette anni. È una riflessione sulla perdita e sul potere della guarigione ed è accompagnato da un documentario e da un tour. Ha raccontato questi progetti in arrivo e ripercorso la sua carriera nella sua primissima Rolling Stone Interview.

Eccola quindi in una sera piovosa di inizio giugno seduta con un abito nero di velluto a maniche lunghe al Cherry Lane Theatre di New York. «Una parte di me teme che mi si veda la vagina», dice al pubblico che assiste alla conversazione e poi a un’esibizione con la chitarrista Butterfly Boucher e la tastierista Misty Boyce. «Dovesse succedere, fatemelo sapere e sistemeremo le camere. Perfetto. Grazie. Ora possiamo tornare al mio lutto».

Com’è nato Good Grief?
Nel 2020, con una cosa chiamata Covid-19. La pandemia mi ha costretta a riorganizzare la vita. Ho sempre dovuto lavorare sulla salute mentale per mantenermi equilibrata, ma ho subito un crollo, mi sono ritrovata a vivere episodi di ansia e depressione da cui non riuscivo a uscire. Ero sopraffatta dall’enormità dell’esperienza della pandemia e dal mondo che si era fermata. E poi da ciò che abbiamo visto accadere con la nostra amministrazione e nel modo in cui stavamo gestendo questa enorme crisi globale. Mi sono chiusa in me stessa. Vedevo tutti questi artisti che si davano da fare e avevano cose da dire e da creare a partire da quell’esperienza. Io invece mi sono zittita. Poi nel 2020 è morto uno dei miei migliori amici. Si chiamava Chad [Joseph], aveva un cancro ai polmoni al quarto stadio. È morto otto mesi dopo la diagnosi, lo conoscevo da decenni. Ho iniziato a prendere il Cipralex, che consiglio vivamente nel caso ne abbiate bisogno. Ci sono un paio di canzoni nel disco scritte in quel periodo che sembrano venire da un luogo disperato e solitario dentro di me. Col passare del tempo un po’ le cose sono migliorate. Ho perso un altro caro amico, Gavin Creel. Stavo e sto ancora affrontando un cammino verso la maternità molto difficile e provavo un gran dolore. Ho l’impressione che oggi ci sia nel mondo tanto dolore non elaborato. Quindi, sì, è tutto iniziato nel 2020 e continua tuttora.

Oggi si può parlare apertamente di salute mentale, ma stiamo ancora capendo come parlare di lutto. Condividere il dolore aiuta a elaborarlo. Dimmi delle conversazioni che hai avuto sul lutto e di come hanno influenzato il disco.
La cosa che ho capito è che il lutto deve essere testimoniato. Deve essere condiviso. Da solo non se ne va. Non puoi rifugiarti in un angoletto e pensare di risolverlo. Prendersi il tempo di condividere, sviscerare e anche solo riconoscersi nel proprio dolore ti trasforma. Può sembrare assurdo, ma il dolore provato negli ultimi sei anni quasi non lo cambierei. Vorrei che i miei amici fossero ancora qui, ma il fatto di averli amati e poi persi mi ha reso un’altra persona, più vicina a diventare ciò che credo dovrei essere. È strano. Il lutto ha qualcosa di miracoloso. È amore e quindi è bello. Quando ho iniziato a sentirmi meglio, e non solo grazie ai farmaci ma anche alla meditazione e alla terapia, e lavorandoci su con mio marito Joe, ho iniziato a capire meglio cosa stava accadendo. A quel punto è arrivata la musica. Buona parte di queste canzoni è nata negli ultimi tre anni.

Il primo pezzo che hai pubblicato è Home, ispirato a una conversazione di Anderson Cooper nel suo podcast con Stephen Colbert. So che hai detto che ti sembrava di aver “plagiato” la storia, ma…
Al 100%. Ma i crediti di scrittura non te li do. Hai già abbastanza soldi, Anderson Cooper (risate).

Raccontami come l’hai scritta.
Quel che Cooper sta facendo col suo podcast sul lutto è notevole. Si chiama All There Is. Ha un modo audace e coraggioso in cui parla del dolore, è una figura pubblica e si rende vulnerabile invitando gli altri in quello spazio. La conversazione con Colbert è incredibile. Adoro quei due e la dolcezza che usano nel parlare delle loro perdite mi ha colpita nel profondo. Stephen ha perso il padre e due fratelli in un incidente aereo quando aveva 10 anni. Il padre aveva 53 anni e racconta cosa ha rappresentato arrivare vivo al giorno in cui ha superato l’età del padre. Io sono fortunata, non ho ancora perso i miei, ma non riuscivo a smettere di pensarci. È un’esperienza fortissima sopravvivere a una persona a cui vuoi bene. Il tema della canzone è centrale nel disco. Dobbiamo tirare fuori e condividere quello che abbiamo dentro per poter tornare a casa. Home parla di connessione, riconoscimento, catarsi. Dobbiamo essere abbastanza coraggiosi da entrare negli anfratti bui per trovare la luce.

Stephen ha sentito il pezzo? Cos’ha detto?
L’ho fatta ascoltare nel podcast di Anderson e l’ho mandata a Stephen. Sono stati molto gentili. Penso che abbiano trovato notevole il fatto che ogni volta che butti fuori qualcosa nel mondo, non puoi immaginare cosa succeda, ad esempio che qualcuno ci faccia una canzone. È quello che ho provato anch’io quando ho visto Mia Michaels coreografare un ballo su Gravity a So You Think You Can Dance, molti anni fa. Ne ha fatto una cosa completamente diversa, non riuscivo nemmeno a crederci, non riuscivo a smettere di guardarla. È una cosa speciale. L’idea è che l’arte continua a trasformarsi, a trasmutarsi, a cambiare.

Mi piacerebbe parlare anche di Just a Kid. Puoi raccontarmi qualcosa del tuo rapporto con Chad e di come ha ispirato il brano? So che è stato fondamentale per la tua carriera.
Il testo dice tutto. Ci siamo conosciuti seduti sui gradini della UCLA. Eravamo entrambi tornati dopo un anno intero fuori: avevamo studiato all’estero, io in Italia e lui in Inghilterra. Eravamo amici, gli dicevo: «Credo che nessuno si sia accorto che non c’ero per niente l’anno scorso» e anche lui pensava la stessa cosa di sé. Siamo diventati amici molto in fretta. Era divertente, socievole, era uno che si faceva amare. Si ricordava il compleanno di tutti. Letteralmente: la cassiera del CVS gli diceva la sua data di nascita e lui la salvava nel Blackberry. Per anni, ogni anno, quella cassiera riceveva un messaggio di auguri da Chad Joseph. Molto premuroso, molto caotico. Abbiamo convissuto per anni. Abbiamo sviluppato una relazione di co-dipendenza che poi ho affrontato in terapia. Ha lasciato il lavoro per seguirmi in tour. Lavorava in un’agenzia di pubbliche relazioni e io stavo partendo per la mia prima tournée. L’ho chiamato impanicata dalla East Coast. Stavo facendo tutto da sola, era troppo e lui non poteva prendersi le ferie, così ha lasciato il lavoro ed è volato dall’altra parte del Paese e mi ha salvata, e siamo rimasti in sintonia per una decina di anni. Poi ci siamo separati professionalmente, ma siamo rimasti amici. E poi ha ricevuto quella diagnosi assurda, e io tipo: «Ma cazzo, hai 40 anni». Non ci si credeva. E poi se n’è andato.

«Sono terrorizzata, ma non mi nascondo»

L’anno scorso hai pubblicato anche Salt Then Sour Then Sweet.
Esatto. È quello che succede sulla lingua. No, non è vero, è che non riuscivo a trovare una parola che facesse rima con umami.

Il pezzo nasce dalla collaborazione con la poetessa scomparsa Andrea Gibson e Brandi Carlile. È stata anche selezionata tra i candidati all’Oscar come Miglior canzone originale. Perché hai deciso di metterla nell’album?
Ci sono persone ed eventi nella tua vita che segnano un prima e un dopo. E io sono una persona diversa dopo aver conosciuto Andrea e dopo aver partecipato al film Come See Me in the Good Light, che è questo documentario incredibile su Andrea e la sua partner Meg Falley. Ci è stata data una serie di distici e versi non finiti, e ho visto il film. Poi io e Brandi ci abbiamo lavorato, ma il testo è composto per lo più da parole di Andrea, ed è una delle ragioni per cui volevo il brano in questo disco, perché penso che quelle parole debbano stare ovunque.

E allora parliamo di Brandi, che ha collaborato con Elton John, Joni Mitchell…
Brandi è ovunque! Tutti amano Brandi!

Com’è che è così speciale lavorare con lei?
Lei è come un gigantesco “sì” al neon. Prima di tutto è una vera fan della musica. Adora le persone, è senza freni con quelle a cui vuol bene. Vuole dare attenzione alle carriere di artisti leggendari, gente come Bonnie Raitt, le Indigo Girls, Joni Mitchell. Le sostiene e ci ricorda che sono le donne che hanno plasmato una bella parte di ciò che noi oggi chiamiamo musica e arte. È innegabile e il suo amore per loro è sincero. È gentile e divertente. E ha anche una voce mica male… Ero con mio marito in Canada, in un santuario per lupi dove dormivamo in capanni vicino ai lupi. Amo i lupi, da sempre. Lì abbiamo ricevuto la demo, Brandi aveva aggiunto le sue parti vocali. Inserire la voce di Brandi Carlile nella canzone è stata una cosa meravigliosa.

Aspetta un attimo, parliamo dei lupi.
Assolutamente sì. Mi piacerebbe.

Cosa ti ha spinto ad andare là? È fantastico.
Era il suo compleanno. Cade a marzo, e io sono pessima con i compleanni, ora sto cercando di migliorare. Quindi di solito lo porto in viaggio da qualche parte. Quella volta stavamo andando verso Montréal e Québec City e lì c’è un santuario per lupi. La notte senti che ululano, è pazzesco. La mattina ci sedevamo, prendevamo il caffè e guardavamo la “tv dei lupi”, cioè dei finestroni panoramici da cui puoi osservare questi lupi assonnati.

Quanto siete rimasti lì?
Solo una notte.

Probabilmente è il massimo che uno può fare.
Non voglio che tirino dentro un cerbiatto, tipo. Non voglio quel tipo di tv dei lupi. Voglio solo sapere che ci sono, sentire un ululato e poi andare a fare shopping.

Sono d’accordo. C’è un documentario che esce insieme all’album. Mi è piaciuto molto guardarlo. Sei praticamente tu in studio con questi musicisti incredibili. C’è anche il tuo cane Louie. Momento top.
Momento top, sì.

Perché hai voluto documentare questo processo, e com’è stato per te?
Partecipare a Come See Me in the Good Light ha influenzato questa decisione. Sono rimasta colpita dal coraggio di Andrea e Meg, e da Ryan White, il regista, e Jess Hargrave, la produttrice. La delicatezza con cui hanno saputo racconta una cosa profondamente intima mi ha fatto pensare che fosse possibile. E sapevo che stavo rimandando il ritorno in studio. Come chiunque, quando smetti di fare qualcosa per un po’, finisci per perdere fiducia e inizi a sentirti irrilevante. L’industria musicale si muove velocemente. I giovani artisti mi chiedono: «Dimmi come si fa a…» e io rispondo «Non ne ho idea, scherzi? Avevamo MySpace! Buona fortuna a impazzire!». Volevo lasciarmi vedere ed ero finalmente pronta a non mettere in scena uno spettacolo per la telecamera. Sono una che recita, si sa. Ma volevo testimoniare qualcosa che sentivo sarebbe stato profondo, ed è stato così.

Si vede che sono cose che vivi in tempo reale. Sei tu la produttrice, giusto?
Diciamo che sono la produttrice del disco, ma è stato tutto basato su una vera collaborazione. Quindi condivido il credito di produzione coi membri della band che sono entrati in studio con me, e ho fatto anche alcuni brani con Aaron Dessner nel suo Long Pond Studio. Non è che fosse… non sono Lauryn Hill. Capisci cosa intendo dire? Tutti ascoltiamo quel disco (The Miseducation of Lauryn Hill, ndr) e pensiamo: lei è la migliore. Per me però c’era qualcosa di liberatorio nel riconoscere che ero in grado di prendere decisioni. Mi ci è voluto molto tempo per smettere di essere deferente, di pensare che qualcun altro sapesse fare le cose meglio di me. Faccio questo lavoro da tanto tempo, credo di essermi guadagnata il diritto di dire che so cosa mi piace. È stato un po’ come quando ho fatto il mio primo disco (Little Voice del 2007, ndr), è tutto molto artigianale. Conosco ogni dettaglio di questo album. Ho passato ore e ore, migliaia di ore su questo progetto con collaboratori meravigliosi, ma è totalmente mio. Si sente che è mio.

«Fai un tour, torni a casa, ti fermi, scrivi un nuovo disco, torni in studio, riparti in tour: è una vita che non voglio fare»

Parliamo del lavoro con Aaron e dei Long Pond. Perché hai voluto lavorare con lui?
È Brandi Carlile che mi ha detto: «Devi provare Aaron».

Sempre Brandi.
Già, tutte le strade portano a Brandi. Le avevo detto che avevo incontrato alcuni produttori, ma non avevo trovato quello giusto. E lei mi fa: «Ho lavorato con Aaron, dovresti provarlo». E io ho una casa nello Stato di New York, quindi non era lontano. Abbiamo passato un po’ di tempo insieme. Apprezzo che Aaron non imponga se stesso o la sua estetica. Cerca di creare spazio e valorizzare l’artista nella sua forma più essenziale. È gentile e delicato. Fa un caffellatte favoloso, serve vino buonissimo. Era tutto elegante e semplice, ed è stato parecchio divertente.

Tanti album incredibili sono nati a Long Pond. Qual è il tuo preferito?
Forse quello di Noah Kahan.

Bel disco.
Mi è piaciuto molto. Hai visto il documentario? Io adoro gli uomini teneri. Vorrei che ci fosse più tenerezza in generale. Possiamo essere un po’ più morbidi tra di noi? A parte i Knicks. Su quelli, avanti tutta.

Tu fai ovviamente tantissime cose: Broadway, tv… mi viene quasi fatica a elencarle tutte.
Sono stanca anch’io, a dirla tutta.

Hai questa capacità incredibile di creare cose diverse. Te le cerchi?
Non era così all’inizio. Credo che sia successo perché col secondo disco (Kaleidoscope Heart del 2010) mi sono un po’ spaventata. Dopo il tour ho iniziato a sentirmi a disagio con la prevedibilità del ciclo del musicista. E sono Sagittario, quindi mi piace quando le cose cambiano un po’. Non troppo, ma un po’ sì. Ho iniziato a sentirmi in trappola. Pensavo: ok, fai un tour, torni a casa, ti fermi, scrivi un nuovo disco, torni in studio, riparti in tour, vedo già tutta la mia vita, sarà sempre così. E non mi interessava particolarmente. Mi sono presa un anno di pausa. Avevo una casetta carina a Venice, piccola ma confortevole. Poi mi sono trasferita a New York, e quello che dico è che la versione di me stessa che ho incontrato qui è molto più interessante. Questa città ha profondità, ricchezza, varietà, arte, cibo, cultura, persone. Ne sono stata conquistata, e poi ho iniziato a lavorare a Waitress, il progetto che mi ha cambiato la vita. Non avrei mai pensato che scrivere un musical su una torta avrebbe fatto sì che la gente venisse a chiedermi: «Ah, Sara Bareilles, che stai facendo adesso?».

Una decina di anni fa hai scritto il memoir Sounds Like Me che è molto bello.
È piuttosto corto. Durante le presentazioni la gente mi diceva: «L’ho letto mentre ero in fila». E io: «Ho scritto un pamphlet».

Hai scritto in modo molto candido del successo di Love Song e di come temessi che il grande, cattivo mostro pop ti avrebbe divorata. Sono curiosa di sapere come vedi oggi quel periodo.
Oh, beh… Mi sembra quasi comico il numero di volte in cui mi sono preparata a essere consumata dalla fama. Ricordo prima che uscisse Brave. (Si rivolge al pubblico che assiste all’intervista). Ho una pagina di diario, ragazzi: «Preparati, Sara. La tua vita sta per cambiare». No, tesoro, no. Provo una grande tenerezza per quella ragazza. Penso a noi come a delle matrioske. Ci portiamo dentro tutte le versioni di noi stesse. Le archiviamo e andiamo avanti. Mi spaventava perdermi. Ero terrorizzata all’idea che potesse succedere qualcosa e che non sarei più riuscita a ritrovare un punto fermo. E molti, molti anni dopo, e con farmaci e viaggi con la ketamina e ogni tipo di roba, penso: ah, quella cosa della casa… te la porti sempre dietro. È ovunque tu vada. Sei tu la tua casa. Puoi andare ovunque, perché puoi sempre tornare. Ma ci ho messo tanto a capirlo, e non rimpiango la paura che mi portavo dentro, perché credo mi abbia spinto ad aggrapparmi alla mia vulnerabilità. Dire la verità mi fa sentire al sicuro. Da giovane mi aggrappavo a questa mancanza di interesse per l’artificio e al fatto dire la verità, quindi pensavo: vi dirò semplicemente la verità. Quindi quando ho scritto Love Song mi stavo rivolgendo alla casa discografica, pensando che mi sarei messa nei guai perché era esplicita.“Non vi scriverò una canzone d’amore”, ma loro non hanno capito. Non ci sono arrivati! Che vita è questa? Pazzesco.

Brave è diventato un inno LGBTQ+. Quando canti pezzi come Love Song e Brave pensi mai alla giovane Sara che li ha scritti?
Le voglio bene. E amo quelle canzoni perché sono sincere. Sono dichiarazioni sincere del desiderio che io e chi ascolta ci avviciniamo sempre di più a noi stessi, che impariamo a fidarci del fatto di essere abbastanza. “Voglio vederti essere coraggioso”. Quello che mi piace di quel verso è che non riguarda il risultato. Non riguarda la vittoria. È solo: riesci a trovare il coraggio? Perché è l’unica cosa a cui puoi aggrapparti. Non ci sono risultati garantiti. Cioè, come quando perdi un amico. A volte si muore a 40, 48, 52 o 16 anni. Non c’è alcuna garanzia. Quindi si tratta solo di come vivi, se con integrità, generosità e gentilezza. È tutto ciò che conta.

A inizio carriera hai aperto i concerti dei Maroon 5. Che ricordi hai?
Oh mio Dio, è stato folle. Ho visto la cocaina per la prima volta. Sono andata in bagno a una festa e c’era un po’ di… questo non c’entra con la band, era solo una di quelle situazioni. Ho pensato: quella è coca! Non riuscivo a crederci. Non ho mai tirato cocaina, ragazzi. Non mi faccio di droghe, a parte con gli analisti. Ma quei ragazzi sono stati meravigliosi con noi. Erano come fratelli maggiori. Ci hanno portati in tour con loro, ci hanno preso sotto la loro ala, hanno condiviso tutto quello che avevano. È stato fantastico. Non riuscivo a credere a quante ragazze ci fossero. C’erano letteralmente lanci di biancheria intima. Pensavo fosse solo un cliché, ma è reale. La gente lancia la biancheria. «Hai portato due paia di mutandine?» è la prima cosa che mi viene in mente. Perché se hai la gonna e ti siedi, la vagina tocca la sedia. Sono una che pensa cose del genere.

Credo che ci metterò un po’ a realizzare.
Sei tu che me l’hai chiesto.

Qual è il posto più strano in cui hai sentito una tua canzone?
Non c’entra, ma mi viene in mente la volta in cui stavo facendo un pap test. Sì, si trattava della vagina. Mi spiace se parlo tanto di vagina. Anzi no, non mi spiace. Il dottore mi dice: «C’è qualche novità divertente a Broadway?». E io: «Può togliere lo strumento dal mio corpo prima di chiedermi dei miei piani estivi?». Ero sconvolta. Comunque, da Bed Bath & Beyond sempre. Rip. Esistono ancora? E Home Depot. In qualsiasi grande catena, in realtà. Quello è il mio pubblico. Una volta ho comprato un sacco di reggiseni e poi li ho restituiti perché erano costosi. Vivevo a Santa Monica. E mentre li restituivo, la mia canzone è partita alla radio mentre una donna mi guardava malissimo perché pensava: «Che pazza è questa che restituisce 10 reggiseni?». E io: «Li ricompro, me li rimetta sulla carta di credito». Sono fatta così.

Che canzone era?
Fairytale, me lo ricordo perfettamente. Grazie per avermelo fatto ricordare. È divertente ripensarci. Alla tipa non piaceva come li avevo piegati. Era arrabbiata. Andiamo avanti.

«Mi spiace se parlo tanto di vagina... anzi no, non mi spiace»

Il tuo miglior concerto di sempre?
Uno dei migliori è stato quando ho reso omaggio a Carole King ai Kennedy Center Honors. Ci sono tantissime cose da dire. Prima di tutto, James Taylor suonava prima di me e si esibiva su una scenografia a forma di tetto perché stava suonando Up on the Roof. Io invece suonavo You’ve Got a Friend, quindi James esce da una parte e io entro dall’altra. E lui mi aveva chiesto prima: «Ti va bene se suono con te?». Quindi James Taylor era lì, al buio, a lato del palco, che suonava con me. Non potevo credere a quello che stava succedendo. E dopo di me è arrivata Aretha Franklin. Ha fatto una performance leggendaria cantando (You Make Me Feel Like) A Natural Woman che non faceva da tantissimo tempo, e Carole King manco sapeva che fosse lì. Obama piangeva perché era successo qualcosa di legato al terrorismo quel giorno, ed era tutto intensissimo. Tutti in piedi. E Aretha si teneva sempre stretta la borsa perché ci teneva dentro i soldi, e l’ha appoggiata sul pianoforte. Non puoi inventarti una cosa del genere. È stato il concerto migliore.

Il peggiore?
Ne ho tanti anche di quelli. Una volta ho aperto per i Three 6 Mafia in un concerto universitario. Dicevano che volevano «coprire tutto lo spettro degli studenti», quindi hanno messo «la ragazza bianca con l’ukulele e i Three 6 Mafia». Che peraltro hanno vinto anche un Oscar. Mi hanno lanciato bottiglie di plastica in testa, e poi sono tornata nel mio tour bus e ho pianto.

Mi spiace.
Sto bene.

Hai citato Carole King e Aretha. Crescendo a Eureka, California, qual è stato il primo artista che hai amato davvero?
Oh, cavolo, mi vengono in mente tutti assieme Indigo Girls, Fiona Apple, Tori Amos, Billy Joel ed Elton John. Ovviamente amavo la musica per pianoforte e le storie. Credo che Fiona Apple sia stata la prima artista che mi è sembrata contemporanea, qualcuno relativamente vicino alla mia generazione. Mi piaceva tantissimo il modo in cui raccontava le storie.

Potrei parlare con te per ore, dal dormire con i lupi alla restituzione dei reggiseni.
E con chi altro sono andata a letto!

Ultima domanda. Quali sono le regole più importanti che ti sei data?
Cerco di essere gentile. La gentilezza è fondamentale. Cerco di dire la verità. C’è quel modo di dire, «è gentile, è necessario?». La mia versione: «È gentile ed è necessario» perché a volte ho la tendenza a dire la verità in modo poco gentile, soprattutto quando nessuno me lo chiede. Ma ho imparato tantissimo da mio marito Joe sul dare alle persone il beneficio del dubbio. Lasciare un po’ più di spazio alla grazia. Forse stanno solo passando una brutta giornata, forse non ce l’hanno con te. Prova a concedere un po’ di grazia quando puoi.

È bellissimo.

Sì, e lui fa schifo. (Si gira verso il marito tra il pubblico). Ti amo, tesoro.

Sara Bareilles Performance: Home, Just a Kid, Forever & More | The Rolling Stone Interview Live

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Hair: Xavier Valasquez
Makeup: Kat Nejat-Thompson
Styling: Alicia Lombardini

Da Rolling Stone US.