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Samuel: «Quando Torino era la capitale italiana dell’underground»

“Come vorrei stare ad un rave del ’96”, canta il frontman dei Subsonica in 'Elettronica'. E allora gli abbiamo chiesto di raccontarci la club culture della sua città in quegli anni. «Eravamo molto più folli»

Samuel

Foto press

La musica elettronica come molla per uscire di casa, come creatività e follia, come cultura identitaria cullata e coccolata nei locali sudati e nei più selvaggi rave party. È a lei che il frontman dei Subsonica ha dedicato il singolo Elettronica, intriso della club culture degli anni ’90 e, in particolare, di quella che in quel periodo storico animava Torino, città che a Samuel non ha dato solo i natali ma anche gli stimoli e l’energia di una scena underground in pieno fermento che in quel periodo nella Penisola costituiva un unicum. La metropoli, il cui destino era legato a doppio filo a quello della Fiat, cambiava pelle e con essa cambiavano la musica e la cultura.

«Quando la fabbrica come esperimento sociale è fallito, si è modificato, anche la città si è rimodellata e lo ha fatto con la notte, dando vita alla club culture che ha generato poi a sua volta tutta una serie di cose. Era un momento storico molto particolare, in cui culturalmente si era arrivati a un cambio di passo. La musica smetteva di essere un racconto pop di un’economia basata sulle hit e iniziava a essere un territorio di sperimentazione di linguaggi, un incontro/scontro di cose nuove e diverse che interagivano e costruivano qualcosa di ancora più nuovo. Era il tempo del crossover: un dj con un campionatore poteva prendere un qualsiasi tipo di musica nel mondo e trasformarla in una traccia dance, in un linguaggio completamente nuovo. La Torino degli anni ’90 ha precorso un po’ i tempi rispetto al resto d’Italia diventando il terreno fertile per far crescere una nuova generazione di produttori, artisti, scrittori, di gente che apriva locali, di persone illuminate che hanno poi deciso di organizzare festival. Quello che poi sarebbe arrivato anche in altre città italiane qui lo si respirava già. È in quel periodo, molto vivo e attivo, che sono nate realtà che ancora oggi sorreggono l’economia musicale di questa città».

A Torino, trent’anni fa, si usciva per andare ad ascoltare qualcuno e non per andare a bere una cosa. Tutto il resto accadeva di conseguenza?
Uscivamo perché c’erano i concerti. Io sotto casa mia, in un club grosso dieci volte casa mia ma anche di meno, ci ho visto gli Skunk Anansie, i Massive Attack, forse una volta anche i Muse. Ci ho visto della gente che adesso riempie degli stadi e che ha dei budget da milioni di euro. Io li ho visti in un localetto. Questa cosa qui era lo stimolo per uscire di casa. Mentre ora uscire di casa è andare a bere una birra, andare a mangiare fuori, all’epoca era andare a vedere una cosa. La differenza era legata non tanto alla città quanto al momento storico. Potevi andare anche a bere tre bicchieri di vino dopo, ma andavi dopo esserti nutrito di qualcosa di più importante dell’alcol o del cibo, di un evento culturale, di qualcosa che ti cambiava emotivamente, che metteva in moto un meccanismo di riflessione, di analisi, di crescita, di confronto. Questa cosa qui la puoi ubriacare finché vuoi, ma è quello che il giorno dopo ti spinge ad alzarti e a continuare a fare la tua vita, a crescere, ad andare avanti. Quando si è perso quell’interesse, purtroppo, rimane solo l’ubriacatura.

Se dovessi fare una sorta di mappatura emotiva della città da questo punto di vista, da quali luoghi sarebbe composta?
All’epoca l’unico luogo in cui esplodeva questa vita erano i Murazzi, un luogo geograficamente perfetto perché incanalato di fianco al fiume. Erano un po’ i prodromi dei Navigli, infatti molti milanesi venivano a far serata da noi qui ai Murazzi. Ed era il posto dove a fine serata, quando eri andato al cinema o a cena o magari a ballare in una discoteca che però a un certo punto chiudeva, ci si incontrava tutti. C’era il filtro della stanchezza, rimaneva solo chi veramente voleva stare insieme agli altri, chi non era ancora stanco di scoprire cosa quella notte avrebbe regalato. Quel luogo dove ci si incontrava tutti – che era anche geograficamente perfetto perché era una specie di tunnel a cielo aperto scavato tra dei grandi muri che proteggevano dal suono i locali del centro e dove, essendo di fianco al fiume, d’estate sembrava un po’ di stare in una zona balneare – era anche il luogo in cui in quel periodo si riscontravano tutte le differenze sociali della città. Arrivavano persone benestanti, marocchini che cuocevano gli spiedini, travestiti, scrittori di gialli, musicisti come noi. C’era una ricchezza di diversità sociale enorme e in quel contesto lì, in quella brodaglia umana, nasce sempre qualcosa.

E l’Hiroshima Mon Amour?
Quello era il posto dove a Torino, nel momento in cui io ero giovane e volevo fare il musicista, bisognava andare a suonare per sentirsi parte della società musicale della città. Era molto energetico. Ogni giovedì andavo a vedere dei concerti, i gruppi che suonavano lì io li ho visti quasi tutti. Questa cosa era formante perché dopo tornavi a casa e volevi essere al posto loro. Ed erano persone con le quali ti confrontavi, parlavi dopo il concerto. Con uno di loro ci ho fatto anche un gruppo insieme: Max (Casacci, chitarrista e co-fondatore dei Subsonica, ndr) suonava negli Africa Unite, che era uno dei miei gruppi preferiti di sempre. Per me era incredibile poter parlare con uno di loro e dopo anni trovarmi sul palco insieme a lui. In quella città, in quel momento storico, potevano accadere cose del genere. C’è ed esiste ancora una sala prove che in qualche modo radunava tutte le band di quel periodo. Ci facevo le prove con la mia band dell’epoca e nella sala a fianco si formarono i Bluebeaters. In quegli anni ho avuto tantissimi incontri musicali, ho suonato con moltissime persone. Non c’erano delle persone in particolare ma c’era tutto un humus che ti cambiava la vita, la testa e l’emotività regolarmente, ogni giorno.

Vorrei qualche nome, però. Da chi era composta quella tribù?
Potremmo scriverci sei libri su quello che accadeva in quegli anni. Una cosa incredibile era che i nostri amici, i nostri compagni di musica di quel periodo, venivano regolarmente a trovarci a Torino, come se Torino fosse stata la capitale della musica, in quel momento, in Italia. Dai Bluvertigo, che mi trovavo spesso a casa o nel nostro studio in Piazza Vittorio, a Daniele Silvestri, Frankie hi-nrg. Poi noi eravamo fratelli degli Africa Unite, dei Casino Royale, anche con loro ci si incontrava. Erano crollate in qualche modo le barriere tra città e molti colleghi musicisti, che come noi avevano sognato tutta la vita di fare musica e lo stavano iniziando a fare, stavano vivendo i loro sogni, sentivano l’esigenza di venire a Torino per vedere che cosa stava accadendo là in quel periodo storico. In quei momenti, quando è tutto così acceso, così vivo, e anche il mondo intorno a te si sta evolvendo, sta cambiando, ti corre accanto, fondamentalmente accadono ogni sera cose incredibili.

Quelli sono anche gli anni in cui con i Subsonica avete iniziato a capire che i vostri sogni si stavano concretizzando. Generalmente sono quelli i momenti in cui per un artista avvengono le cose più belle. Ci saranno stati, però, anche dei momenti bui…
Di momenti bui ce ne sono stati tanti. Nella vita di una persona che usa la propria creatività sono anche in qualche modo leciti, sono necessari per decostruire e per ricostruire. Per me in quel periodo lì gli unici momenti bui erano quando finivamo una tournée, finivamo il racconto di un album, e dovevamo iniziare in qualche modo ad autodistruggerci per inventare l’album successivo, i Subsonica successivi, il me stesso successivo. Quello è un gesto catartico che è molto sofferente e che però ci ha permesso di andare avanti, fare nuovi album, di essere ancora qui, tra alti e bassi, a discutere di musica, ad avere la nostra personale visione di musica.

Una visione che nel tuo caso è nata, tornando indietro nel tempo, nel contesto della forte interazione culturale, non solo dal punto di vista musicale, che si respirava a Torino e nel quartiere in cui sei cresciuto, Barriera di Milano.
Io ero un prodotto della subcultura di periferia torinese. Vivevo in un quartiere che era praticamente stato creato negli anni ’70 per gli emigrati del Sud che venivano a lavorare alla Fiat. Inizialmente un quartiere anche abbastanza borghese che poi piano piano è diventato sempre più una periferia, a volte anche, negli anni ’80 specialmente, pericolosa. Dal punto di vista musicale essendo io un cantante, musicista e autore cresciuto negli anni ’70, in cui c’erano i cantautori, ho imparato quel tipo di linguaggio. Però il sabato sera andavo a ballare in discoteca, luoghi che nacquero proprio negli anni tra i Settanta e gli Ottanta. Quindi ho in qualche modo assorbito questa doppia influenza, l’influenza del cantautore che usa le parole e le note per raccontare una storia e quella dei luoghi dove non c’è voce, non c’è parola, ma c’è solo una cassa, magari ripetitiva e che ti spinge a muoverti. Torino era quella cosa lì, era un mix di cose. Era la città forse all’epoca più variopinta dal punto di vista culturale: nessuno dei torinesi è piemontese. C’era una forte interazione di culture e diversità. È in quelle geografie umane che nascono le scintille che poi si trasformano in progetti artistici, in gesti creativi e culturali.

I Subsonica, foto di Chiara Mirelli

Anche festival come il Club To Club e il Kappa FuturFestival, due appuntamenti oggi tra i più significativi e riconosciuti della scena elettronica, affondano le loro radici in quel tipo di contesto?
Il Club To Club e il Kappa FuturFestival sono il fiume che dal ghiaccio porta al mare e quel ghiacciaio si era formato in quegli anni lì. Oggi Torino gode ancora del primato di quell’epoca e di questa bellissima ricchezza lasciata dalla musica. Però chi ha fondato questi due festival si è fatto le ossa e ha vissuto in quegli anni lì a Torino, li ha creati perché arrivava da quegli anni. Oggi ogni città ha la propria importanza musicale: Milano, Roma, Bologna, Napoli. Ci sono tante capitali della musica elettronica. All’epoca la discografia stava a Milano e a Roma. A Torino ci stava l’underground e forse all’epoca Torino è stata la prima a iniziare a utilizzare il linguaggio dell’elettronica.

In Elettronica canti “come vorrei stare ad un rave nel ’96”. Com’era un rave nel ’96?
Un rave nel ’96 era molto più selvatico rispetto a oggi. La grossa differenza tra chi ha vissuto quegli anni e l’attualità è la differenza nella regolamentazione, eravamo molto più folli. Ricordo di concerti in cui se lasciavi cadere uno spillo non toccava terra, fondamentalmente. Cosa che oggi, dopo tutte le cose drammatiche che sono successe purtroppo all’interno dei locali, non potrebbe più accadere. Rispetto all’epoca ci sono una regolamentazione molto più saggia, un controllo più lungimirante di quelle che sono le tournée e una tecnologia di sicurezza più avanzata rispetto. La cosa incredibile è che all’epoca, in mezzo a così tanta follia, da un certo punto di vista non si ricorda un evento drammatico come quelli che sono successi negli ultimi anni. Ma la vera differenza resta che all’epoca eravamo tutti quanti, sia noi che facevamo musica sia chi proponeva musica, molto più scapestrati. Non c’era una visione imprenditoriale e legislativa come quella che c’è ora. È anche per questo che mi spiace vedere i locali chiusi. Perché oggi uno spazio come quello dei club, necessario per una società, che ha delle regole e una visione, un controllo, viene chiuso a favore di feste private in cui si ritorna paradossalmente alla follia di un tempo.

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