Home Musica Interviste Musica

Salmo, la voce del contagio | Le sue passioni

È l'eroe mascherato che abbiamo visto senza maschera sul palco di Jovanotti. Una storia iniziata a Londra con un van e finita con un machete che non fa male

Salmo è Maurizio Pisciottu da Olbia. Foto: Giovanni Gastel

Salmo è Maurizio Pisciottu da Olbia. Foto: Giovanni Gastel

«Non sono satanista! È solo che non mi piace la Chiesa. Con tutto quello che hanno fatto è impossibile non odiarli». L’iconografia di Salmo è piena di croci rovesciate e rimandi demoniaci, ma a vederlo qui davanti a me – con la faccia del quattrocchi protagonista di Otto sotto un tetto stampata sulla maglietta colorata – tutto sembra, fuorché un adoratore del demonio. È che nel suo mondo una certa estetica conta tanto quanto la musica: «Nel 2015 l’immagine è tutto. E il gruppo che ho collezionato di più sono i Cypress Hill, che mettevano un sacco di teschi sulle copertine dei loro album. Ma sono sempre stato scimmiato di arte, da ragazzino ho frequentato l’artistico e per me i tre dell’Ave Maria sono Magritte, Dalì ed Escher. Le mie origini non sono poi così splatter». Comunque sia, dalle copie dal vero che era obbligato a fare durante gli anni della scuola, Maurizio Pisciottu in arte Salmo è passato a una maschera scheletrica con una croce al contrario sulla fronte, simbolo presente anche nel suo logo: più che ostentazione satanista, una provocazione lanciata contro la religione come ordine costituito oppure, più semplicemente, una dichiarazione d’amore per l’horror.

Background fumettistico a parte, Salmo non ama essere inquadrato come «quello che viene dal metal o quello che viene dal punk. Perché io sono partito dall’hip hop, facevo il writer. Ma è vero che sono sempre stato ibrido negli ascolti, perché suonare un solo genere musicale non funziona e a Olbia la scena era piccola, c’erano molti più metallari e punk, così ho assorbito anche Ramones, NOFX, Lagwagon… Ma ho sempre fatto tutto con una mentalità rap». Salmo mi accompagna in un giro turistico del suo nuovo, enorme loft milanese, casa e bottega dove sta lavorando al quarto album. Il Disco d’oro di Midnite è rimasto in uno scatolone al buio tra chitarre, amplificatori e pezzi di batteria: «Visto quanto ci tengo, eh?». Sui muri e sulle mensole ci sono tavole da skate e cappellini marchiati Doomsday, dischi che hanno fatto la storia dell’hip hop – N.W.A., Dr. Dre, Nas, Cypress Hill. E poi libri: racconti di Bukowski, una biografia di Rick Rubin, un volume con i graffiti di Rae Martini e un altro con i disegni di Banksy: «Rae è un writer storico di Milano. Uno dei miei preferiti di sempre, lo seguivo quando ero un ragazzino. Quando vivevo in Inghilterra, invece, prendevo il libro di Banksy e andavo a cercare i suoi graffiti in giro per Londra».

Sul tavolino al centro della sala svettano tre bottiglie da 66 di Ichnusa, birra orgogliosamente sarda come Salmo che, prima di lasciare Olbia per Milano, ha fatto quello che tanti altri musicisti italiani fanno, ossia salire su un furgone con la propria band e tentare la fortuna all’estero, trasferendosi a Londra. «Il punto non è andare lì e sfondare, ma fare esperienza. All’inizio abitavamo in un ostello di Notting Hill, che è una bella zona, ma dormivamo in dieci in un camerone di merda. Poi ci siamo spostati tra Seven Sisters e Finsbury Park. Io facevo il lavapiatti, 13 ore al giorno, così tornare a casa e pensare alla musica era molto difficile. Abbiamo fatto in tutto due concerti e zero contatti con i discografici locali. Un disastro. Una volta che sei lì ti rendi conto che non sei niente. Io sono rimasto meno di un anno, ma uno dei sopravvissuti al tour in Inghilterra è ancora qui con me». E indica Claudio, seduto sul divano affianco a noi, chitarrista degli Skasico – il gruppo crossover dei giorni londinesi, tutt’oggi sul palco con Salmo. Otto anni dopo quegli unici due concerti in Inghilterra, Salmo sta suonando, e senza maschera, negli stadi di tutta Italia, grazie a Jovanotti che lo ha scelto come spalla per il suo tour estivo. «Io non ero mai entrato a San Siro in vita mia, neanche per una partita. Figurati suonarci con davanti decine di migliaia di persone che non hanno mai visto un nostro live. È una bella sfida». Tra l’immagine di Lorenzo Cherubini tutto sole-luna saltellanti e la cupezza orrorifica di Salmo c’è un abisso, eppure i due si sono conosciuti e innamorati, a partire dal video di Sabato, girato proprio da Salmo con Niccolò Celaia e Antonio Usbergo di YouNuts Production: «Jovanotti è una specie di nerd all’ennesima potenza. Osserva tutto e tutti. Voleva un contrasto tra la canzone e le immagini e ha scelto noi. All’inizio, Sabato non l’ho capita, mi suonava super-happy. Invece il concept è figo: parla di noi italiani che non lavoriamo mai, siamo sempre in festa e non abbiamo il senso del lunedì. Insomma, voleva il luna park, perché siamo sempre alle giostre».

Molti rapper della vecchia scuola non accettano il fatto che ora il rap è un genere popolare

Classe 1984, Salmo ammette di non essere mai stato fan di Jovanotti, «ma noi rapper dobbiamo molto a Lorenzo, perché è stato il primo a far passare certe cose in radio». A questo punto della propria carriera, però, Salmo ha incontrato buona parte dei rapper italiani che seguiva da minorenne: «Io ero uno di quei ragazzini che volevano essere Bassi Maestro e ora lui stesso mi ha detto che sono uno dei suoi rapper preferiti. È stato uno dei primi a farsi le basi da solo e cantarci su, come faccio io. Una magia». E poi ci sono Colle der Fomento, Kaos, Neffa, DJ Gruff… «Poco tempo fa, proprio DJ Gruff ha scritto un post in cui sputtana tre quarti dell’attuale scena italiana, compreso il sottoscritto. Dice che il nostro hip hop è finto, che tutto quello che facciamo è costruito. Molti rapper della vecchia scuola non accettano il fatto che ora il rap è un genere popolare. Vero, i rapper attuali se la passano molto meglio dei rapper degli anni ’90. Oggi ci appoggiamo di più, c’è più coesione».

Recentemente, Salmo ha condiviso il palco con The Bloody Beetroots, un altro uomo mascherato. «Io volevo conoscere lui e lui voleva conoscere me, così siamo andati a cena insieme e poi ci siamo conosciuti a fondo in studio. Ma non abbiamo parlato di maschere. Anche lui la vede come una cosa molto personale. Ho notato che quando un personaggio è mascherato entra in un limbo particolare. Mi chiedo ancora se apparire inizialmente senza maschera sia stata una fortuna o una sfortuna, ma quando sono tornato dall’Inghilterra avevo la testa piena di idee strapazzate: dovevo evolvermi, fare qualcosa di diverso».

Bob Rifo e Salmo sono accomunati anche dagli amici batteristi vip. Se il primo ha lavorato con Tommy Lee dei Mötley Crüe, infatti, il secondo ha conosciuto a Los Angeles Travis Barker dei Blink-182, con il quale ha collaborato per una t-shirt figlia dell’incontro tra Famous, il brand di Barker, e Machete. Salmo appartiene infatti a una nuova generazione di musicisti che fa della propria arte un business a 360 gradi. Così, oltre ai dischi e ai video, realizza abbigliamento e tavole da skate con due amici di Cagliari. La società, che è «una esserrequalcosa, fondamentalmente un gruppo di skater e surfisti», si chiama Doomsday, tradotto in italiano: giorno del giudizio. Pochi giorni prima del nostro incontro, proprio a Milano, una gang di latinos ha aggredito sul treno un controllore, staccandogli il braccio con un machete. Il caso vuole che Machete Productions sia il nome della crew di Salmo, la squadra di rapper-illustratori-registi che gravita intorno a lui. Salmo è lontano dai cliché gangsta, non è certo un tipo violento e ci scherza su: «Ho visto girare la foto dei tipi con la nostra citazione “Hai mai sentito parlare del trio Ma-ma-machete?”. Le cattiverie di Internet sono bellissime! Ma l’idea di Machete viene dal finto trailer che Tarantino fece per Grindhouse».

Tra i tanti tatuaggi, Salmo ha sul braccio la testa di una scimmia, fatta prima che gli chiedessero un pezzo per il trailer italiano di Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie: «Avevo scritto una specie di concept, La bestia in me, che poi non è stato accettato perché troppo pesante». “Scordati Tarzan più Cita, io spero che prenda una mazza e ti uccida” è un verso del pezzo: «Volevano cambiare le parole, renderlo più soft, ma io ho lasciato tutto com’era e me la sono presa nel culo».

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di luglio-agosto.
Potete leggere l’edizione digitale della rivista,
basta cliccare sulle icone che trovi qui sotto.
rolling-appstorerolling-googleplay

Leggi anche