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Salmo dei miracoli

Un tempo ha rischiato di fare l'uomo sandwich, ora è numero 1 in classifica. Tra orgoglio hardcore, l’odio per il razzismo e la depressione, per la prima volta il rapper sardo si racconta fino in fondo
Salmo-intervista

Foto di Stefan Giftthaler. Styling: Francesca Piovano


“Dai fra, non ti fa nulla”. Salmo prova a persuadere l’ambulante che, però, continua ad arretrare, terrorizzato dal barboncino legato alla porta. “Al massimo ti mangia una rosa”. Lo abbandoniamo al fato, incuranti dei suoi occhi neri che chiedono disperatamente aiuto, e facciamo il primo passo all’interno del ristorante. “Sardo di dove?”, chiede al proprietario/pizzaiolo ancora prima di salutare. Evidentemente non gli è sfuggito l’adesivo dei quattro mori sulla vetrina. “Dai, va bene uguale”, risponde, una volta scoperto che viene dalla provincia di Cagliari. Occupiamo un tavolo in fondo al locale, e in un attimo il registratore è già acceso. «Prova, prova, check», dice, cazzeggiando con i volumi del telefono. Lebon al mic.

«Da che si parte, fra?», domanda l’uomo nato Maurizio Pisciottu, mentre rigira tra le mani lo smartphone pronto a raccogliere le sue parole. Si parte dal suo ultimo disco, il nuovo capitolo della più scintillante anomalia del rap italiano. «C’è una grande varietà di temi e suoni, novità e classiconi. È un album un po’ pinuccio (qualcosa di simile al concetto di hipster, ndr)». Le 13 tracce vanno dal boom bap anni ’90 di Stai zitto – «per me rimane insuperabile, rapparci su mi viene naturale» –, alle basi tutte BPM, gli intro cinematografici e persino un pezzo footwork (Ora che fai?, ndr), genere nato per le strade di Chicago e di cui l’Italia era fino a oggi vergine, o quasi. Tra i brani più violenti e le consuete rime affilate del rapper sardo, compare una canzone d’amore – Il cielo nella stanza –, uno dei momenti più riusciti del disco.

«Per me è una Playlist, appunto, quindi ognuno ci può trovare dentro quello che vuole. E ogni pezzo fa storia a sé». Uno ci riguarda da vicino, visto che in Cabriolet Salmo canta “pensare sia un lavoro scrivere su Rolling Stone”. «Una volta un vostro giornalista mi ha messo contro Sfera», spiega Maurizio. «Sosteneva che nel video di Mr Thunder lo prendessi per il culo, quando volevo solo scimmiottare la moda della trap. Così ho deciso di prendermi una piccola rivincita». E noi di metterlo sulla nostra cover; che magari saremo dei provocatori, ma permalosi di certo no. «Con Rolling ho sempre avuto un rapporto di amore-odio, ma l’idea di finire in copertina è una di quelle cose che mi fa dire “qualsiasi cosa succederà in futuro, io sono arrivato qua”», spiega Salmo. Intanto una ragazza col piercing al naso sbuca dal nulla al suo fianco, ottiene la foto che voleva e torna al tavolo dei suoi genitori.

Fu King dell’Hardcore

«Non me la vivo sempre bene ’sta cosa dei selfie, soprattutto quando ti si buttano addosso», confessa. Ora sta ingaggiando una trattativa con la cameriera, cui non perdona l’assenza dei porcini promessi dal menù. Trovano un accordo su una tagliata con gli champignon e un tagliere di affettati e pecorino, che non toccherà o quasi. A innaffiare il tutto, del Cannonau. «Il disco è più leggero dei precedenti, è inevitabile perdere per strada un po’ di rabbia, col tempo», racconta. «Da ragazzino ero molto più incazzato: crescere in Sardegna, in una cittadina di 40mila abitanti, non è facile. Non conosci nulla del mondo e assorbi come una spugna tutti i problemi di chi ti sta attorno. Già io sono uno irascibile di natura». Insomma, la sua attitudine street degli esordi non era una parrucca. «Certe cose io le ho vissute sul serio: ho dormito per strada, sono stato in giro settimane senza lavarmi. Quel modo di stare al mondo mi è rimasto dentro, per quanto ora sia tutto diverso e non avrebbe più senso fare e dire certe cose».

Foto di Stefan Giftthaler. Styling: Francesca Piovano

Se Playlist non è un punto di arrivo, di certo è un nuovo gradino nella conquista della consapevolezza di sé. «Ho fatto roba talmente di qualità, dai video alla pulizia dei suoni, che sentivo la necessità di uscirmene con una copertina davvero brutta. Se non si era capito è un trollata, tipo Manzoni che caga nella ciotolina», dice. Che uno come lui a 34 anni potesse permettersi la merda di artista non era affatto scontato. Poteva essere il nuovo Kaos One (leggenda dell’hip hop di casa nostra più underground, ndr), invece macina views come uno dei nuovi divi del pop a 24 barre. «Il fatto è che tutto è cambiato, anche se l’italiano è conservatore dentro e si racconta le storie per non ammetterlo, e non adeguarsi alle novità. I vari Biagio Antonacci vedono i rappusi di cui non sanno nemmeno il nome in cima alle classifiche, e gli gira il culo. Ma bisogna aggiornarsi fra, stare sempre sul pezzo». Tutto vero, e ormai assodato. Ma se la dinamica per cui i giovani e giovanissimi “gonfiano” i numeri dei singoli dei vari trap boy a furia di ascolti compulsivi, come si spiega il successo di chi fino a sei anni fa si definiva “King dell’Hardcore”? «Penso sia questione di originalità, la mia voglia di sorprendere sempre. Nel 2012 è venuta fuori la dubstep e io ho avuto l’intuizione di cantarci sopra. Da lì non sono più sceso dall’onda, perché avevo altre carte da giocarmi. Faccio il cazzo che mi pare e funziona, che bomba».

Il Cannonau va giù che è un piacere. Fuori il barboncino non c’è più, né fortunatamente rimane traccia dello strazio delle carni del venditore di rose. Ora tocca parlare di trap. «Tutti i rapper, anche la vecchia guardia scureggiona, non hanno problemi ad ammettere che quelle sonorità sono fighe. Ma il genere è nato nelle crack house di Atlanta; la versione italiana, con i ragazzini pallidi che cantano di troie e fattanza, rende decisamente meno. A me piacciono gli artisti che cercano il loro stile: quando la moda trap sarà finita rimarranno soltanto loro, la punta dell’iceberg». Come sempre è anche una questione di cash. «Loro stanno in fissa col denaro, no?! Ma il disco di platino è come la coppa del calcetto, al più ci puoi fare il figo con gli amici. Vogliono fare i businessman, ma non hanno capito un cazzo». Perché i soldi stanno nei live, e molti cantanti della nuova generazione dal vivo sono un disastro. «Vedo che sei perspicace. Il fatto è che questi ragazzi diventano famosi a vent’anni, senza aver mai sparato né imparato a rassettare il letto. Ma sul palco sei solo con le tue strofe e devi essere preparato; altro che money, money».

Usa la tua rabbia

«Fra, facciamoci una sigaretta». Prosciuga il pacchetto di Valentina, l’ufficio stampa della sua etichetta discografica, e imbocca la porta. Ora Salmo è pronto a volare parecchio in alto. «Mi sono chiesto per anni cosa sia il rap, e ora credo di avere la risposta: è una chiacchierata al bar con gli amici». Al bancone, come col microfono in mano, puoi parlare di tutto, ma è fatto divieto di usare termini difficili per darsi un tono – «come quando ero ragazzino e sfogliavo il vocabolario per cercare i paroloni» –, oppure andare a mille all’ora con la voce e non farsi capire: «Hai presente quelli che fanno pidipi-pidipi-pidipi, e tutti attorno esultano perché ha sparato mille barre in un secondo? Ecco, lasciate perdere». Perché se fai così al bar di sicuro trovi qualcuno che ti dice «fra, ma come cazzo parli?». «Grazie alle commistione tra rap e pop ora molti di noi scrivono per farsi capire da tutti. Tipo Gemitaiz, lui è come se entrasse al bar e ti dicesse “Zì, oggi mi è successo questo e quest’altro».

Maurizio accende la seconda Winston Blu. «Certo, poi dipende anche da quello che racconti. A me è sempre venuto naturale parlare di quello che mi succede attorno, anche se poi trovi comunque qualcuno che ti rompe il cazzo perché non sei il nuovo Frankie Hi-Nrg». E la nuova scuola ha qualcosa da dire? «No», ride. «E da un lato è un problema, dall’altro chi cazzo se ne frega». Ormai la strada è segnata: siamo finiti a parlare di politica. Inevitabile, visto che nel secondo singolo di Playlist, 90MIN, Salmo fa detonare una rima come “aprono i conti, ma chiudono i porti”.

«Quello non è un pezzo schierato, ho solo cercato di fotografare l’Italia “media” di oggi, dove la gente pensa solo a scopare e al pallone, vuole le pistole e parla in dialetto», dice. Non resisterà ancora molto sulla difensiva. «Dico sul serio, fra. Io non so se quella dei porti sia una mossa di comunicazione politica, o questi siano stronzi per davvero. Quello che mi manda fuori di testa sono i ragazzini rappusi che dicono “grande Salvini” e mi scrivono in privato che sono delusi perché ho infamato il loro idolo. Vi do una notizia: io sono sempre stato dalla stessa parte, siete voi che non avete capito un cazzo. La nostra è una cultura black; non puoi stare con Salvini e ascoltare hip hop, non è giusto. Strappa le mie magliette, brucia i cd. Oppure riflettici su, e cambia la tua idea del cazzo». Ormai non si ferma più. «E a quelli della trap dico “fra, figata lo sciroppo e i borselli. Ci sta. Ma cazzo, dì qualcosa, fai ragionare qualcuno, perché la situazione là fuori non è bella”». Amen.

Se penso ad Asia Argento…

Al rientro nel locale, gravato da un accenno di imbarazzo, il proprietario/pizzaiolo chiede un autografo per le sue due figlie. Maurizio domanda tre volte conferma del fatto che la più piccola si chiami Ylenia, con la Y. Torniamo a sederci: la tagliata è in archivio, mentre l’affettato è ancora schierato sul tagliere. “Lascia pure”, dice alla cameriera. “Col caffè un po’ di salame ci sta”.

Salmo è pronto alla colata di guano che le parole sul ministro degli Interni in queste pagine gli garantiranno. «Ma la voglio tutta, fra, sono qua. E poi gli hater di oggi sono solo dei dilettanti». Ride. Alle polemiche ha fatto il callo, anzi pare andarsele a cercare con grande abnegazione. «Mi hanno mega rotto il cazzo perché ho chiamato una canzone Mussoleeni. Lì, però, ho fatto una cazzata io: la prima volta che la suoniamo dal vivo, Slait (il suo dj, ndr) leva la base proprio sul ritornello. Tutto il locale, che fino a quel momento aveva ascoltato il pezzo in silenzio, grida “Mussolini”. Sembrava un cazzo di concerto nazirock, fra. Non l’abbiamo mai più fatta».

Foto di Stefan Giftthaler. Styling: Francesca Piovano

La querelle più recente è stata con i fan di Ariana Grande, citata in Estate dimmerda per via dell’attacco terroristico durante il suo live a Manchester. «Sono punchline, frasi a effetto che giocano sull’attualità. Lo faceva Eminem e poi Fibra, che per me rimane un maestro». In Playlist, se possibile, Salmo ha fatto di peggio, sputando le sue rime su uno dei nervi scoperti delle nostra società. Un paio di ore prima, intenti all’ascolto di Pxm (ottava traccia del disco, ndr) nella sede della Sony a Milano, era stato impossibile non notare una rima: “Se penso ad Asia Argento sono ricco dentro/Perché manco se mi paga glielo ficco dentro”. Il rapper, che fino a quel momento ciondolava la testa inseguendo le sue bassline e sorseggiando Ichnusa, lancia uno sguardo da Oops I Did it Again, e si porta una mano alla bocca. «Capito? Ricco dentro/ficco dentro? Poesia fra, Ungaretti». Lo hai fatto veramente, Maurizio? «Vabbè, ma mica è pesante, no?». Sì. «Non ce l’ho con lei, né con il MeToo: provoco e basta. E pensa che stavo pure per prenderle il posto a X Factor».

Fermi tutti, questa sa di notizia. «Qualche settimana fa mi hanno chiamato per fare un provino: mi hanno messo davanti a una tv con le esibizioni dei ragazzi e mi hanno detto solo “commenta, dì quello che vuoi”. Io ho fatto il militare brutto con la musica, da solo e con le band, certe cose le capisco. Speravo andasse male, invece gli sono piaciuto: mi hanno offerto un sacco di soldi, fra. Ero tentato, perché mi sono divertito tanto, ma ho detto di no, come ho fatto anche con Sanremo in passato. Ho sempre avuto la fissa di farcela da solo, a cazzo duro, senza la radio e la tv. Magari in futuro, chi lo sa».

Un bagnino in mezzo ai beat

«Sai qual è la cosa più figa di X Factor? Che ci sono le band, gente che suona per davvero. Tipo i Måneskin: oh, secondo me sono bravi», dice. Ora siamo al bancone, su cui, all’improvviso, si materializza una specie di ampolla con dentro del mirto. L’idea iniziale era un Disaronno, ma l’aroma delle erbe di casa mortifica ogni altra opzione. «Io ho iniziato un paio di anni fa a mettere gli strumenti nei live», racconta Salmo, mentre torniamo verso la tavola, dove il solito tagliere spicca come una natura morta carica di colesterolo. «Voglio che i ragazzini vedano una chitarra e una batteria (che Maurizio torna a suonare in Tiè durante Playlist, ndr) sul palco e dicano “figata, adesso imparo a suonarla”. Magari su 3mila, 10 li converti».

C’è però un mito da sfatare: che Salmo sia approdato all’hip hop dal metallo pesante, come molti hanno scritto in questi anni. «Le prime tre demo che ho fatto erano di rap classico. Però sono sempre stato uno contaminato, e il primo concerto che ho visto nella mia vita sono stati gli Slayer a Milano. Oggi di quel genere ascolto quasi solo roba vecchia: Pantera e Sepultura, mi spingo fino a Cannibal Corpse e Morbid Angel. Ma quello che mi è rimasto di più è il punk rock: in macchina ho sempre su Bad Religion, Lagwagon o NOFX». Quasi un obbligo morale quando vieni da Olbia, «una delle città più punk e metallare d’Italia». Ma all’inizio non è stato facile sguazzare in quello stagno. «Quando avevo 16 anni ero uno zimbello, perché portavo i pantaloni larghi ed ero uno dei 4 o 5 in città in fissa con le rime. Avevamo una piccola crew: c’era chi cantava, un dj, chi era in fotta con la breakdance – che poi tanto non ballava mai nessuno -, mentre io facevo i graffiti». Erano gli anni degli zaini pieni di Montana, come canta in La prima volta. Sui muri il giovane Salmo si distingueva per il suo lettering intrecciato, «molto wildstyle, alla Phase 2». L’ultimo pezzo l’ha fatto un paio di anni fa Milano, «ero con Coez e Noyz: siamo arrivati lì, abbiamo tirato fuori le bombolette e bum». Per lui che ha fatto il liceo artistico – senza mai finirlo -, disegnare è ancora oggi un antistress. «Anche se poi mi stresso di più, perché non riesco più a fare le cose di un tempo». A trasmettergli il talento artistico è stato lo zio, che suonava e dipingeva con i “sanguinacci”, una specie di carboncini rossi, per il resto da parte di sua mamma «sono tutti pescatori, dal lato di papà pastori».

Foto di Stefan Giftthaler. Styling: Francesca Piovano

Ai graffitti era dedicato il suo primo pezzo adolescenziale, e da lì non si è più fermato. Nel frattempo ha riempito un cv abbastanza esilarante. «A 22 anni ho vissuto due mesi a Londra e ho fatto di tutto: ho portato in giro i noodles e fatto il cameriere, prima di aggredire il mio datore di lavoro con una scopa. Difficilmente duravo più di due giorni; quando mi hanno proposto di fare l’uomo cartello, ho deciso che era il caso di mollare tutto». Anche in Sardegna, dove ha vissuto a tempo pieno fino ai 27 anni, non ha brillato per i trionfi lavorativi. «Nella palestra di mio padre ho fatto dal bagnino al barista. Ma stavo sempre con le cuffiette nelle orecchie, mi facevo i beat e non davo retta a nessuno».

È andata avanti in questo modo fino al 2011, l’anno del successo del suo primo disco The Island Chainsaw Massacre. «In quel periodo andavo a prendere e riportavo a casa i disabili che facevano riabilitazione al centro, e devo dire che me la cavavo bene: tra di noi c’era rispetto. Appena finivo, scappavo alle prove. In 12 mesi ho realizzato tre dischi; oltre al mio, quello dei Three Pigs Trip, con cui facevo stoner, e dei To Ed Gein, punk hardcore. Solo che la gente iniziava a venire più ai miei concerti che a quelli delle due band, e così loro mi cacciarono entrambe. Giustamente, perché avevo preso a farmi parecchio i cazzi miei». Quando esce il video del Senso dell’odio e Marracash lo pubblica sui suoi canali social, è la svolta. «Come quando in Metal Gear Solid passi, la telecamera si gira e fa “Pi Pi Pi”: in quel momento tutti si sono resi conto di me».

Ciao ciao al rap game

Un altro mirto clandestino sparisce all’istante in gola, mentre il nastro dei ricordi continua a frusciare. «Quando sono arrivato a Milano non conoscevo nessuno, e all’inizio non legavo granché. Me ne stavo con la mia combriccola di sardi, nei locali ci guardavano male e dicevano “ecco, sono arrivati i teroni”». Con il tempo e il consenso il giro si allarga e nasce Machete, collettivo di artisti ed etichetta discografica da cui sono passati alcuni dei rapper più potenti degli ultimi anni. «Nitro l’ho beccato a Mtv Spit e, siccome nella mia casa a Pasteur (quartiere del Nord di Milano, ndr) si era liberata una stanza, l’ho invitato a venire da me, per fare un po’ di musica assieme. Il giorno dopo era lì con le valigie. Sono fiero di lui e di tutta la nostra scuola, anche se ora sarebbe il momento di allargare un po’ il roster: oggi mi piacciono ragazzi come Nayt e Shiva».

Salmo non è un tipo nostalgico, ma ogni tanto gli capita di riguardare il video di King’s Supreme, «in cui c’eravamo tutti noi del giro: Ensi, Gemitaiz, Rocco Hunt, che allora non era nessuno». Il periodo dal 2012 al 2015 è la cosa di cui va più orgoglioso in assoluto. «Allora se sentivi la Machete, riconoscevi al volo i suoi suoni elettronici e iper-violenti. Magari non siamo diventati una moda, perché non eravamo abbastanza cool e non avevamo i vestiti firmati, ma abbiamo scritto una pagina dell’hip hop italiano». Ora è pronto a sganciare una nuova bomba. «Sono stati sei anni vissuti intensamente e dopo quest’album mi voglio fermare, fra», dice, «sono stanco, mi sono rotto il cazzo del rap game e della competizione. Voglio smettere un po’ con la musica, imparare un po’ la dizione, approfondire il discorso della regia. Non ho mai studiato in vita mia, è la volta buona che comincio».

Foto di Stefan Giftthaler. Styling: Francesca Piovano

Mentre il locale si è ormai del tutto svuotato, Salmo mostra il trailer di Nuraghes S’Arena, un corto ambientato in Sardegna in cui recita. «L’ha fatto un amico con due spiccioli, per divertirsi», dice, mentre scorrono lei immagini di lui che combatte nei panni di una specie di gladiatore dell’Ogliastra. Le sue produzioni, invece, sono arrivate a costare parecchio. Salmo si occupa con cura maniacale di tutti i video delle sue canzoni – e di quelle di altri, come nel caso di Sabato di Jovanotti -, assieme a YouNuts. Ormai i suoi sono dei veri microfilm, e il loro ruolo nel successo del rapper di Olbia è tutt’altro che marginale. «Ci investo molto; mi considero un artista 2.0, di quelli che scrivono, si fanno i beat, le produzioni e pure i video. Tipo Childish Gambino o Tyler negli Stati Uniti». E qual è il suo video che gli è costato di più? «Credo Estate dimmerda. Ma a volte sono le idee più semplici a dare le soddisfazioni maggiori, penso al Senso dell’odio. I video sono fondamentali oggi, c’è gente come Rovazzi che spende 100-150 mila euro per farne uno». Visto che lo ha nominato lui, la domanda diventa quasi un imperativo deontologico: che ne pensa oggi dell’ex socio di Fedez, con cui c’erano stati screzi ai tempi del solito famigerato Mr. Thunder? «No, ma che screzi… Penso che le sue canzoni facciano schifo, e lo sa anche lui, ma i suoi video sono eccezionali: mi farei dirigere di corsa da Rovazzi».

Dio sei tu

A questo punto succede qualcosa, saranno i fumi del mirto o l’età che avanza e rende tutti più spirituali. E così la religione irrompe nella conversazione. «In 90MIN esprimo la mia visione: “Odio la Chiesa, ma sono cristiano”. Io ripudio le gerarchie ecclesiastiche, ma salvo quello che c’è al centro. Per me Dio è aggrapparsi a qualcosa e andare avanti, Dio sei tu che ti aiuti da solo». Mica male per uno cui hanno sempre dato del satanista. «E non dimenticare illuminato e massone». In effetti i simboli tatuati sulle sue braccia lasciano intendere una qualche affiliazione. «Ma che cazzo dici? Questo è indiano, questo invece è il Tetris». Già che ci siamo, i due nuovi segni che sono comparsi sul suo volto (una saetta sotto l’occhio destro e la scritta “Error 404”, ndr) sono una strizzata d’occhio alla nuova ondata trap? «Certo, come no… La gente si tatua la faccia da sempre, e visto che non faccio più il bagnino posso permettermelo».

Foto di Stefan Giftthaler. Styling: Francesca Piovano

Ma il bello deve ancora arrivare. «Ritornando a prima ci sarebbe tutto un altro discorso da fare. Riguarda gli alieni». Ora tra le sue parole diluviano i fra, mentre un filo di inquietudine si deposita al tavolo. «Un periodo mi sono intrippato con i libri di Mauro Biglino. Secondo lui a un certo punto del nostro percorso evolutivo sono arrivati questi uomini senza un pelo, i rettiliani, che si sono messi a fare esperimenti sugli uomini. Cosa vuoi che sia il giardino dell’Eden, fra, se non un posto dove fanno i test?». Silenzio. «Ok, non so perché ti sto parlando di queste cose, ma tu pensa al leone. Il cazzo di re della giungla sburra in un secondo, mentre io, invece, so che devo durare almeno 10 minuti, altrimenti faccio una figura di merda. La differenza sta nel fatto che io uso la ragione, e sono stati ‘sti specie di alieni a darcela, scopando con noi o qualcosa del genere». Ride di gusto, fortunatamente. «Però non è male, è un’alternativa affascinante. Mica come i terrapiattisti, quelli sì che sono proprio delle teste di cazzo».

Il padrone/pizzaiolo ci ha salutati con un calore tutto sardo, e fatto promettere di ritornare. Seduti su un gradino all’esterno, avvolti dal fumo di un’altra sigaretta, la chiacchierata prosegue. Fuori si sta bene con solo un maglioncino addosso. «Ormai Milano è diventata casa, anche se la trovo sempre un po’ fredda. Solo a Olbia stacco davvero la spina». La sua città l’ha salvato tre anni fa, nel momento più duro della sua vita. La sua città e suo padre. «Sei una delle prime persone in assoluto a cui ne parlo, fra». Il racconto fluisce senza interruzioni. «Era prima di Hellvisback, avevo appena finito di girare il video di A volte esagero con Marra. Diciamo che in quel periodo stavo esagerando per davvero; ero finito in un brutto giro, pesavo 58 chili e stavo sempre con la tremarella. Mi sentivo in una specie di campo magnetico, che ti respinge e ti riprende. E il fatto che la gente in giro mi rompesse il cazzo perché ero Salmo peggiorava le cose: volevo vivermela male da solo, e non potevo».

Il padre, il figlio, lo spirito sardo

La parola arriva ora. «Un giorno mi sono detto “allora è questa la famosa depressione”. Avevo capito di avere un problema, ma non sapevo quale fosse e quindi non potevo risolverlo. Cadere nel buco è facile, so di altri rapper cui è capitato». Torna a casa, dove è soltanto Maurizio. Per prima cosa deve rimettersi in sesto. «Allora vado da mio papà, che a 72 anni ha un fisico che fa spavento perché da giovane faceva le gare di body building. “Sei uno straccio”, mi fa, ma non mi chiede nulla». Lo riempie di frutta e beveroni, «cagavo come un toro, fra», lo fa allenare duro.

«Sono stato blindato in casa per sei mesi; mi riposavo, non mi drogavo e non ascoltavo musica. Dopo qualche tempo ho visto le costole sparire, il mio corpo era come se fosse sbocciato». Nel frattempo anche la testa cominciava a ritornare su dei binari più diritti, grazie a quel rehab senza psicofarmaci né autoanalisi o compatimenti. «Ora faccio pesi per tenermi allenato e quando mi sale un po’ d’ansia mi sparo due schioppi di Cbd. Sta cosa della cannabis light mi sta creando una crisi esistenziale», dice, mentre una due cavalli meravigliosamente tenuta ci passa davanti agli occhi. «Non sono più un ragazzino, che si fa una canna e dopo fa le capriole. Ora mi salgono le paranoie, il giorno dopo sto uno schifo. Così di giorno fumo quasi solo quella legale, la sera mi faccio un paio di sbrangate di quelle toste e mi spedisco a letto».

Salmo chiama un taxi, che lo porterà dall’altra parte di Milano. Rimini 98 in sei minuti. «Ci tengo davvero a questo disco fra, ci ho messo dentro me stesso». Soprattutto in Lunedì, il pezzo che chiude l’album. «È il primo che ho scritto, un anno e mezzo fa; anche quello non era un gran periodo. Avevo perso la bussola, non riuscivo più a capire chi fosse mio amico tra tutti quelli attorno a me. Tipo John Travolta nei meme, che si guarda attorno e non capisce». Ha messo nero su bianco le sue frustrazioni, le ha registrate e ha chiuso la traccia in un cassetto. «Mesi dopo l’ho ripresa in mano, l’ho fatta sentire a un po’ di amici e loro erano entusiasti. Non è stato semplice per me; era un po’ come mostrare a tutti le mie mutande sporche, andare al bar e parlare con le lacrime agli occhi. Ora, però, non mi fa più nessun effetto». Al centralino erano stati sinceri, il taxi è puntuale. Salmo apre la portiera. «Ci vediamo fra».

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