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Róisín Murphy: «Continuate a ballare anche da soli, nel salotto di casa»

La dea della musica dance non ha mai smesso di farlo, nemmeno durante il lockdown. E nel nuovo album 'Róisín Machine' ci mette in guardia: «Attenti a ottenere ciò che desiderate»

Foto press

La prima cosa che pensi, quando vedi il sorriso di Róisín Murphy su Zoom, è che speri di arrivare anche tu a 47 anni con la grazia e la luminosità che la contraddistinguono perfino in tempi di pandemia. È una mattina autunnale e uggiosa nel suo salotto, un’oasi di buongusto e stile nel cuore della Gran Bretagna, e nonostante sia struccata, abbia i capelli sciolti e un po’ scarmigliati e indossi una semplice camicia da uomo oversize e un paio di jeans, la sua presenza è magnetica e affascinante come in ogni sua apparizione sul palco, dove fa sfoggio di tutta la sua passione per la haute couture. Róisín, una specie di dea della musica dance ed elettronica, adorata come le inaccessibili dive dei film muti anni ’30, si è sempre distinta per una classe e una vocalità capaci di proiettare l’ascoltatore in un altro mondo, da attraversare rigorosamente a passo di danza.

Dagli esordi con i Moloko, che ci hanno regalato hit senza tempo come The Time Is Now o Sing It Back, alle sue innumerevoli trasformazioni da solista – tra cui il progetto Mi senti del 2014, cantato tutto in lingua italiana e dedicato alla nostra grande musica degli anni ’60 e ’70: l’artista è legata sentimentalmente al produttore italiano Sebastiano Properzi – non ha mai deluso. Soprattutto, non è mai rimasta uguale a se stessa, in preda a una creatività frenetica che ancora oggi le lascia poca tregua: se ha un’idea, si dà da fare finché non riesce a realizzarla. «Ultimamente ascolto moltissima musica dub, perciò ho iniziato a lavorare a un album con Mad Professor», svela ad esempio. «Probabilmente uscirà più avanti, però, perché nel frattempo sto finendo anche il mio prossimo disco solista». Il che è singolare, perché in tutto questo, mentre parliamo e lei è già al lavoro su altri due progetti, il suo ultimo album non è ancora neanche uscito (ma è finalmente disponibile da venerdì scorso). «In effetti, anche se mi prendo lunghe pause tra un progetto e l’altro, ci tengo a dire che sono sempre super-impegnata!», ride lei. «È anche per quello che ho intitolato l’album Róisín Machine».

Come mai?
Tendo a curare io stessa tutti i dettagli di ogni progetto, anche i più insignificanti: i video, le grafiche, il design, i crediti… So di essere una rompipalle e che la mia è una specie di maledizione, ma devo conviverci. Almeno so che il risultato finale mi rispecchierà al 100% e non ci saranno incomprensioni o dubbi. Nella mia visione delle cose non esiste giusto o sbagliato, esistono solo esigenze personali dettate dalla spontaneità.

È molto strano ascoltare un album del genere, che è tutto da ballare, in un periodo storico in cui la gente non può più farlo perché i club sono chiusi…
Spero con tutto il cuore che i miei fan non abbiano mai smesso di ballare, nonostante tutto quello che è successo. È una cosa molto salutare da fare, indipendentemente dal luogo: lo dicono anche gli scienziati, è il miglior esercizio che esista sia per il corpo che per la mente, perché crea connessioni neurali tra i due emisferi del cervello. Io stessa continuo a ballare spesso per conto mio, nel mio salotto. Mi è capitato anche di fare un dj set poco tempo fa nella nostra casa di Ibiza, dove anche se le discoteche sono chiuse la gente continua comunque a fare piccole feste private per ballare. Sebastiano aveva da poco acquistato un enorme sound system dagli Spiral Tribe, che sono stati da poco sfrattati dal loro quartier generale di West London, e così abbiamo deciso di inaugurarlo: di fatto ho suonato tutta la notte per sole due persone, ma hanno ballato ininterrottamente e la cosa mi ha fatto davvero felice.

Non ti mancano i locali affollatissimi o i festival enormi?
Per lavoro sono stata praticamente in qualsiasi tipo di club e festival, ma i miei preferiti restano quelli in cui c’è una sola consolle e un solo dancefloor e non passi tutto il tempo a vagare da una sala all’altra per vedere decine di dj in un’unica serata. L’unico club enorme che mi è veramente piaciuto tanto è il Berghain di Berlino, una vera cattedrale della scena notturna e del suono. Ci ho cantato un paio di anni fa e dopo aver finito ho passato tutta la notte a perdermi nei suoi meandri da sola: non vedendomi tornare, le persone che mi avevano accompagnato a un certo punto erano preoccupate. Ma per fortuna nel frattempo avevo conosciuto un gruppo di lesbiche forti e coraggiose che si sono prese cura di me facendomi ballare un sacco di techno finché non mi hanno ritrovata. È stato bello scoprire di essere ancora capace di fare certe cose, alla mia età (ride). Ma in generale mi piace ballare in contesti intimi e raccolti. È in quel genere di posto che ho incontrato quasi tutte le persone con cui negli anni ho lavorato e che mi hanno aiutato a creare i miei dischi.

A proposito di contesti intimi, durante il lockdown hai lanciato il progetto Róisín Murphy Live @ Home in cui ti esibivi dentro casa tua in vere e proprie visual performance…
Prima della quarantena avevamo già girato immagini di me che cantavo i miei nuovi brani in classiche situazioni da palcoscenico, e a un certo punto mi sono chiesta come si sarebbe potuto trasporre quel tipo di musica in un contesto come quello di casa mia. Marlene Dietrich diceva sempre: “Cara, il punto non sono le luci, è come le usi”. Per questo progetto ho lavorato con il direttore delle luci con cui collaboro da anni per i miei tour. Nelle performance sia io che lui ci esibivamo dal vivo, di fatto. Abbiamo cercato di creare un effetto cinematografico e penso che sia possibile riconoscere una grande influenza italiana nel risultato finale: mi sono ispirata moltissimo alle esibizioni di Mina e degli anni ’60 e ’70. C’era un’energia pazzesca, e la cosa più bella è che mi ha finalmente dato l’occasione di mettermi in ghingheri. Dopo tante settimane chiusa in casa, ho avuto l’occasione di far prendere un po’ d’aria ai miei outfit migliori tirandoli fuori dall’armadio.

L’Italia è da sempre nel tuo cuore, musicalmente e nella vita privata. Hai una canzone italiana preferita?
Sicuramente Ancora tu di Lucio Battisti è una di quelle a cui sono più legata: per me e Sebastiano è la nostra canzone. Ne ascolto tanta del passato e ho fatto molto ricerca sui format musicali della RAI in cui i cantanti si esibivano, per prendere ispirazione. Alcune mie performance dell’anno scorso, ad esempio, sono un omaggio a Raffaella Carrà. Però ammetto di non conoscere molto della scena attuale.

Anche i visual e il cinema sono da sempre una tua grande passione, tant’è che hai dichiarato che quando compierai 50 anni vorresti ritirarti dalle scene musicali per dedicarti a quello. Hai già in mente in che ruolo?
In effetti il piano è quello di concentrarmi più sul cinema che sulla musica quando sarò una cinquantenne, e considerando che li compierò nel 2023, non manca molto. Al momento è più un desiderio che un progetto, ma di solito quando desidero qualcosa riesco a ottenerlo. In ogni caso, tutto dipenderà da come mi sentirò quando arriverà il momento: se i pianeti si allineeranno e mi guideranno di nuovo verso lo studio di registrazione anziché verso il set, li seguirò. Per me l’importante è lasciarsi guidare dalla spontaneità. Vorrei fare la regista, comunque, e per estensione anche la sceneggiatrice. In particolare ho un progetto in mente, di cui sono entusiasta: un film che ripercorre i miei ricordi da ragazzina cresciuta tra gli anni ’70 e gli anni ’80, ma è molto complesso in termini di realizzazione. Forse dovrei concentrarmi su qualcosa di più fattibile, come opera prima.

Non ti mancherà la musica?
Sicuramente mi mancherà tantissimo, ma per fortuna il cinema e la musica sono due arti che spesso vanno a braccetto. E poi ho la bruciante ambizione di lavorare con altri artisti, di vedere la scintilla che si accende in loro anziché accendere la mia, e penso che questo mi compenserà di tutto. Qualche anno fa ho firmato la regia di un videoclip per i Fat White Family (quello di Tastes Good With the Money, nda) ed è stato bellissimo, sono stati dei performer eccezionali, degli attori nati. È stata una gioia dirigerli.

I Fat White Family rientrano nella tua visione di arte e musica, mentre di recente hai detto in un’intervista al New York Times che oggi, per essere un’artista pop, devi essere cheap…
Sembra un’affermazione molto tranchant e dettata dall’invidia, vero? (Ride) Ma per me essere famosa come una pop star sarebbe una vera rottura di palle. Grazie a Dio non è successo. Quando vedo quei ragazzi che a 20, 22 anni diventano famosissimi e devono rinunciare alle loro vite private, che vengono presi d’assalto per le foto e che tutti pensano di conoscere intimamente solo perché sono in copertina, mi chiedo come diavolo facciano a resistere. Quel poco che ho sperimentato della fama mi è bastato e avanzato. Sono contenta di poter portare i miei figli al ristorante o in metropolitana senza dovermi preoccupare di essere riconosciuta; a dire il vero ultimamente mi sta capitando un po’ più spesso, ma alla mia età riesco a gestire la cosa molto meglio. E in più, quando la gente mi ferma, è perché conosce la mia musica, non il mio personaggio pubblico. Detto questo, non odio a prescindere tutte le pop star. Mi piace moltissimo Billie Eilish, ad esempio: fa le cose alle sue condizioni, senza seguire i trend, e per questo ci vogliono le palle, soprattutto se sei così giovane. Spero sia una persona forte anche su tutto il resto, però, perché dev’essere difficile essere lei in questo momento.

Cosa penseresti se i tuoi figli volessero lanciarsi nel mondo della musica?
Cerco di non proiettare i miei desideri su di loro. Ho anche cercato di non iscriverli a mille corsi e sport, perché è così che sono cresciuta io: tornavo a casa da scuola e potevo godermi la mia libertà, decidere da sola cosa fare del mio tempo libero. Lascio che vengano su come i fiori, o le erbacce, senza preoccuparmi troppo di star loro addosso.

Restando in tema di libertà che avevamo e ora forse non avremo più: hai definito il singolo Something More il «canto del cigno di ciò che eravamo». Cosa intendevi esattamente?
Non parlo di ciò che eravamo prima della pandemia, ma di ciò che eravamo in generale. Indipendentemente dal Covid, c’era bisogno di resettare tutto già da un bel po’ di tempo, in qualunque ambito. Guarda l’industria musicale, ad esempio: festival enormi, dischi iperprodotti… Come si fa ad assorbire davvero un’esperienza, così? Siamo arrivati al punto in cui abbiamo ottenuto ciò che desideravamo, ma ci siamo resi conto all’improvviso che la parte migliore era proprio cercare di ottenerlo.

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