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Roger Waters: «La mia sfida a Donald Trump»

Un nuovo album e un tour durante il quale l’ex Pink Floyd vuole suonare The Wall davanti al Muro con il Messico. Per farlo crollare. In questa intervista ci spiega come

C’è un discorso di Barack Obama che ha molto colpito Roger Waters: è quello in cui l’ex Presidente ha picchiato duro contro il nazionalismo «costruito attorno all’idea che ci sia un “noi” e un “loro”». Una frase che ha lasciato il segno, non solo per l’evidente richiamo a Us and Them, il brano dei Pink Floyd che Waters ha contribuito a scrivere. «Ovvio, sono d’accordo con Obama», dice Waters, che sta per lanciare un nuovo concept album. «Non c’è nessun “noi” e “loro”, è un’illusione. Siamo tutti esseri umani e dobbiamo supportarci l’un l’altro, dobbiamo trovare modi per strappare via il potere dalle mani dei pochi, pochissimi che controllano il denaro e tutte le proprietà».

Questo concetto (siamo tutti la stessa cosa, abbiamo tutti gli stessi problemi) è al centro del nuovo tour dell’ex bassista e solista dei Pink Floyd, chiamato proprio Us+Them. Waters ha promesso uno spettacolo al livello del The Wall Tour, un mix di brani vecchi e nuovi, quelli dei Pink Floyd, ma anche quelli del suo nuovo disco, Is This the Life We Really Want?, che parla proprio di questi temi.

Le immagini di Donald Trump utilizzate da Waters durante il Desert Trip Festival. Foto di Kevin Mazur/Getty Images

Il cantante, 73 anni, ha dichiarato che sia il tour che l’album sono figli dell’incazzatura e della delusione che ha mostrato a tutti pubblicando il video del concerto a Mexico City, quello in cui ha suonato Pigs (Three Different Ones), un brano estratto da Animals. Sui pannelli dietro al palcoscenico sono stati trasmessi video e immagini di Donald Trump accompagnati dalla scritta pendejo (stupido). «Volevo rendere manifesta in maniera più che evidente la mia disapprovazione per Trump e per quello che rappresenta, e volevo farlo prima delle elezioni. Purtroppo non ha avuto un effetto sufficiente. Ho scritto un monologo, volevo farlo al Desert Trip, poi mi sono reso conto che non sarebbe stato solo teatro e ho cambiato idea. Magari lo pubblicherò, più avanti».

Waters ora è pronto per portare il suo messaggio in tour, di fronte a platee gigantesche, e non importa se alcuni fan non gradiscono l’idea. «Delle 80mila persone presenti al Desert Trip forse mille sono andate via disgustate – non saprei quantificarle con certezza. Diciamo che c’era sicuramente qualcuno che non ha gradito il mio prendere in giro uno scemo», ha detto.

La scritta proiettata durante il Desert Trip Festival. Foto di Frazer Harrison/Getty Images

Ha poi rincarato la dose in una conferenza al Victoria & Albert Museum, annunciando che, nel corso del tour americano, vuole suonare The Wall davanti al Muro che Trump sta costruendo al confine con il Messico. «The Wall», ha detto «è di grande attualità, soprattutto ora con Trump, le sue dichiarazioni sui muri e la sua capacità di creare la massima ostilità tra razze e religioni diverse». Waters, in questa lunga intervista con Rolling Stone, ha parlato di come si intrecciano la sua musica e le sue idee politiche.

Qual è il tema dell’Us+Them Tour?
Il titolo è figlio di una canzone di The Dark Side of the Moon. In quel brano c’è un verso che dice “With, without / And who will deny that’s what the fighting’s all about?” (“Chi ha, chi no / E chi negherà che è tutto qui il senso della battaglia?”), ho capito che la risposta a questa domanda (che mi sono posto nel ’73) oggi è: quasi tutti. Quasi tutti pensano che la battaglia sia ideologica. Tutti dicono: “La battaglia è in Medio Oriente, la battaglia è contro i musulmani che iniziano la guerra santa, la battaglia è contro il terrorismo”. No, non è vero, il punto sono i soldi. Si combatte sempre per soldi. La guerra è un grosso investimento. Genera così tanti soldi, perché ne fa spendere altrettanti molto in fretta. Con la guerra c’è chi si arricchisce moltissimo. Per questo c’è sempre un motivo per incoraggiare la guerra, per farla continuare, per far sì che ci siano sempre “gli altri” da invadere legittimamente.

Dove vedi queste cose nel mondo contemporaneo?
Ora che Donald è al potere, aumenterà ancora gli investimenti militari, l’ha detto lui stesso, nonostante gli Stati Uniti abbiano soldati e armi in tutto il mondo. Userà le vostre risorse – in realtà sono anche le mie risorse, visto che pago le tasse negli Stati Uniti – per fare un esercito più grande, una marina più grande e una flotta aerea più grande, per creare sempre più conflitti in giro per il mondo. Perché? Perché è un buon affare. Tutto quello che interessa a Donald è il business. Gli interessa vincere o perdere nel mondo del business. Vuole solo che questa diventi la nazione più forte del mondo, così da poter imporre a tutti il suo modo di pensare: è quello che vuole fare e continuerà a provarci finché la resistenza non crescerà a tal punto da togliergli la presidenza.

Roger Waters sul palcoscenico. Foto di Kevin Winter/Getty Images

Come porterai questo concetto sul palco?
Dirò che stiamo vivendo una vita che in realtà non vogliamo affatto vivere. Questo è anche il titolo dell’album che sta per uscire, Is This the Life We Really Want?. In realtà la frase appartiene a una poesia che ho scritto nel 2008, prima delle elezioni. Pensavo davvero che Obama avrebbe reso il mondo un posto migliore. Il disco parla di questo, ma anche di altro. Il vero centro è proprio la nostra accettazione del concetto di un “noi” e di un “loro”: siamo già su una strada che non ci porterà in un posto migliore, in un posto pieno di sole, alberi e api – niente api, le abbiamo uccise tutte con i pesticidi. Mi piace pensare che la gente voglia ancora vivere in un mondo con le api, in un mondo dove possiamo affrontare il problema del cambiamento climatico, in un mondo dove si riesca a capire che guardare a cosa provano gli altri può renderti felice. Forse dobbiamo guardare alle statistiche relative alla felicità, non a quelle su chi vince e chi perde. Se riusciamo a fare tutto questo, allora capiremo che l’idea di un “noi” e di un “loro” è solo un’illusione.

E riuscirai a fare tutto questo, proponendo un mix di canzoni vecchie e nuove?
Suonerò canzoni del periodo dei Pink Floyd, qualche pezzo estratto da Amused to Death e qualcosa del nuovo album. Diciamo che il 75% del materiale è solo mio, il resto è stato scritto con gli altri Floyd. Poi c’è un 20% di materiale inedito, mai ascoltato prima. Tematicamente, però, è tutto collegato. Per tutta la vita ho sempre e solo scritto della stessa cosa: noi, in quanto esseri umani, abbiamo delle responsabilità l’uno verso l’altro. È importante capirsi, organizzare la società per essere felici e conquistare la vita che vogliamo veramente. La vita che vogliamo veramente è una vita dove possiamo tutti permetterci di educare i nostri figli in maniera tale che loro e i loro nipoti possano diventare migliori, più produttivi, meno aggressivi, meno competitivi, meno nazionalisti, meno colonialisti. Vorrei meno vite come quelle che viviamo adesso, controllati da quei pochi che detengono il potere.

Sembra davvero parecchio per un concerto di due ore e mezza.
Beh, è vero… Sì, facciamo rock&roll, ma facciamo anche teatro. E ci teniamo molto. E ci sarà gente a cui non piacerà per niente, proprio perché me la prenderò con Trump.

Un buon esempio di questo aspetto è la tua performance di Pigs (Three Different Ones) a Mexico City. Perché hai scelto quel pezzo per attaccare Trump?
Perché il primo verso sembra scritto su misura per lui. “Big man, pig man / Ha-ha, charade you are”. Tutto il resto del pezzo parla di ingordigia, “Down in the pig mine, pig stain on your fat chin”, e Trump è un ingordo, è ingordo del suo stesso ego. È anche un filisteo, una persona priva di sensibilità. E non fa altro che strillarlo ai quattro venti. Sfortunatamente, siccome è stato eletto Presidente degli Stati Uniti, adesso pensa anche che la gente sia impressionata dalle sue qualità. Magari queste persone esistono, ma io non le ho mai incontrate. Però esistono.

Quando hai pubblicato il video di Pigs hai scritto: “La resistenza comincia oggi”. Cosa altro stai facendo per combattere Trump?
Spero che il mio tour, Us+Them, sia un esercizio alla resistenza. Non solo contro Trump, ma contro tutti i despoti, i dittatori, i ladri e tutti quelli come loro in giro per il mondo – purtroppo si tratta di parecchia gente. Dobbiamo organizzare il nostro amore, fare in modo che diventi così potente da resistere al loro narcisismo e alla loro avidità, alla loro indifferenza verso i sentimenti degli altri, alla loro incredibile mancanza di empatia. È la mancanza di empatia che fa di uno come Donald Trump un vero sociopatico. Continuerò ad aggiornare le proiezioni con le sue sparate più recenti. Trump è una fonte inesauribile di assurdità. Lui stesso ha detto: “Non puoi essere troppo avido”. Ho usato questa frase in uno dei nuovi brani, perché questo modo di pensare alla Gordon Gekko… pensavamo fosse sparito con la fine degli anni ’80 e ’90, invece non è così. Il Presidente degli Stati Uniti ha esattamente gli stessi valori di Gordon Gekko, il personaggio di Wall Street.

Anche Donald è un essere umano. Pazzo, malato e folle, ma è umano

Quindi Is This the Life We Really Want? è un concept album?
Sì, assolutamente.

Alcuni anni fa stavi lavorando a uno spettacolo per la radio: raccontavi la storia di un uomo e di sua nipote. Volevi scoprire perché tanti bambini muoiono in giro per il mondo, ma hai abbandonato quell’idea per dedicarti a questo disco. Mi puoi parlare un po’ di più del nuovo album?
Beh, due o tre canzoni di quel progetto sono state spostate in questo. Sto lavorando con Nigel Godrich, un produttore inglese, e lui mi ha fatto capire che per un disco rock&roll le mie idee teatrali – avevo scritto tutto come se fosse uno spettacolo per la radio – non fossero proprio l’ideale. Gli ho detto: “Ok, è un’idea interessante. Dimmi di più”. Da quel momento in poi abbiamo lavorato molto, è stato un processo interessante e molto gratificante. Penso che siamo riusciti a fare un disco molto bello, pieno di cose nuove e insolite. Ma è molto meno lineare dello spettacolo teatrale da cui è nato. Più avanti potrei comunque fare lo spettacolo in radio, ma in quel caso sarà una cosa diversa. Ci sono molte idee di quel progetto in questo. Diciamo che le mie preoccupazioni – “Perché uccidiamo i bambini?” – sul tema sono sempre le stesse e sono nel disco. Mi preoccupa ancora il tema della mortalità infantile, della nostra apatia verso queste morti. Non riusciamo a capire che queste tragedie sono figlie del nostro silenzio e della nostra indifferenza. Sfortunatamente è diventato normale, abbiamo normalizzato la morte degli innocenti.

La tua ultima pubblicazione, Ça Ira, era un’opera, e sono passati 25 anni da Amused to Death. Come mai hai deciso di fare un disco rock ?
Mentre ero in giro per il The Wall Tour, tra il 2010 e il 2013, avevo sempre con me una chitarra. Avevo una chitarra e un sacco di tempo libero. A un certo punto ho scritto questo pezzo, il cui titolo all’epoca era If I Had Been God, una canzone in cui mi chiedo come sarebbe il mondo se fossi stato Dio. È un esercizio interessante per tutti, un po’ come pensare: “Cosa farei se fossi io il Presidente? Cosa farei se avessi il controllo di Camera e Senato? Renderei il mondo un posto migliore?”.

Che cosa faresti tu?
Beh, ovviamente sarei molto diverso da Donald. Cercherei di fare pace con i miei vicini, il Canada e il Messico, ma anche con il resto del mondo. Per quanto riguarda la politica interna, invece, vorrei fare in modo che nessuno debba più dormire in macchina, vorrei che chi lavora nelle città possa permettersi di viverci davvero. Incoraggerei la creazione di spazi verdi e gli investimenti nella scuola pubblica, così da far crescere i nostri figli con gioia ed educazione. E smetterei di essere bellicoso, belligerante e arrogante con il resto del mondo e ridurrei l’esercito americano in maniera molto seria. Mi piace molto il modello del Costa Rica: non hanno un esercito e non sono mai stati invasi dai loro vicini.

Sembri molto attento all’attualità, soprattutto a proposito di Trump e delle sue politiche.
Mi sveglio ogni giorno aspettando la sua prossima mossa. È straordinario vedere l’impotenza del potere giudiziario e della legge di fronte al suo delirio narcisista. Kellyanne Conway, una dei consiglieri di Trump, pubblicizza la linea di vestiti di Ivanka in televisione – è una roba contro tutte le regole, tutto quello che fa Trump è contro le regole. È così bizzarro vedere come riesca a scamparla tutte le volte.

Non sei l’unico: molta gente sembra di nuovo interessata a quello che succede ogni giorno.
Qualche anno fa l’opinione pubblica era più interessata alla dimensione del sedere di Kim Kardashian che alle condizioni di vita della gente, all’economia o al modo in cui funziona la società. Il sedere di Kim Kardashian era più importante del futuro, del cambiamento climatico e di tutto quello che è serio. Finché potremo comprare bottiglie di veleno per ucciderci con il diabete, saremo perfettamente felici di essere fottuti da questa gente. Forse Trump sarà il catalizzatore. Tutta quello che sta succedendo ha solo una possibile soluzione positiva: deve nascere una vera resistenza del popolo americano, così il resto del mondo dirà: “No, non è questa la vita che vogliamo davvero. Non vogliamo questa vita. Il modello-Trump non è qualcosa a cui aspiriamo, non importa il risultato elettorale. Vogliamo un modello diverso, più umano, non vogliamo competere disperatamente l’uno contro l’altro, la nostra nazione non è in competizione con le altre, dobbiamo capire che è necessario cooperare tutti insieme per risolvere i conflitti e creare un mondo più sostenibile per i nostri fratelli e per le nostre sorelle”. Alla fine siamo tutti esseri umani. Anche Donald.

Anche Donald?
Anche Donald è un essere umano. È solo malato, pazzo e folle, ma è comunque un essere umano. Siamo tutti parte della famiglia e siamo responsabili l’uno dell’altro. Io, comunque, vedo una resistenza che diventa sempre più forte. E se lui continuerà a implementare le sue politiche, se cercherà di metterci uno contro l’altro, allora diventeremo ancora più forti. Diremo: “No, non è questo quello che vogliamo”.

Lo sai che ho visto Donald Trump a uno dei tuoi concerti del The Wall Tour? Al Madison Square Garden, nel 2010. Se n’è andato prima del secondo atto, ha visto il muro costruito, ma non l’ha visto crollare.
(Ride) Beh, bene. È una storia simbolica, interessante. Sono contento che tu me l’abbia raccontato, non lo sapevo.

Il tour di The Wall è stato uno spettacolo incredibile, hai paura di non reggere il paragone con Us+Them?
No. Sarà spettacolare, sì, ma completamente diverso. Non voglio dire troppo di quello che faremo, ma diciamo che sarà abbastanza simile a quanto fatto al Desert Trip. Non mancherà di certo lo spettacolo. Sappiamo come fare una cosa così, per questo la parte nordamericana del tour sarà nelle arene.

Prima di iniziare il The Wall Tour avevi detto che sarebbe stato il tuo ultimo spettacolo. Cosa ti ha fatto cambiare idea?
Beh, forse questo sarà l’ultimo, di sicuro non ringiovanisco con il tempo. Diciamo che è una mia dipendenza.

Avevi fatto circa 200 concerti.
In questi anni, dopo la fine di quel tour, mi sono spesso ritrovato a pensare: “Sai, forse ne ho ancora un altro dentro di me”. Mentre registravo il nuovo disco pensavo: “Sai che c’è? Forse tiro su uno spettacolo e giro il mondo un’ultima volta”. Con il passare del tempo, ormai saranno 50 anni che faccio questo mestiere, ho capito che stare di fronte a un pubblico mi piace. Quando ero più giovane non la vedevo così, ma il tour di The Wall – e i due precedenti – mi hanno fatto capire quanto la gente sia legata alla mia musica. Provo sentimenti incredibili quando sono in una stanza con persone che sentono queste cose. C’è un vero senso di comunità durante i miei concerti, sento una vera connessione con il mio pubblico, è qualcosa che voglio continuare a fare, finché ne avrò le forze.

Di recente ho intervistato Nick Mason a proposito del box set Early Years. Mi ha raccontato di una sua teoria su Syd Barrett, ha detto: “Sicuramente l’Lsd ha esasperato la sua situazione, ma credo che il suo problema fosse che aveva realizzato che non voleva più stare in una band, aveva capito che non faceva più per lui, che voleva tornare all’accademia d’arte”. Cosa ne pensi?
Non saprei. Forse. È una teoria valida. Anzi, forse c’è addirittura un fondo di verità, ma non lo sapremo mai, perché Syd, in quel periodo, era tutto meno che lucido. È difficile capire cosa pensasse e cosa volesse davvero. Non lo sapremo mai.

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