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“Rock-the-casah”, la quarantena di Boosta

Il tastierista e co-fondatore dei Subsonica racconta il suo isolamento: avventure nel ‘600 giapponese, un album di micro-canzoni, musica strumentale. «Ci sono troppe parole e ho bisogno di vuoto»

Artwork: Stefania Magli

«Sto ascoltando musica strumentale. Tanta. Ci sono troppe parole e ho bisogno di vuoto», dice Davide “Boosta” Dileo di questo periodo in isolamento. E non si limita ad ascoltarla: in questi giorni il tastierista e co-fondatore dei Subsonica – che hanno spostato il tour di Microchip temporale nell’ottobre 2020 – ha pubblicato un instant album, una colonna sonora in tempo reale intitolata 9 minuti e composta da micro canzoni di 59 secondi. È un regalo ai fan, e anche un modo per continuare a suonare in questo momento folle. «La musica è uno strumento per il prossimo, per tutti. La usiamo nella musica e ci rende molti favori. È la nostra voce quando non ne abbiamo una», dice.

Abbiamo contattato il tastierista per farci raccontare come sta vivendo questo periodo.

Dove e come passi queste giornate di isolamento? 
A casa. Le mie figlie e io. Con la fortuna di avere affetti, libri e strumenti a portata di mano. E tempo. Anche se non sono convinto sia un gran bene averne troppo, di colpo, tutto insieme. È curioso (almeno) quante persone passino il tempo dando consigli su come usare il tempo. Come noi ora… 😉

Quali dischi stai ascoltando, quali libri stai leggendo, quali film o serie stai guardando? 
Sto ascoltando musica strumentale. Tanta. Dai minimalisti del primo Novecento (Mompou, Satie su tutti) a Jon Hopkins che non mi stanca mai. Troppe parole, ho bisogno di vuoto. Sono appassionato di una meravigliosa epopea letteraria: Shōgun di James Clavell, eccezionale storia ambientata nel 1600 in Giappone. Molto moderna, a suo modo. E poi sto rileggendo gli studi di Ekmann sulle microespressioni e i comportamenti inconsci dell’uomo. A questi aggiungo anche il bellissimo libro di racconti di Gay Talese, Frank Sinatra ha il raffreddore: uno spaccato di un tempo vicino sepolto da tanto. Mi piacciono anche i polizieschi. Guardo The Mentalist che mi rilassa molto. Ma ho appena scoperto la bellezza del remake prodotto da Spielberg di Storie incredibili. Bellissimo.

C’è una canzone in particolare che ami ascoltare quando sei solo? 
A House Is Not a Home di Bacharach e A Day in the Life dei Beatles.

Quale artista del presente o del passato, italiano o straniero, vorresti avere lì con te per fare musica? E perché lui/lei? 
Mina. Perché è la cantante più intensa. Una delle persone più empatiche e intelligenti che conosca. È molto divertente, ha una tavolozza di colori d’arte enorme. Io suono. Lei canta. Perfetto.

Là fuori l’atmosfera è pesante. Quando scrivi musica l’umore collettivo ti influenza?
La musica è uno strumento per il prossimo, per tutti. La usiamo nella vita e ci rende molti favori. Accompagna gioia e dolori. È la nostra voce quando non ne abbiamo una. Lo specchio in cui guardarsi o dietro cui nascondersi. Fare musica significa prendersi il carico di tutto quello che succede. È una responsabilità. Per questo bisogna avere sempre rispetto e amore per la propria colonna sonora.

Le puntate precedenti: Bugo, Ghemon, Kiss

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