Roberto Angelini: «Sognare di riempire gli stadi dopo una certa età è ridicolo» | Rolling Stone Italia
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Roberto Angelini: «Sognare di riempire gli stadi dopo una certa età è ridicolo»

Dopo le polemiche, la musica. 'Il cancello nel bosco' è il nuovo album del chitarrista. Ecco il suo racconto: fare il musicista a 46 anni, lo spirito del disco, il produttore come psicologo, la «gogna gigantesca» dei social

Roberto Angelini

Foto: Simone Cecchetti

Dal nonno che ospitava a casa artisti come Chet Baker, passando per il patrigno virtuoso della chitarra, fino ad arrivare al figlio che ha appena scritto un brano inserito nel nuovo album: in casa di Roberto Angelini, è il caso di dirlo, la musica è una questione di famiglia. E nonostante la tanta televisione, dopo nove anni, evidentemente era il momento di tornare proprio alla musica suonata e registrata.

Il chitarrista e produttore lo fa con Il cancello nel bosco, un disco pubblicato dalla sua etichetta FioriRari che riassume le tante collaborazioni dell’ultimo decennio, come con Gigi Canu e Marco Baroni dei Planet Funk o la re-interpretazione del brano L’isola scritto per Emma Marrone, oltre a diversi inediti e a pezzi strumentali. Ne abbiamo parlato con Angelini volto noto di Propaganda Live su La7, che ci ha spiegato le influenze e le sonorità, che vanno dal vecchio amore Nick Drake a strumenti costruiti appositamente per manipolare il suono in modo innovativo, il tormentone Gatto matto che stava per rovinargli la carriera, il caso della lavoratrice del suo ristorante pagata in nero: «Si è creato una sorta di tribunale social. Io ho le spalle larghe, ma se questa cattiveria la subisce chi è fragile può risultare molto pericolosa».

Roberto, dopo nove anni torni con un disco quando i dischi non si vendono più. Cosa ti è saltato in mente?
Diciamo che ho aspettato il momento giusto. Mi sono accorto dopo tutto questo tempo che avevo messo da parte una serie di pezzi che sarebbe stato un peccato tenere dentro gli hard disk. E allora ho provato a dargli un senso. Da tempo ho una etichetta mia, FioriRari, quindi sono io stesso il mio editore e il mio produttore, nel bene e nel male, per cui posso decidere in autonomia quando scomparire e quando ricomparire. E ora mi sembrava il momento buono.

Qual è il tuo rapporto con le tendenze musicali del momento?
Ascolto di tutto, anche generi apparentemente lontanissimi da me. Mi capita di prendere elementi da mondi molto lontani e provare a inserirli in qualcosa per me di più familiare. Un po’ come già fece Bon Iver utilizzando l’hard tuning sulla musica acustica, quasi un linguaggio trap. Ascolto di tutto perché voglio sentire dove va la musica, ma quando fai un disco dopo i 40 anni, per non risultare ridicolo, alla fine devi cercare di essere aderente a quello che sei in quel momento senza inseguire i suoni di tendenza. Anche perché, nel farlo, mi sentirei un po’ a disagio.

Infatti l’album è molto sofisticato. Ma se dovessi definirlo con le classiche etichette che si appiccicano di solito ai dischi, come per esempio “della maturità”, “della svolta” o “del ritorno alle origini”, quale sceglieresti?
Sicuramente nessuna di queste tre. Maturità forse solo per l’età, non per il contenuto. Della svolta neppure, perché è una linea che, più o meno, ho sempre seguito. Cioè di unire l’acustico all’elettro. Diciamo che è un disco di sintesi, che racconta le collaborazioni di nove anni di vita. Così ci sono finite dentro quelle con Gigi Canu e Marco Baroni dei Planet Funk, con Fabio Rondanini, con Rodrigo D’Erasmo, le mie storiche influenze da Nick Drake e alcune esplorazioni sulla chitarra.

Senza dimenticare L’isola, che avevi scritto per Emma Marrone.
Esatto, in questo caso ho pensato di riproporre il brano, ma lasciando passare un po’ di tempo per non sembrare quello che dice «ora vi faccio sentire la mia versione». Mi piaceva l’arrangiamento originale, per cui mi dispiaceva perderlo nei meandri della memoria del computer.

In Condor canti: “mio nonno Alberto guariva con le mani”. Aveva anche un rapporto speciale con la musica, pur non essendo un musicista. È vero che ospitò a suonare nella sua casa persino Chet Baker?
Mio nonno era un personaggio davvero particolare. Grande amante della musica e un po’ mecenate. Nella sua casa in campagna transitavano molti artisti. Io purtroppo ero molto piccolo, per cui ho ricordi soltanto attraverso le foto dell’epoca che ritraggono musicisti incredibili, da Chet Baker a Tony Scott. Se fossi stato un po’ più grande me li sarei potuti godere. Quella frase in Condor la dedico al vero mestiere di mio nonno, che era quello di pranoterapeuta. Guariva le persone con le mani e io un po’ ci voglio credere e un po’ ho le mie riserve che fosse vero. Ma in questo disco c’è una certa linea di continuità familiare, visto che ho voluto inserire anche un brano di mio figlio.

Ti riferisci a La chiave del cancello.
È un pezzo strumentale scritto e suonato da Gabriele, che ha solo 12 anni. Un giorno l’ho sentito suonare questo giro di pianoforte e ne sono rimasto rapito. L’ho registrato al volo con mezzi di fortuna, poi l’ho mandata a Rodrigo D’Erasmo per far capire a mio figlio come avremmo potuto svilupparlo. È bellissimo, per cui è come se idealmente passassi a lui il testimone.

Una famiglia con la musica nel sangue. Anche il tuo patrigno, Vittorio Camardese, è stato un chitarrista di culto per la sua capacità di innovare la tecnica dello strumento.
Ha avuto una storia incredibile. Grande chitarrista e tecnico del suono negli anni ’60. Va a finire che quello meno dotato in famiglia sono io (ride). Per quanto mi riguarda sono felice di fare da vent’anni quello che mi piace, cioè suonare. Auguro a chiunque di legare la propria vita alla passione che lo anima, perché questo ti permette di mantenere una parte del bambino che è in te sempre viva. Ma presumo che mio figlio possa avere più talento di me.

Dal punto di vista musicale, di quali aspetti musicali vai più fiero?
Sicuramente di aver utilizzato uno strumento assemblato con i ragazzi di Effettidiclara, che sono molto noti per le loro creazioni artigianali per chitarra e basso. Sono dei geniacci. Mi hanno aiutato a realizzare la mia strana idea di un modulare che fosse creato appositamente per i pedali della chitarra. È una mezza invenzione nostra, che prende il nome di ARP (dai cognomi Angelini, Russo, Pastori, ndr) che ha dato origine a un suono molto originale, che si sente sia ne Il complotto delle foglie parlanti che in Hedra. Come in un modulare, il suono quando entra viene trasformato, ma in questo caso utilizzando una chitarra acustica e dei pedali. Sai, dopo tanti anni che suoni c’è il rischio di ripetersi, di non trovare soluzioni nuove, tanto che spesso la chitarra viene messa da parte.

Hai citato anche Nick Drake tra le influenze dell’album, un artista al quale in passato hai dedicato il disco Pong Moon e il film Songs in a Conversation. Come sono tornate quelle suggestioni?
Grazie a Nick Drake ho compiuto un viaggio meraviglioso attraverso la sua musica e ho scoperto il suo mondo chitarristico. Il modo in cui lui “scordava” lo strumento, utilizzando una accordatura aperta e con i capotasti spostava completamente l’asse della chitarra. È una ricerca fantastica per un musicista, che unita al modulare ARP mi ha permesso di manipolare il suono lasciando l’incognita di ciò che potrebbe succedere, una sensazione molto stimolante mi auguro anche per l’ascoltatore.

Da produttore, negli anni hai lavorato con Margherita Vicario, Andrea Rivera e Luca Carocci, così come da co-produttore con Niccolò Fabi per il fortunato album Tradizione e tradimento. Quanto conta per te questa attività rispetto alla musica suonata?
Il mio essere anche produttore è molto legato agli “anzianotti”. Non a caso, il mio viaggio più giovanile è stato quello con Margherita Vicario. Ma non voglio dare priorità alla produzione, perché in questa attività la musica conta al 10%, mentre per il 90% devi essere uno psicologo. E siccome preferisco suonare che fare analisi agli altri, visto che poi ci devo andare anch’io, la lascio a chi ha questa urgenza. In Italia è pieno di ottimi produttori. La mia etichetta è una trincea che offro a chi ha bisogno di uno spazio di libertà, ma io non ce la faccio più di tanto a portare avanti il lavoro di produzione. A meno di non avere delle giornate più lunghe per fare tutto.

E non mi sembra neanche che questo disco punti alle classifiche o agli stream, mentre mi sembra più adatto alla dimensione live.
Quando sei giovane sei spinto dalla proiezione di ciò che vorresti essere. Come il voler riempire gli stadi, che fino a una certa età è giusto e sano, ma forse quando cresci diventa un po’ ridicolo. Bisogna capire il proprio talento, cioè quello che ti viene meglio e concentrarti a fare quello. Mi piacerebbe parecchio tornare ai live, anche se non si capisce più niente. Ogni autunno-inverno torna una infinita trafila a causa della pandemia. Per ora sono stato fortunato, perché ho suonato tanto dal vivo con Niccolò Fabi che d’estate non si è mai fermato. Ora c’è da capire cosa succederà. Sugli stream non saprei, visto che l’ultima volta che ho pubblicato un disco non c’era neanche Spotify…

Eppure c’è stato un tempo, nel 2003, in cui spopolavi in classifica con Gatto matto. Come hai fatto a “sopravvivere” a un tormentone?
Il discorso è delicato e soggettivo. Prima di arrivare a un tale successo uno lo desidera, ma poi quando capita, e non nego sia stato divertente, è vero che può mettere a rischio una carriera. Un conto è accompagnare per una estate gli italiani, un altro è entrare nel cuore di alcuni che poi ti seguiranno tutta la vita. Io dopo ci ho sofferto, non è stato facile ricostruire un percorso musicale. Sono ripartito da zero e piano piano ce l’ho fatta. Poi, quel maledetto simpaticone di Zoro (Diego Bianchi, conduttore di Propaganda Live, nda) è tornato a tartassarmi con quel tormentone dandogli paradossalmente nuova vita. Mi diverte, è una specie di condanna che affronto con il sorriso. Ma se riguardo quel tipo con i capelli corti e la canotta che cantava Gatto matto oggi stento a riconoscerlo.

Guardando la tua esibizione a Propaganda Live sul singolo Condor, dove per un attimo hai dimenticato le parole, mi è tornato alla mente quando chiesi a Federico Poggipollini se gli fosse mai successo di steccare. Lui l’aveva definito «un buco nero, dove per una frazione di secondo ti chiedi: perché sto facendo questo?». Come si supera?
Ah guarda, io stecco continuamente (ride). Però ci vuole la capacità di trasformare un errore in un evento di spettacolo unico, al quale chi partecipa alla fine si sente legato perché lo ritiene un momento speciale. Come una corda che si rompe, un accordo preso male, una stecca vocale. Quello in trasmissione è stato un vuoto, un vero “buco nero”, una linea piatta dovuta anche ai fogli a terra scritti troppo in piccolo. All’inizio è stato terribile, ero molto dispiaciuto, ma subito dopo mi sono accorto di essere sommerso dall’affetto. È stato divertente che sia avvenuto a Propaganda Live, che è un programma che in sé adora gli errori, li enfatizza, è una cialtroneria continua. Certo, avrei preferito non dimenticarmi il testo, ma è andata così e non è andata neanche poi così male.

A volte le “stecche” capitano anche nella vita. Dello scandalo scoppiato intorno alla lavoratrice in nero del tuo ristorante, che hai ammesso essere stato un errore dopo aver pagato una multa, che cosa ti ha ferito di più nella bufera mediatica?
Prima di tutto ho peccato di ingenuità per lo sfogo social. Dovrebbero inventare un telefono che si rende conto che stai scrivendo una cazzata e impedirtelo. Una volta bastava sfogarsi a voce con un amico. A parte gli scherzi, ne ho pagato conseguenze carissime. Si è creato un mostro, una sorta di tribunale social, una gogna gigantesca. Onestamente ho le spalle abbastanza larghe e quelli che avevo vicino mi hanno aiutato. Ma quando questa cattiveria la subisce qualcuno di più fragile può risultare molto pericolosa. Perché si alzano tutti sul piedistallo a dirti cosa dovevi o non dovevi fare.

Credi abbia influito la tua presenza fissa a Propaganda Live?
È chiaro che è stato uno scandalo sovradimensionato. In molti hanno usato questa storia per attaccare il programma. Dall’errore che ho fatto con un lavoratore, con il quale poi ci siamo accordati, mi ero trasformato in un caporale di una piantagione a capo di una squadra di stranieri sfruttati con il lavoro nero. Ma quello che andava risolto l’ho risolto nelle sedi opportune e per il resto ho imparato la lezione e si va avanti.

Dopo Il cancello nel bosco hai già un occhio a ciò che ti piacerebbe sperimentare in futuro?
Mi sarebbe piaciuto un tour in giro per l’Europa, ma adesso comincio a essere grandicello e non lo trovo più figo come una volta. Vivo di sogni e sono fortunato perché dove si chiude una porta se ne apre subito un’altra. Fondamentalmente vorrei proseguire nell’avere stimoli musicali, a esplorare nuove sonorità, a incontrare colleghi interessanti e continuare così fin quando ce n’è.

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