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Roberto Angelini: «Dopo ‘Propaganda’, mi metto a nudo»

Dal tormentone 'Gattomatto', che «poteva trasformarsi in una prigione a vita», a 'Condor', «preghiera laica» uscita oggi, il chitarrista racconta la sua vita dentro e fuori il programma di Diego Bianchi

Foto: Simone Cecchetti

Dopo che la sua versione dello “shock because” di Renzi è diventata virale, insieme agli ascolti di Propaganda Live in crescita e a una latitanza dalla carriera a proprio nome lunga quasi dieci anni, Roberto Angelini rischia di essere incasellato come quello lì, il personaggio televisivo, il chitarrista resident della Propaganda Orchestra, protagonista dei programmi di satira di Diego Bianchi (è con lui dai tempi di Gazebo). Questo, nonostante il curriculum dell’artista romano racconti molto di più: cantautore in zona Silvestri e Sinigallia, e che come tale è stato incluso nella raccolta Il Paese è reale degli Afterhours, col meglio dell’allora (2009) indie italiano; popstar, agli inizi, quando aveva partecipato a Sanremo e piazzato il tormentone Gattomatto (2003); a lungo autore e session man per altri, tra cui Niccolò Fabi; uno dei pochi, qui da noi, a suonare la lap steel guitar.

E Condor, che esce oggi e strizza l’occhio al blues, segna un altro riavvicinamento alla musica firmata in prima persona a due mesi dal singolo del vero e proprio ritorno, Incognita. «Ma non mi sento prigioniero della tv: partecipare a Propaganda è un piacere», mi avverte subito. Però? «Mi rendo conto che nella follia collettiva qualcuno si aspettava delle tazzine a tema “shock because” e non un pezzo così. Del resto la gente me lo urla pure per strada… Ma sono un musicista, ergo sono contento di poter proporre finalmente roba mia. Mettendomi a nudo, solo con le canzoni».

Quindi queste uscite erano già programmate?
Sì, i pezzi erano pronti da due anni, e sarebbero usciti adesso pure senza “shock because”. Saranno nove in tutto, la maggior parte dei quali scritti coi Planet Funk. Considera che io firmo più o meno un brano all’anno (ride). Ma ci sta, faccio altre cose nel frattempo, ci lavoro nei ritagli di tempo, e in mezzo a queste canzoni c’era anche L’isola, che poi è stata cantata da Emma. L’ultima volta che stavo per aprire il cassetto in cui le avevo riposte, per cantarle, Niccolò Fabi mi ha chiesto di produrre il suo album Tradizione e tradimento (2019). E che fai, dici di no? Anche perché era un’esperienza nuova per me.

Mi pare di capire che fare molte cose insieme non ti limiti affatto.
No, anzi, è la mia libertà. La libertà di poter dire: faccio un disco quando voglio, anche a distanza di dieci anni dall’ultimo. Lo consiglio a chiunque voglia intraprendere questo mestiere, di fare molte cose diverse. Se mi fossilizzassi su un album ne uscirei matto, lo riempirei di angosce e aspettative.

Condor parla anche di questo?
È una preghiera laica, che mi ricorda cosa devo fare per vivere intensamente: non avere paura e credere nelle coincidenze. Mio nonno era pranoterapeuta: non so effettivamente quanto ci creda, ma come canto nel brano (“Tu le chiami coincidenze, per me sono segnali”, nda), a certe cose ci bado, ecco. E poi la figura del condor: si nutre di carcasse, e per vivere intensamente occorre anche prendere la strada brutta, perché non esistono persone che seguono solo il bene. Per il resto, sono contento della resa come di quella degli altri brani: cantare canzoni scritte tre, quattro anni fa e scoprire che mi rappresentano ancora mi dà sollievo. È una libertà che ho iniziato a inseguire vent’anni fa, quando il personaggio stava diventando più forte della persona.

Parli del successo di Gattomatto?
Esatto, che per me poteva trasformarsi in una prigione a vita. Inseguendo di nuovo quel successo fino ad invecchiare.

E invece?
E invece ho tirato la tovaglia, fatto saltare il tavolo. Mi sono messo in proprio, ho aperto un’etichetta indipendente, uno studio e, insomma, ho fatto l’artigiano. Una scelta coraggiosa e, direi, un po’ incosciente.

Ma il successo di Gattomatto era stato casuale?
No, macché, fortemente indotto dalla Virgin, la mia etichetta di allora. Studiarono tutto: immagine, mercato, concorrenti. Avevo firmato con loro nel 1999 grazie ai fratelli Sinigallia, con un primo disco onesto (Sig. Domani del 2001, nda). Poi, nel 2003, la casa discografica mi rifece il look. Puntarono su di me e mi misero sotto con vari produttori, finché non uscì fuori Gattomatto. Sai com’è, avevo 27 anni, non è facile rifiutare una proposta del genere. E neanche giusto. Ma sin da piccolo il mio sogno era suonare, non avere successo. A me piace così: in un localino con 50 persone a fare una jam e il giorno dopo con Marco Mengoni. Questa è la vita che voglio, non quella della popstar.

Infatti già nel 2009 eri dentro Il Paese è reale degli Afterhours, insieme al meglio dell’indie italiano di allora.
È stato il coronamento del dopo Gattomatto, un attestato alla credibilità che mi ero ricostruito dopo che nel 2003 ero diventato un tronista di Maria De Filippi. Nel senso: ero un personaggio, mica uno che suonava. In quella compilation c’era l’indie che contava, anche se ovviamente senza i numeri di oggi. Però c’era una scena, l’ultima alternativa al mainstream, con ricerca sonora e testuale. Ora non so… Mi dà un po’ fastidio ciò che vedo in giro, mi sembra parecchio omologato. Non c’è un nuovo Le Luci della Centrale Elettrica, ecco. Ma non cerco la competizione con i giovani, perderei in partenza. Solo, sono contento di essere tornato dopo tanto tempo con un pezzo come Incognita, che è chitarra e voce.

Veniamo a Propaganda Live: concretamente, in cosa consiste il tuo lavoro?
Di base mi occupo del rapporto con l’ospite e la preparazione del suo brano con la band, che nel frattempo è cresciuta, diventando una piccola orchestra. Io faccio il mediatore, diciamo. Poi curo i rientri dalla pubblicità: da qualche anno sulla nostra chat ci scriviamo quali possano essere gli artisti da ricordare, magari in base alle ricorrenze, cercando un gancio con l’attualità. Terzo: mi invento cazzate come “shock because”. E poi, soprattutto, insieme agli altri do vita alle quattro ore di musica continua che accompagnano Diego Bianchi – che è un percussionista, con un gran senso del ritmo – Makkox e gli altri.

Eh, lì come vi regolate?
Ci aiuta che io e gli altri della band ci conosciamo dai tempi del liceo, abbiamo una grande intesa. Col tempo abbiamo trovato la chiave giusta: un funk d’accompagnamento da suonare piano, con qualche impennata in precisi momenti; una musica armonica, invece, avrebbe dato dei connotati “toni” ai discorsi di Diego e soci, ed è un aspetto che non ci interessava.

Ma quanto di quello che vediamo in tv è improvvisato?
Abbiamo una scaletta coi momenti salienti, gli stacchi e il resto. Ma è un canovaccio. E Diego è uno dei pochi, forse l’unico, a procedere senza gobbo. Spesso non sappiamo neanche di che cosa si parlerà nel programma: di solito ci regoliamo lì per lì, non conosciamo né i tweet della settimana né, per esempio, i contenuti degli interventi di Makkox.

Ah, quindi non sei in redazione. Perché volevo chiederti se in redazione si ride o ci si prende a parolacce.
(Ride) No, macché. Cioè, negli ultimi mesi so che si riuniscono su Zoom, ma non so dirti altro. Prima mi era capitato di assistere e posso dirti che la riunione è la parte più divertente. Mi spiace che non vada in onda, perché sarebbe anche più divertente di quanto si vede in tv.

Credo che una delle chiavi del successo del programma sia proprio lì: nell’atmosfera famigliare, tipica di di un gruppo di amici che si prende in giro.
Senz’altro, se uno non riesce a stare allo scherzo non resiste dentro questa gabbia di matti. Però siamo una bella squadra, easy, che sa prendersi in giro. E il merito è di Diego che ha messo insieme persino che altrimenti nella vita non avrebbero mai avuto a che fare fra di loro. Come io e Marco Damilano, per dire. Ti racconto un aneddoto: quando ero a Gazebo, dove c’era anche lui, facevo dei ritratti col pongo e una volta ne feci uno suo, nudo sulla tazza del cesso. Grandi risate, lo pubblicai anche su Twitter. Dopo un po’ venne da me, un po’ in imbarazzo, a dirmi: «Non è che potresti toglierlo?» (ride). Lì mi sono reso conto che il mio gesto sottintendeva quella confidenza che ti prendi solo con gli amici, che la dice lunga sull’ambiente del programma.

Foto: Simone Cecchetti

L’altra chiave a cui pensavo è che non abbiamo mai avuto una classe politica così “comica”.
Guarda: è dal 2013 che abbiamo iniziato con Gazebo; e credo che ne abbiamo viste di ogni. Dai due papi, al resto. Ogni volta ci diciamo che ok, questa è l’ultima. E invece puntualmente ne succede un’altra, fino alla pandemia.

Ecco: com’è stato fare un programma di satira, probabilmente l’unico in onda, nel primo lockdown?
Una bella responsabilità. Abbiamo perso le ospitate, ma grazie a Diego, che per esempio ha avuto l’idea delle strisce di Zerocalcare, lo show ha retto. Staccavamo all’una e mezza e restavamo insieme fino alle 4, in studio a chiacchierare perché fuori chiaramente i locali erano chiusi. Era una boccata d’ossigeno, l’unica occasione della settimana per allentare. E lo era anche per gli spettatori, che non aspettavano altro che il venerdì, dopo una settimana di salotti televisivi a tema politica. L’atmosfera intorno era pesante, ricordo quei giorni come fossero una sorta di sogno, nel senso di spaventoso e surreale. Quando uscivo e tornavo di casa, pieno di permessi per andare al programma, c’ero solo io per Roma. Per non parlare dei siti di musica, che il sabato mattino commentavano i nostri intermezzi: si vede che non c’era un cazzo di cui parlare (ride). Un periodo indimenticabile: nel bene, nel male, nell’assurdo.

Si può fare satira con la musica? Se ne fa sempre meno: anche Elio ha smesso.
Non lo so, è vero, sta scemando ed è un peccato. Credo possa esserla la nostra, se è questo che sottintendi. Prendere il tweet di Zingaretti e suonarlo in chiave folk, sì, è satira con la musica. Però il concetto sta sfumando.

A proposito di musica: la scorsa estate sei stato in tour con Niccolò Fabi, in una parentesi stranissima per tutti noi. Che esperienza è stata?
Densa, in un momento particolarissimo. Sono successe cose uniche, come un concerto con un pubblico arrivato in bicicletta, che per chiederci il bis ha suonato i campanelli. Indimenticabile, e solo la pandemia può aver favorito situazioni del genere. Ma ci siamo mossi anche per aiutare chi era senza lavoro da tempo, s’intende.

E torniamo al solito discorso: la musica è stata trascurata.
Ma non durante la pandemia: da sempre. La pandemia ha solo messo in luce queste assurdità. Io, per dirti, di mestiere faccio il musicista, ma come tanti altri per lo Stato sono invisibile. Ho amici che lo fanno in Francia e hanno molte più tutele. A noi serve almeno un sindacato. E, soprattutto, un riconoscimento. Questa crisi poteva essere una grande opportunità per una riforma: non so, ho paura che non cambierà nulla.

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