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Robert Plant: sesso, hobbit e rock’n’roll

Intervista a uno dei grandi del rock: l’ossessione dei Led Zeppelin per il sesso, il vero significato di ‘Stairway to Heaven’, l’influenza di Tolkien, gli insegnamenti del manager Peter Grant, il blues

Robert Plant

Foto: Mads Perch

Lo sento al telefono qualche giorno prima che si esibisca a Glastonbury con Alison Krauss. Robert Plant è tornato da poco in Inghilterra, è di buon umore e descrive così la sua giornata: «È il solstizio d’estate, una meraviglia. Coi primi raggi del sole ho sentito il cinguettio d’una merla. È una bellissima giornata».

Dopo lo scioglimento dei Led Zeppelin avvenuto dopo la morte di John Bonham, Plant ha seguito la sua musa. Ha fatto pop e R&B, s’è riunito con Jimmy Page, ha suonato folk con Krauss. I Led Zeppelin si sono rimessi insieme sporadicamente, ma Plant non ha mai avuto alcuna intenzione di vivere nel passato.

Di recente hai pubblicato un nuovo album con Alison Krauss, Raise the Roof, e siete andati in tour. Perché proprio questo progetto, con tutte le cose che potresti fare?
È da quando avevo 17 anni e pubblicavo le mie prime cose su Columbia che mi sento impegnato in una specie di decathlon. Mi piacciono le sfide.

Fate pezzi degli Everly Brothers e dei Calexico, ma è una vita che interpreti musica altrui, basti pensare a Babe, I’m Gonna Leave You. Che cos’hanno di interessante le cover?
Il bello di Raise the Roof è che è grezzo, specie nei pezzi di Bert Jansch. Non è pensato per sedurre. Il punto è prendere queste canzoni, rifarle col dovuto rispetto e intanto dare loro una nuova vita. Ci ho provato negli anni ’80 con gli Honeydrippers, ma quella è stata una passeggiata perché lavoravo con Ahmet [Ertegun]. In questi due dischi con Alison e T Bone Burnett c’è invece della ricerca che deriva dal modo in cui le canzoni s’intrecciano, dal modo in cui si parlano, dalle transizioni da una all’altra. Lo trovo affascinante.

Mi piace il modo in cui armonizzate dal vivo. Come lo fate?
Col contatto visivo. Io ho uno stile un po’ più irruento e magari allungo una sillaba un po’ troppo a lungo. Lei mi segue, ma non sa quando quella sillaba finirà. Guarda le sopracciglia, dicono tutto, è come se mi chiedesse: «Perché lo stiamo facendo? Perché stai cazzeggiando così?». È grandioso. Mi prendo qualche libertà e per di più mi esibisco con una cantante mostruosa che ha idee precise su come la mia armonia s’adatti alle canzoni che ha selezionato.

Come ti cali nell’atmosfera di un concerto rispetto ai vecchi tempi?
Che tu ci creda o no, negli anni ’70 c’era del panico derivante dal senso di responsabilità. Eravamo in quattro sul palco, non potevi mica nasconderti, e quindi c’erano serate grandiose e altre meno. I tour erano sfiancanti e a volte andava via la voce. Cantavo sempre al massimo delle capacità, al limite della tonalità. Nel 1980 non era più così da un pezzo.

Cos’è per te il successo?
Il sorriso delle persone con cui lavoro e la mia personale soddisfazione. Questa cosa è fondamentale. L’idea è che l’intrattenimento funziona se la prima persona che intrattieni sei tu. Diffido dalla ripetizione, e non importa dove suono o cosa suono o come funziona, devo sentirmi bene. Il tempo vola. Se devo farlo, devo cavarci fuori il meglio.

Con Alison Krauss. Foto: David McClister

Che fai quando la gente ti ferma per strada e ti tratta come un idolo?
Quando sono gentili mi lusinga, ma non è la cosa più importante. Che faccio? Li considero incontri come altri. Sono una persona pubblica, prendo le cose come vengono.

Di recente ho visto una tua foto in libreria. Che cosa leggi di questi tempi?
Per tre anni ho vissuto dalle parti di Austin e ho cominciato pensare che prima degli europei altra gente viveva in quei luoghi. Sto leggendo un libro di Scott Zesch intitolato The Captured. È in buona sostanza la storia del rapimento di bambini alla frontiera texana-indiana e di come questi bambini tedeschi siano diventati alcuni dei più appassionati guerrieri Comanche. Quando molti anni dopo sono stati rimpatriati hanno avuto una transizione nel mondo occidentale molto difficile. Mio nonno è nato una decina d’anni dopo questi eventi, che sono successi nel 1878. È una storia recente e tormentata, una pagina tragica della storia d’America.

Vieni dalla cosiddetta Black Country inglese. Qual è il tuo tratto caratteriale più significativo tipico di quei luoghi?
L’autoironia. Se m’imbatto in gente che frequentavo ai tempi in cui guardavo Gene Vincent o Screaming Lord Sutch li trovo offensivi ma in modo affascinante, e questa cosa mi piace. Celebrano i propri successi per 10 minuti e per il resto del tempo dicono che il successo è andato alla persona sbagliata. Lo adoro.

Si sa che hai fatto un patto con la tua ex moglie: se non avessi sfondato entro i 20 anni, avresti mollato il mondo della musica. Quando ha capito quando ce l’avevi fatta?
Quando sono andato alla prima prova con gli Yardbirds. Avevo 19 anni. Avevo detto a Jimmy Page che il batterista che avevano non era neanche lontanamente paragonabile al dinamismo di John Bonham, che stava su un altro pianeta. Così quando la moglie di John gli ha finalmente dato permesso di venire alle prove – Pat non faceva che ripetergli: «Stai lontano da Plant, sennò finirai al verde e nei guai» – siamo andati a Londra col furgone della madre di John e in quella stanza, quel pomeriggio, quando abbiamo attaccato canzoni che nessuno conosceva davvero come Train Kept a-Rollin’, ecc,o capii che ero in una stanza piena di giganti, davvero, e questo è tutto. Nel 1973, quello che era successo in quella stanza si era trasformato nella più grandiosa non-rock del rock. Eravamo la somma delle parti. Quei ragazzi erano incredibilmente bravi. Ed era come se ci fossero aspettati. E poi… bang!

Quand’è uscito il primo album dei Led Zeppelin molti recensori, tra cui quello di Rolling Stone, l’hanno stroncato. Si impara qualcosa dalle recensioni negative?
Zero. Sono tutte stronzate. La bellezza è negli occhi di chi guarda. Il tipo di Rolling Stone non era granché felice.

Che cosa hai imparato dal manager degli Zeppelin, il notoriamente spietato Peter Grant?

A dire sempre la verità alle persone con cui lavori. Peter avrebbe potuto cambiare registro, soprattutto quando abbiamo avuto tutto quel successo. E invece è sempre stato diretto e questa cosa mi ha ispirato. Era un duro, tutti hanno una qualche storia da raccontare a tal proposito. Non era perfetto, ma la cosa fondamentale è che fin all’inizio ha dato fiducia a me e a Bonham. Sapevamo che ci avrebbe protetti. Mi ha insegnato a essere sincero con le persone con cui lavoro. Far sapere a tutti cosa sta succedendo, come funziona, qual è l’accordo, cosa c’è in ballo, cosa sta succedendo, e avere sempre un atteggiamento aperto.

Col senno di poi, c’è un consiglio che vorresti aver ricevuto da giovane?
Non dire «ti amo» a così tante persone (ride). No, scherzo. Non posso guardare indietro e lamentarmi o essere compiaciuto. Mi sento a posto.

Ai tempi dei Led Zeppelin cantavi spesso di sesso. Molti associano il gruppo alla dissolutezza e al sesso. Come vivi oggi questa cosa?
Stamattina stavo guardando un video su YouTube di Howlin’ Wolf con Son House, un filmato in bianco e nero di Meet Me in the Bottom. E pensavo a Robert Johnson, a Memphis Minnie e a I Want to Be Your Chauffeur, a Muddy Waters e la sua Got My Mojo Workin’. È musica piena di allusioni, tutta. Era intrattenimento. Con i cantanti rock’n’roll è diventata quasi una pantomima e ormai è roba del passato. Era un’altra epoca e non c’era nulla di malevolo o volgare. Era così ai tempi.

Non t’infastidisce quando la gente legge la musica dei Led Zeppelin usando quelle lente?
Anch’io lo faccio, in un certo senso. Ripenso al passato e mi chiedo: «Come diavolo è potuto accadere?». Quelli erano gli standard dell’epoca. Non è una scusa, è solo che viviamo in tempi diversi. Ho passato un sacco di tempo ad ascoltare Wilco, Low o Calexico, i loro testi astratti e tutto il resto. E chiaramente mi ha influenzato quello che sentivo e quello che provavo. Non dovevo più cantare il repertorio R&B perché ero in grado di scrivere cose mie. Anche se alcune erano… forse c’erano uno o due hobbit di troppo (ride).

I Led Zeppelin alla Earls Court di Londra nel 1975. Foto: Dick Barnatt/Redferns

Che ne pensi oggi della tua ossessione di allora per Tolkien?
Se guardo fuori dalla finestra posso vedere i paesaggi che vedeva Tolkien. Mi sembrava di vivere in un sogno, allora, parlando di C. S. Lewis e di Tolkien, finendo per essere deriso da chi ha poi preso in mano una chitarra o si è messo di fronte a un microfono. Ma ero un ragazzino. Avevo 22 anni quando ho scritto Ramble On con Jimmy, quindi che ne sapevo? Ora so molto di più su Tolkien, perché la sua eredità è ancora viva. La battaglia di Evermore non è mai finita. Tutt’altro. Evermore è… Ho detto ad Alison: «Mi imbarazza». E lei: «Non devi sentirti in imbarazzo, è la canzone di un giovane che viveva in una zona come quella, con quella eredità». Ero ossessionato da Louis Spence e da C. S. Lewis e da tutta l’idea degli Inklings e delle persone che si incontravano con Tolkien a Oxford e cercavano di far rivivere lo spirito di ciò che era accaduto all’inizio del XX secolo.

Ti intristisce il fatto che l’ultima volta che sei apparso in pubblico con Jimmy Page è stato per il processo per Stairway to Heaven?
Credo di averlo visto anche dopo. Anzi, spero di vederlo domani, quando andrò a Londra. Ho un bellissimo disco di Robert Finley, Sharecropper’s Son, che voglio fargli avere.

Nella mia interpretazione, il testo di Stairway to Heaven è contro l’egoismo. Pensi che qualcuno abbia mai capito il senso della canzone?

Non ne ho idea. Voglio dire, era un sacco di tempo fa. Ai tempi degli Zeppelin dicevo «è una canzone di speranza». Ed è pazzesco, all’epoca era gigantesca. Il modo in cui era costruita musicalmente per quegli anni era davvero speciale e so che Jimmy e i ragazzi ne erano orgogliosi. Me l’hanno fatta sentire dicendomi: «Ci fai qualcosa con questa?». Ho cercato di una qualcosa tipo The Rover o forse Rain Song, un testo pieno di ottimismo, una riflessione di uno che aveva 23 anni o giù di lì. Mi chiedi che cosa ne penso ora. Quando lo ascolto da solo, mi sento sopraffatto per le ragioni che puoi immaginare. C’era nell’aria l’idea di farcela. Oggi viviamo in un mondo differente. All’epoca si era reduci dal Vietnam e dalla corruzione della politica. C’è chi l’ha raccontato in modo decisamente meno immaginifico, facendo un lavoro migliore del mio. Ma io sono quello che sono. Come diceva mio nonno, non posso che essere me stesso.

Tradotto da Rolling Stone US.

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