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Robert Plant: «Gli anni ’70 sono stati grandi, ma dovevo lasciarmi gli Zeppelin alle spalle»

In questa intervista, il rocker fa una cosa rara per lui: riconsidera il passato. Racconta com'è nata la carriera solista, spiega la vera storia del «dio dorato» di 'Almost Famous', ricorda John Bonham

Robert Plant

Foto: Mads Perch

Sei mesi e rotti dopo l’inizio della pandemia, Robert Plant non se la passa malaccio. «Riesco ancora a respirare, non ho perso il senso dell’umorismo perverso, posso ancora a cantare», dice con quel suo modo di scherzare rimanendo impassibile. «Detto questo, non chiedermi che giorno è. Le giornate mi sembrano tutti uguali».

A inizio anno Robert Plant era negli Stati Uniti. Si preparava a entrare in studio di registrazione e a fare un nuovo tour. L’idea era tenere un po’ di piccoli concerti con i Saving Grace, il gruppo che fa, così dice lui, «folk-rock psichedelico portato sui Monti Appalachi». Il tour previsto in maggio è stato rimandato a ottobre e poi indefinitamente. «Pensavamo, chissà, magari questa pandemia passerà velocemente, ma era un’illusione. E così ogni impegno è stato posticipato, spostato, fermato, sospeso».

Il cantante ne ha approfittato per leggere, ma non per scrivere musica. «Con tutto quel che sta succedendo nel mondo non riesco proprio a scrivere, per lo meno canzoni. È come se la portata degli eventi fosse troppo vasta e la canzone popolare fosse un mondo a parte. Non siamo mai stati così sotto attacco, per lo meno dai tempi dell’influenza spagnola».

Al posto di pubblicare nuova musica, Robert Plant ha fatto una cosa inusuale per lui: si è guardato indietro. È cominciato tutto l’anno scorso quando ha raccontato storie dietro le sue canzoni nel podcast Digging Deep. Ora ha messo assieme una doppia antologia di materiale post Zeppelin intitolata Digging Deep: Subterranea, comprendente tre inediti. Le canzoni non sono raccolte in ordine cronologico e sentirle una dopo l’altra mostra il filo rosso che lega le musiche soliste di Plant dal 1982 in poi.

Plant è uno che non sta mai fermo e passa da un’avventura musicale all’altra. È quindi curioso che per una volta abbia voluto fermarsi e guardasi alle spalle. «Quando riascolto questi pezzi mi viene da pensare: ma il tizio che canta s’è mai preso una pausa?», dice scherzando. «È mai andato in vacanza? Che diavolo stava facendo? Perché a un certo punto non ha chiuso il becco e si è messo a studiare qualcosa di nuovo, chessò, matematica applicata o astronomia? Ma Digging Deep scorre che è un piacere. Sembra l’opera di un artista sicuro di sé, che tanto sicuro però non è mai stato. Ho solo cercato di scompigliare le carte per vedere che cosa sarebbe successo. Nessuno di questi pezzi è all’altezza di Masters of War di Bob Dylan o canzoni di quel genere. Sono fotografie del momento in cui sono nate in una sala prove al confine gallese».

È sabato sera in Inghilterra e Plant concede un’ora di conversazione a Rolling Stone, finché non comincia in tv la partita della sua squadra di calcio. A 72 anni d’età, è incline a lunghe riflessioni sulla sua storia. «C’è molta incertezza, ma anche spirito di squadra», dice della situazione nel Regno Unito. «Nessuno ha il libro delle regole, per lo meno non da quando gli Heptons l’hanno registrato nel 1973», aggiunge riferendosi alla canzone Book of Rules.

A che cosa ti sei aggrappato per andare avanti durante il lockdown?
Ho una famiglia e amici vicini e lontani, conosco i miei vicini da una vita, c’è aria di cameratismo, c’è dell’ottimismo. Siamo una comunità coscienziosa e ci prendiamo cura di chi non è forte quanto noi. C’è una consapevolezza che mi fa sentire bene. E canto. Ne ho bisogno. Non sono tutte canzoni di Elvis, di quei tempi non puoi suonare granché al pub. Ho fatto qualcosa con altri cantanti, distanziati. È stato bello. Non c’è niente di frivolo in questa faccenda.

Non potendo andare in tour hai pubblicato Digging Deep. La tua musica solista era decisamente differente da quella dei Led Zeppelin. Come pensavi di andare avanti dopo la fine della band?
Avevo 32 anni. All’epoca, i media erano convinti che a quell’età uno dovesse farsi da parte. E ovviamente gli Zep erano più grandi dei suoi quattro membri. Era difficile vedere le cose per come stavano e cioè che dopo un po’ sviluppi una forma di dipendenza e quando molli tutto nella testa avviene un cambiamento di tipo chimico. Per venire alla tua domanda, potevo fare qualunque cosa. Dovevo far partire un qualche progetto e cambiare di continuo per non sentirmi istituzionalizzato.

Sapevo che stavo dicendo addio agli anni ’70. Succedevano grandi cose in quel decennio. Mi hanno dato dolore e piacere in grandi quantità, ma dovevo guardare avanti.

In che misura il sound dei tuoi primi lavori era influenzato dai tuoi collaboratori?
È successo nei primi due, due album e mezzo, forse fino a Shaken ’n’ Stirred, quando abbiamo cominciato a cambiare le cose. Richie Hayward [dei Little Feat] è entrato nel gruppo dopo la morte di Lowell George, io sono andato con Ahmet Ertegun a New York e ho messo in piedi gli Honeydrippers con altra gente. Per me era tutto un grande caleidoscopio musicale a cui tutti questi grandi musicisti contribuivano. Per 11 anni avevo avuto un’incredibile relazione con solo quattro persone, non sapevo come avere ha che fare con i musicisti se non in quel modo. Avevo fatto parte di una società segreta e protetta, non sapevo nulla di come si tratta con tanti musicisti.

Sono sempre riuscito a stringere buoni rapporti coi musicisti e per questo motivo trovavo particolarmente stimolante continuare a cambiarli. La gente entrava nella band, usciva, altri musicisti arrivavano, qualcuno tornava. Il turnover è diventato sempre più veloce. Significa che ci si trova a lavorare a un progetto sapendo di non avere prospettive nel lungo periodo. A volte vengono fuori grandi cose.

Big Log è uno dei tuoi primi successo solisti. Hai detto quando l’ha scritto volevi che fosse potente, ma non pesante. Perché?
Quella canzone metta assieme intensità e bellezza. Volevo allontanarmi dalla musica che avevo fatto in passato. Era un’idea ridicola quella di scappare da qualcosa che era stato così importante negli anni ’70 e trovarsi nel 1982 a pensare che, ok, non sono esattamente Andy Williams, però…

Ce ne ho messo di tempo per arrivare al risultato, ho messo sottosopra la mia musica. E sono arrivato a porre le fondamenta della musica, anche se all’epoca non sembrava, arrivando fino a qui, fino all’ultimo concerto che ho fatto l’anno scorso con gli Space Shifters all’Hardly Strictly Bluegrass di San Francisco. È stato un viaggio vario e intenso, ma a volte è stato una merda.

Le canzoni non sono esposte in ordine cronologico nell’antologia, ma credo ci sia un filo conduttore, al di là della tua voce. È così anche per te?
C’è tanta energia. All’epoca mi piaceva qualunque novità, come la rivoluzione techno degli anni ’80 a cui ora guardiamo con orrore. O forse no, forse pensiamo: che diavolo stavi facendo, Robert? La risposta è: facevo musica con entusiasmo e in modo chiassoso. Era divertente. Qualcosa però ha funzionato. È una fase che per molto tempo mi ha imbarazzato. Specialmente quando è arrivato il 1993 e Fate of Nations, che è stato il disco della svolta per me. È che all’epoca non hai prospettiva, ti butti in qualunque novità.

Dreamland del 2002 rappresenta un’altra svolta. In quel disco cantavi pezzi come Song to the Siren di Tim Buckley e Darkness Darkness degli Youngbloods con grande profondità e usando uno spettro di musiche più ampio. Che cosa era successo?
Dalla metà alla fine degli anni ’90 ero stato in tour con Unledded e poi Walking into Clarksdale con Jimmy Page. Avevo capito che la musica potente, o derivante da essa, aveva fatto il suo corso, almeno per me. Cercavo un modo per uscirne. Facevo cover con un piccolo gruppo chiamato Priory of Brion che era un modo per non finire a suonare in una zona industriale tedesca di fronte a 15 mila persone che aspettavano Godot. Il mio manager mi disse che da quella roba nonavrebbe ricavato nemmeno una sterlina di commissioni. E io: benissimo, perché suoniamo per 200 persone a sera.

Quando sono nati gli Strange Sensation, Charlie Jones mi ha presentato Clive Deamer, che aveva lavorato con Roni Size e su Dummy dei Portishead. Volevo introdurre nella mia musica quel modo nuovo di fare i beat. Il modo di suonare la batteria [di Deamer] è stato fondamentale. Volevo rifare canzoni che amavo. La voce e le canzoni di Jesse Colin Young [degli Youngbloods] non erano solo inni per noialtri negli anni ’60, ma riuscivano ad essere brevi e significative. Ecco come mi è venuta l’idea di fare Darkness Darkness. In quanto a Tim Buckley, i This Mortal Coil che incidevano per la 4AD come i Cocteau Twins aveva rifatto la sua Song to the Siren in modo davvero evocativo.

Prima di allora non sarei stato in grado di fare cose del genere perché non c’entravano nulla col clima musicale e con i musicisti che m’accompagnavano. Mi ha dato modo di ripartire riconciliandomi con la musica da trip che amavo alla fine degli anni ’60 e rifarla con musicisti post trip hop inglesi, che erano davvero unici. Gli Strange Sensation sono in sostanza gli Space Shifters, a parte un paio di musicisti che se ne sono andati. La flessibilità nel loro modo di suonare ci ha dato modo di tradurre, di rivisitare quella musica.

I Led Zeppelin alla Earls Court di Londra nel 1975. Foto: Dick Barnatt/Redferns

Ogni tanto metti nei testi riferimenti ai Led Zeppelin. Canti di “dancing days” in Dance With You Tonight. E usi la frase “sing in celebration” e “the accident remains the same” in Great Spirit. Hai persino scritto per il tuo ultimo album un pezzo titolato The May Queen, che rimanda a Stairway to Heaven. Sono riferimenti voluti al passato?
Assolutamente sì. Ma la May Queen (la reginetta di calendimaggio, ndr) è sempre stata importante nella storia, nell’arte, nel folclore. Forse la citazione migliore sta in Charlie Patton Highway: “This car goes ’round in circles, the road remains the same”.

Ho notato.
Furbo bastardo. Ho pensato che fosse divertente, oltre a descrivere una scena vera. Il giorno in cui ho scritto la canzone ero a Como, Mississippi. Stavo andando a Clarksdale e mi sembrava che la strada girasse in circolo. Ero da solo e ascoltavo Patton alla radio.

Mi piacciono le citazioni. Mi piace l’idea di continuità. O forse non continuità, ma riferimenti a un’altra epoca. Ce ne sono tanti sparsi nei dischi.

La nuova New World mi sembra quasi un aggiornamento di Immigrant Song. La vedi anche tu così?
In un certo senso sì. Page e io abbiamo scritto Immigrant Song dopo un concerto in Islanda. Viene dall’interesse che provo fin da ragazzo per le invasioni che hanno interessato quelle isole, per le tribù e le culture che si sono avvicendate. Tutta l’Inghilterra settentrionale era una provincia vichinga. L’ultimo re danese ha lasciato l’Isola di Man, a nord-ovest di Liverpool, nel 1400-e-qualcosa.

Ho scritto New World dopo un viaggio nel South Dakota dove ho incontrato uno scrittore chiamato Kent Nerburn. È autore di una trilogia, il cui primo libro è titolato Neither Wolf Nor Dog. È roba che ti tiene inchiodato alla sedia. Parla di nativi americani e cultura anglosassone. Ho frequentato a lungo gli Stati Uniti, pensavo di essermi fatto un’idea della loro complessità, ma in ogni Stato ci sono centri urbani e rurali dove vive gente proveniente da ogni parte del pianeta. Ho cominciato a vedere posti come il Nord e il Sud Dakota e il Wyoming con occhi diversi quando ci ho passato un paio d’anni, specialmente quando non ero in tour, gravitando attorno a Austin. Sono diventato più consapevole della realtà di quei luoghi.

Che musica stai ascoltando?
Non ho un buon rapport con la radio inglese. Non voglio dire che la radio sia sparita, ma è diventata obsoleta, o quasi. A New Orleans ci sono un paio di ottime stazioni radio, ti scarichi la app e senti tutti i colori della Louisiana nella musica. Continuo ad ascoltare i Low Anthem, mi piacciono i pezzi con melodie forti. Sento quel che gira. Non molto tempo fa ero a Nashville e ho sentito molti nuovi cantanti e autori. Ascolto musica vecchia e nuova. L’ultimo di Dylan è pieno di cose belle e il pezzo che lo apre mi ha steso. È fantastico. È un epitaffio e un battesimo allo stesso tempo. Davvero forte.

So che durante la pandemia hai passato del tempo con Tony Iommi dei Black Sabbath, anche se non so se avete registrato qualcosa assieme. Avete messo all’asta una chitarra e posato per una foto, con le mascherine. Com’è stato rivederlo?
Ci siamo incrociati all’aeroporto di Nashville in gennaio o febbraio. Un tizio ci ha visti mentre aspettavamo il volo per l’Inghilterra e ha detto: “Grandi, vi siete riformati”. Forse pensava che si fossero riformati i Led Zeppelin o i Black Sabbath o una cosa come quando il tipo dei Guns N’ Moses è andato in tour con gli AC/DC. La cosa mi ha divertito e ho detto a Tony: tu potresti suonare Kashmir e io cantare Paranoid. Alla fine abbiamo fatto un evento di beneficienza assieme.

Lui è molto serio su questa cosa: sa che deve la vita a chi lavora in un ospedale vicino a casa sua, perciò partecipa a molte iniziative di beneficenza. Anch’io faccio qualcosa con il Servizio sanitario nazionale della zona dove vivo, mi ha sorpreso la mancanza di mezzi. Nel Regno Unito c’è un grande sentimento di riconoscenza verso il Servizio sanitario nazionale e i lavoratori della salute che hanno oprato senza protezioni adeguate in condizioni pericolose. Ecco perché abbiamo fatto l’asta. E Tony è un brav’uomo. Credo che ce l’abbia fatta.

 

 
 
 
 
 
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Di recente abbiamo intervistato Cameron Crowe per i 20 anni di Quasi famosi, e ci ha raccontato di quando ha fatto vedere il film a te e a Jimmy Page e tu hai confermato che la frase «sono un dio dorato» è tua. Ma cosa volevi dire? Che significa «sono un dio dorato»?
Nella maggior parte dei casi, nel primo periodo dei Led Zeppelin, quello che dicevamo era puro intrattenimento comico. Credo che fossimo nel mezzo di un momento particolarmente ridicolo, forse al compleanno di Bonzo da qualche parte a Beverly Hills, e qualcuno aveva fatto una torta a tre piani. Eravamo a questo evento e John la mostrava a tutti, poi è arrivato George Harrison che l’ha colpita con una mossa di karate. Bonzo ha deciso che era il caso di rispondere, ed è successo di tutto, era un’altra di quelle situazioni… erano scherzi tra ragazzi. Mancava solo qualcuno che chiudesse la questione con un gesto ancora più privo di senso. Quindi ho aperto le braccia e proclamato quella cosa. Poi un pezzo di torta è casualmente finito sul mio naso, qualcosa del genere.

La settimana scorsa cadeva l’anniversario dei 40 anni dalla morte di John Bonham. Come l’hai ricordato?

È una cosa enorme. Tante altre persone che mi erano vicine ora non ci sono più, ma lui è onnipresente perché abbiamo vissuto assieme una grande avventura. Le nostre strade si erano incrociate anche prima degli Zeppelin e sono sempre state esperienze caotiche finite nelle lacrime. Ma con gli Zeppelin riuscivamo sempre a tornare indietro: dividevamo la macchina, tornavamo dall’aeroporto e andavamo nelle nostre case al confine col Galles. Eravamo molto uniti, in senso lato, lo siamo stati fino alla fine. Venivamo dallo stesso posto, dallo stesso nido.

Vivo ancora in quella zona, quindi lo sento ancora presente. Tanta gente lo conosceva, come conosce me. Non siamo andati molto lontano, a parte qualche triste avventura. È ancora molto presente, è una cosa curiosa per chi vive da queste parti. Qui si ricordano soprattutto la sua presenza fisica e la sua personalità, ma nel mondo dellla batteria ha trasceso molti altri musicisti. Insieme a Jonesy (John Paul Jones), che dava al tutto molta classe, hanno fatto sì che gli Zeppelin fossero diversi dalle altre band del periodo, quei due avevano un modo di lavorare unico. Quindi sì, sono 40 anni ed è ancora una grande perdita per tutti. Ora, quando è notte, guardo il cielo nuvoloso. Sono sicuro che è in un pub da qualche parte a fare battute.

Era un batterista magnifico.
Sì. Suonava con grande feeling. Una sera siamo andati al Burning Spear, un club nero nel South Side di Chicago, per vedere Bobby “Blue” Bland e la sua orchestra. A un certo punto John è salito sul palco e ha suonato Further on Up the Road, Turn on Your Love Light e roba del genere, è stato assurdo. I musicisti sembrano dipendere da lui, perché aveva davvero tanto feeling. Era a suo agio con Bobby “Blue” Bland tanto quanto lo sarebbe stato anni dopo con Fool in the Rain. Era unico.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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