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Robby Krieger racconta la vera storia di ‘Roadhouse Blues’

Dai racconti di Jim Morrison alle jam blues improvvisate, il cofanetto per i 50 anni di ‘Morrison Hotel’ ci permetterà di scoprire com’era registrare un disco dei Doors. Ne abbiamo parlato con il chitarrista

I Doors

Foto: Henry Diltz

Prima di cominciare a registrare Roadhouse Blues, il boogie che apre l’album Morrison Hotel, Jim Morrison ha preparato l’atmosfera descrivendo agli altri Doors una scena decisamente vivida. «Questa canzone parla di qualcosa che avete visto tutti almeno una volta: una vecchia locanda», ha detto, come possiamo ascoltare nella demo appena pubblicata. «Siamo nel Sud, o nel Midwest, o forse sulla strada per Bakersfield, e stiamo guidando una Chevy del ’57 verso una vecchia locanda. Ci siete? È l’una di notte e non andiamo troppo forte, ma nemmeno troppo piano. Abbiamo una cassa di birra nel bagagliaio e un po’ di canne, ascoltiamo la radio e guidiamo verso la locanda attraverso la natura. Capito?». Morrison continua con altre perle di saggezza prima che il chitarrista Robby Krieger apra le danze con un riff eccitante.

«Non l’aveva mai fatto prima», spiega oggi Krieger a proposito del monologo di Morrison. «In realtà, la locanda era un posto vicino allo studio, alla fine della strada. Era a est del Troubadour. Era un bar, non ricordo il nome, Jim ci passava parecchio tempo con i suoi compagni di bevute. Anche se era in città, quel posto sembrava uscito direttamente nel deserto. Per me era di quello che cantava».

La take – che fa parte del box set per i 50 anni di Morrison Hotel in uscita il 9 ottobre – è sciolta e figlia di uno spirito libero: i musicisti si appoggiano su un semplice groove e Morrison si offre alla “ashen lady” del testo. Quando arrivano all’ultimo ritornello – “Let it roll, baby, roll” – Morrison inizia a ringhiare, trovando finalmente la strada giusta.

Oggi quella registrazione ha su Krieger un effetto agrodolce. «Mi piaceva, soprattutto l’assolo di chitarra», dice. «Avrei voluto usare quello nel disco. Ma la voce di Jim non era così buona, c’erano degli errori. Ma è figo. Ascoltandola si capisce come abbiamo lavorato sul brano».

Il periodo in cui Morrison Hotel è stato composto, dal novembre del 1969 al gennaio 1970, è stato generalmente positivo per la band, almeno paragonato ai mesi che l’hanno preceduto. Nel marzo 1969 Morrison era stato arrestato con l’accusa di essersi spogliato di fronte al pubblico di Miami e la gestazione del precedente disco del gruppo, The Soft Parade, è stata difficile perché, come dice Krieger, «cercavamo di stare al passo dei Beatles» con arrangiamenti di fiati come quello di Touch Me. Arrivati a Morrison Hotel, hanno deciso di tornare al blues e al suono che li aveva ispirati agli esordi.

«Così era tutto più semplice», dice Krieger. «Ci sentivamo meglio e ci siamo divertiti. È stato figo scrivere con Jim. In Soft Parade scrivevo da solo perché lui era sempre in tribunale. Morrison Hotel invece è stato un disco divertente da fare».

Mentre scriveva il disco, e Roadhouse Blues in particolare, la band è incappata in una serie di coincidenze fortunate. Avevano deciso di scrivere un blues – «All’epoca la cosa preferita di Jim», dice Krieger – e si sono imbattuti in John Sebastian dei Lovin’ Spoonful, che si è offerto di suonare l’armonica. «Non sapevo sapesse farlo così bene, ma suo padre era un famoso armonicista».

L’altra fortuna era che quando Ray Neapolitan, che suonava il basso in quelle session, non poteva registrare, in studio c’era il chitarrista blues Lonnie Mack, famoso per una cover di Memphis di Chuck Berry. «All’epoca Lonnie aveva mollato la musica. Vendeva bibbie dal bagagliaio della sua auto», ricorda Krieger.

Il groove del pezzo è frutto della batteria di John Densmore e del piano di Ray Manzarek. Krieger ha suonato l’assolo improvvisando. È ancora molto colpito dal modo in cui Morrison si spingeva al limite, soprattutto nella versione del pezzo finita su disco, perché non aveva mai studiato canto. Aveva trovato la sua voce suonando dal vivo al Whisky a Go Go. «Aveva un’estensione straordinaria», dice Krieger. «Nel registro basso era grandioso, così come in quello alto e quando urlava. Non ho mai incontrato nessuno in grado di cantare come lui».

Fu Ray Manzarek a trovare il Morrison Hotel mentre guidava nel centro di Los Angeles. Le stanze costavano due dollari e mezzo a notte, e vicino all’albergo c’era un Hard Rock Café (un caso di omonimia, non era parte della catena di ristoranti). «Era un piccolo bar pieno di barboni», dice Krieger. Oltre a metterli entrambi in copertina, i Doors gli hanno dedicato i due lati dell’LP. Hanno persino scattato delle foto di nascosto.

«Siamo andati al Morrison Hotel e abbiamo chiesto al tipo della reception di scattare una foto. Ha detto di no», racconta il chitarrista. «Forse avremmo dovuto lasciar cadere una banconota da 10 dollari per convincerlo. Eravamo delusi, poi l’abbiamo visto salire in ascensore e ci abbiamo provato comunque. Avevamo tempo solo per uno o due scatti».

«Subito dopo siamo andati all’Hard Rock Café. Abbiamo scattato qualche foto, e prima di entrare abbiamo incontrato un vagabondo – all’epoca era una zona parecchio depressa. Ci ha chiesto qualche dollaro. Jim gli ha domandato se potesse fare qualcosa per meritarseli, qualcosa per intrattenerci. Lui ha detto che aveva il fischio più potente del mondo. “Davvero? Fai sentire”. Ha tirato fuori un suono che distruggeva i timpani. Era davvero il fischio più forte che avessimo mai sentito. Jim gli ha chiesto come fare, voleva imparare anche lui. Il vagabondo ha risposto che avrebbe dovuto rivolgere la domanda a Gesù».

All’inizio di quest’anno, prima che la pandemia fermasse il Paese, Krieger è tornato al Morrison Hotel, 50 anni dopo aver posato per la foto di copertina del disco, per l’annuale Day of the Doors. «Volevano demolirlo, forse vogliono ancora farlo», dice. «Ma un tizio se l’è comprato, è un grande fan dei Doors e ha intenzione di ricostruirlo, vuole farne un bell’albergo. Sono andato lì e ho suonato, alla voce c’era Dennis Quaid. C’era ancora la finestra in cui abbiamo scattato la copertina, la gente va lì per farsi fotografare. È stato bello».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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