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Rob Halford: «Fare coming out in una scena di maschi alfa mi ha liberato»

Quarant'anni dopo 'Breaking the Law', il frontman dei Judas Priest racconta come si diventa un dio del metal, i vantaggi della sobrietà e l'incredibile passione per i gatti. «Metallari gay, godetevi la vita e non abbiate paura»

Illustrazione di Mark Summers per Rolling Stone USA

«Una volta heavy metal era una parola sporca», dice Rob Halford, frontman dei Judas Priest. «Ma abbiamo sempre sventolato con orgoglio la bandiera del British heavy metal. Ne andiamo molto orgogliosi. È roba seria».

Per quasi mezzo secolo, Halford è stato la voce dei Judas Priest, e ha urlato vendetta contro i miscredenti. I suoi acuti si mescolavano alla perfezione con gli assalti di chitarre di classici come Breaking the Law, You’ve Got Another Thing Comin’ e Heading Out to the Highway, e i suoi outfit da biker hanno definito il look del genere per anni. Nel 1980 la band ha pubblicato Metal Gods, un brano dall’album British Steel, e il titolo è diventato il suo soprannome. Halford è il Dio del Metal.

È anche uno dei personaggi più interessanti del genere, uno che ha affrontato e superato molti ostacoli. Negli anni ’80 si è liberato da droga e alcol, ben prima di molti colleghi. Negli anni ’90, dopo essersi preso una pausa dai Judas Priest, ha registrato altro metal con i Fight ed esplorato la musica industrial con i 2wo, un gruppo uscito con l’etichetta di Trent Reznor. In quel periodo ha fatto coming out, una mossa rischiosa in un genere dominato dal machismo. In realtà, ai fan non importava. Una volta tornato nei Priest, Halford ha continuato a definire il genere; Firepower, l’album uscito nel 2018, è stato molto apprezzato dalla critica. Ha raccontato la sua storia in un’autobiografia, Confess, che uscirà il 29 settembre.

Quest’anno la band doveva festeggiare 50 anni di tour con una serie di concerti con Ozzy Osbourne, ma la natura aveva piani diversi e la pandemia li ha costretti a restare a casa. Nonostante tutto, durante la nostra intervista è sembrato di ottimo umore. Ha passato l’isolamento ascoltando musica, registrando video e creando assurdi meme con gattini per i suoi follower di Instagram. «Non sono sempre un dio del metal», scherza, «a volte sono un gatto metal». È con questo atteggiamento giocoso che ha affrontato l’intervista in cui ha parlato della sua vita e di come difendere la fede nell’heavy metal.

Come si fa a restare sani di mente durante l’isolamento?
Credo che la difficoltà maggiore sia che è stata alterata la nostra routine. Il lato psicologico della pandemia sta facendo soffrire molta gente. È importante cercare di mantenere un po’ di equilibrio mentale. Uno dei modi migliori è parlarne, al telefono o in video. Dobbiamo continuare a comunicare.

Come definiresti il successo? 

Successo significa realizzare sogni e ambizioni. Non l’ho mai misurato con le vendite dei dischi o con i premi, che sono solo un modo in cui il successo si riafferma. Avere successo significa fare una grande canzone o un grande concerto. Il lusso non mi interessa. Ho ancora la stessa auto, una vecchia Cadillac che avrà 15 anni. È tutto quello che possiedo e tutto quello di cui ho bisogno. Credo che dipenda dal fatto di essere cresciuto in una famiglia di lavoratori.

Com’è stata la tua infanzia?
Dura. La mia famiglia non guadagnava granché. Guardare tua madre che conta i soldi di tuo padre così da assicurarsi di arrivare alla fine della settimana, vivere un assegno alla volta, come fanno ancora molte persone, ti fa capire davvero di cosa hai davvero bisogno e cosa è superfluo. E come sappiamo tutti, l’unica cosa importante è che il frigo sia pieno di cibo e che i tuoi figli abbiano delle scarpe ai piedi.

Sei cresciuto vicino Birmingham, in Inghilterra. Qual è la cosa più British del tuo carattere? 

Non ho perso il mio accento e sono felice che sia ancora lì. Sono un tipo piuttosto pratico e credo che dipenda dalle mie radici. Non ti metti mai su un piedistallo, non dici cose tipo “Sono il dio del metal”. Beh, in realtà io sono il dio del metal, ma solo sul palco. Saper distinguere cosa ha valore e cosa no… questi valori sono ancora profondamente radicati in me.

Come fai a capire quand’è appropriato definirsi il dio del metal? 

(Ride) Mi sento così sul palco. Là sopra cambia tutto. Quando tengo in mano il microfono dentro di me cambia qualcosa, e all’improvviso sono il dio del metal. È un po’ come fa Superman quando entra nella cabina telefonica. Lui esce con il mantello, io con la giacca di pelle.

Che musica ti commuove oggi? 

Ho sempre avuto gusti vari. Il metal ha sempre guidato la mia vita, ma non puoi ascoltare solo una cosa. Scelgo cosa ascoltare in base al mio umore, a volte chiedo ad Alexa di farmi sentire Pavarotti e la sua voce straordinaria. Ultimamente, parecchio Bob Dylan. Thomas, la mia dolce metà, sta scrivendo la sua biografia, e non vedo l’ora di strappargliela di mano per leggerla. Ah, ascolto anche Dolly Parton, Black Sabbath, Scorpions, Deep Purple, Tool, David Bowie e così via.

I Judas Priest sono stati una delle prime band a definirsi heavy metal. Che cosa vi piaceva di quel termine? 

Rappresenta chi siamo. La lingua che parliamo, la nostra musica. Una delle cose migliori dei Priest è che possiamo essere heavy nello stile di Painkiller e altrettanto heavy con pezzi come Turbo Lover. Non credo che ci siano altre band capaci di farlo. È per questo che la nostra storia è stata ricca di svolte inaspettate. Dal primo giorno ci siamo sempre detti che non ci saremmo limitati a quello che dovrebbe essere il metal. Ovviamente abbiamo tutte le caratteristiche che lo definiscono, come i riff e tutto i resto. Ma il metal è solo un modo per esprimere te stesso. Avevamo bisogno di crederci.

Qual è la prima cosa che ti ha colpito del metal? 

La catarsi. Da cantante, la possibilità di lasciarmi andare in maniera primitiva, come se dovessi buttare fuori tutta la rabbia, la tensione, la paura e la gioia. Mi sento ancora così.

Quando hai scoperto la tua voce? 

Credo con Sad Wings of Destiny, quando l’abbiamo registrata nel ’76. In realtà non lo so. Forse con le prime band della mia carriera, con loro ho avuto la possibilità di scoprire cosa potevo cantare. Ma solo quando senti la tua voce nelle casse puoi capire di cosa sei capace. Dopo tanti anni, mi piace ancora cercare nuove sfumature della voce.

Breaking the Law è diventato un inno. Come si fa a tenere vivo un pezzo che suoni tutte le sere per 40 anni? 

È fresco ogni volta che lo suoniamo. In quel momento è nuovo, fresco e diverso dagli altri. Non è mai esattamente la stessa cosa ed è fondamentale non suonare questi pezzi con il pilota automatico. La performance dev’essere sincera. Non pensiamo mai: “Oh, merda, dobbiamo suonarla ancora”. Non è mai così. Non vediamo l’ora di suonarla, e lo stesso vale per Living After Midnight ed Electric Eye.

Il look in pelle dei Priest era una delle vostre caratteristiche principali. Come l’avete trovato? 

Il look è sempre stato importante nel rock’n’roll. Per quanto riguarda i Priest, lo abbiamo trovato sperimentando. Se guardi i primi video della band, all’Old Grey Whistle Test sulla BBC (nel 1975), sembriamo un po’ i Greta Van Fleet (ride). Abbiamo sviluppato il nostro look un passo alla volta. Ti guardi allo specchio e pensi: “No, così non va. La nostra musica è potente, rabbiosa e oscura, profonda… e indosso una camicetta. Devo cambiare qualcosa” (ride). Indossare una giacca da motociclista è stato fondamentale. All’improvviso ti guardi allo specchio e pensi: ora sì che funziona. In più, in quanto metallaro gay, non aspettavo altro… volevo prendere quello stile e portarlo a un altro livello, e così ho fatto grazie all’aiuto di Ray Brown (designer dei vestiti del gruppo), che è con i Priest da sempre.

Il tuo profilo Instagram è un trionfo di gattini, e vado pazzo per le tue magliette a tema. Cosa hai imparato dai tuoi fan, come hanno reagito di fronte a questo lato del tuo carattere? E dove prendi quelle magliette con i gatti? 

Ho un contatto segreto. Non posso dire altro. Mi piace divertirmi su Instagram, perché il mio profilo è come la mia musica. Non voglio tenere sempre il broncio, non sono il tipo. Semplicemente, mi diverto un sacco. Adesso però devo stare attento. Devo inserire tutti gli animaletti, perché non tutti i miei fan amano i gatti. La scorsa settimana c’è stata la giornata nazionale degli animali e ho messo di tutto. Gatti, cani, ragni, lucertole, tutto ciò che respira e che non fa parte della specie umana.

Hai smesso di bere a metà degli anni ’80. Che consiglio daresti a chi combatte ancora con i suoi demoni? 

Ogni giorno è una cazzo di battaglia. È incredibile. Ma essere sobrio ti dà una forza incredibile, una forza che è dentro ognuno di noi. Siamo tutti forti. A volte devi andare a fondo per scoprirlo. Per quanto riguarda la mia vita da sobrio, ho dovuto guardarmi dentro per trovare la forza, perché è facile sbagliare. È una condizione fragile. È ironico, la tua forza può spezzarsi in qualsiasi momento. Per farcela devi trovare qualcosa dentro di te, e spesso è nascosta in profondità.

Nel 1990 i Judas Priest sono stati denunciati da un avvocato convinto che i vostri dischi contenessero messaggi subliminali collegati al suicidio di due ragazzi. Quell’esperienza ti ha fatto mettere in discussione la tua carriera?

Mi ha fatto capire che là fuori ci sono persone capaci di farti del male. E questo ci ha imposto una domanda: che fare? Io scrivo i testi, cosa posso dire e cosa no? All’improvviso ti fai domande sui tuoi stessi pensieri. Odio ogni censura. La detesto. Da quando ho fatto coming out ho capito che mettere muri e catene attorno alle cose è sbagliato. È una finta libertà. L’unica cosa che ho imparato da quella vicenda è che devo scrivere col cuore. Ma la cosa più straziante di quel processo è stata comunque la perdita di due splendide vite.

Hai lasciato i Priest all’inizio degli anni ’90 e sei tornato dopo un decennio. Come si fa a capire quando lasciare una cosa del genere?
Credo che il mio abbandono fosse figlio di circostanze che hanno vissuto tutti i cantanti… cantanti che si sono guardati dentro come ho fatto io. Credo sia stato un momento importante. È come quella canzone… non sai cosa hai finché non lo perdi. È stato difficile lasciare la band per cui avevo dato la vita, ma farlo ha messo tutto in prospettiva e mi ha fatto capire un sacco di cose. Tra cui: i Priest sono la band in cui devo cantare. Quella è la band che significa tutto per me.

Cosa hai imparato dai Fight e dai 2wo?

Avevo la stessa urgenza di esprimere me stesso, di esplorare musica diversa, di farcela. Non sapevo se e come avrebbero funzionato quei gruppi, ma è successo. Mi sono circondato di musicisti con la mia stessa mentalità. E anche se esercitavo maggiore controllo su quei progetti, da solo non sarei riuscito a farcela. Ho imparato un sacco di cose.

Hai fatto coming out nel 1998. Cosa hai imparato da quella esperienza? 

Ho imparato che devi essere libero e che non puoi vivere la tua vita per gli altri. Fare coming out in quel periodo, in una scena che allora – e per certi versi ancora adesso, senza nulla togliere alle grandi donne del metal – era dominata da maschi alfa, mi ha dato una sensazione di pace e mi ha aiutato nel mio lavoro. Prima di fare coming out non riuscivo a concentrarmi davvero sulla mia vita, perché sentivo un’ombra sopra la testa. L’ho fatta a pezzi, bruciata, distrutta. Tutti hanno diritto a vivere la loro vita come meglio credono.

Hai sempre avuto un look da duro. Ti sei mai sentito obbligato ad apparire in un certo modo perché suoni hard rock?

Ci sono tanti tipi di gay, così come ce ne sono di persone etero. Abbiamo facce diverse, un modo diverso di parlare e anche di vestire. Credo sia la bellezza della vita: non importa se sei gay, etero, bisessuale, nero, bianco, asiatico o latino.

Le giacche di pelle offrono una rappresentazione di me che non è tanto diversa da quando sono lontano dal palco. Adoro le drag queen. Le adoro, cazzo. Sono le persone più agguerrite del pianeta. Chi Chi LaRue, uno dei miei più cari amici, è il re di quel mondo. E anche quello è uno dei tanti modi in cui si esprime la comunità gay. Certo, quando togli i vestiti da drag sei irriconoscibile, ma il tuo cuore e la tua anima e il tuo spirito sono ancora gli stessi.

Che consiglio daresti ai metallari che si sentono intrappolati in quella cultura e non riescono a fare coming out? 

Beh, non dovete sentirvi soli come facevo io. Avete a portata di mano tante possibilità, posti in cui andare per capire come prendere quella decisione. Ma dipende da voi. Ho molti amici che non hanno intenzione di farlo perché hanno deciso così. Metallari gay, unitevi a noi e facciamo un gran casino. Godetevi la vita e non abbiate paura. In fondo è tutta una questione di paura: paura di un rifiuto, paura di essere allontanati dalla propria famiglia. È incredibile quanto le famiglia possano essere crudeli, ma non lasciate che questa cosa vi fermi. È la vostra vita. Rivendicatela. Vi appartiene.

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