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Riti voodoo e rum sputato in faccia: la storia del disco di Jackson Browne su Haiti

Paul Simon è andato in Sud Africa, Ry Cooder a Cuba. Il cantautore di ‘Running on Empty’ è stato nel Paese caraibico per registrare un album benefico all-star con Jonathan Wilson e Jenny Lewis

Un particolare della copertina di 'Let the Rhythm Lead: Haiti Song Summit Vol. 1'

Foto: David Belle

La musica ha portato Jackson Browne in un sacco di posti strani. Ha cantato in cella dopo essere stato arrestato per avere protestato contro l’apertura di una centrale nucleare e ha registrato un album (Running on Empty) a bordo di un tour bus e in varie stanze d’hotel. Ora può aggiungere all’elenco un’altra bizzarria: ha preso parte a un rito voodoo ad Haiti.

«Le persone entravano in trance», ricorda. «Si gettavano all’indietro verso la folla che le aiutava a rimettersi in piedi e le spingeva nuovamente verso il centro, il tutto ballando. È una condizione provocata dalla forza della musica e del ritmo, è un po’ come sballarsi».

L’esperienza deriva da uno dei progetti più ambiziosi di Browne. Nel corso di due viaggi ad Haiti avvenuti nel 2016 ha riunito un cast di musicisti di varia provenienza: americani come Jenny Lewis, il polistrumentista Jonathan Wilson29, Jonathan Russell degli Head and the Heart; strumentisti locali come i membri dei Lakou Mizik e Paul Beaubrun; talenti internazionali fra cui Habib Koité dal Mali e il chitarrista spagnolo di flamenco Raúl Rodríguez. Riuniti in varie formazioni, hanno messo a fattore comune le loro radici musicali, si sono alternati al microfono e a volte agli strumenti, hanno cantato in inglese, creolo, khassonké (la lingua del Mali occidentale), mandingo, spagnolo. È una una specie di versione multiculturale dei Traveling Wilburys e sarà possibile ascoltarla a partire da venerdì 31 gennaio, quando sarà pubblicato l’album benefico Let the Rhythm Lead: Haiti Song Summit Vol. 1

«Mai visto Jackson tanto eccitato negli ultimi sei o sette anni», dice Jonathan Wilson che canta, suona vari strumenti e co-produce l’album. «Ha seguito con cura ogni singolo dettaglio, dalla scelta dei cantanti a quella di avrebbe suonato lo skaher. L’ho visto imparare le canzoni con gli altri musicisti e intanto trascrivere i testi, sempre concentratissimo».


È stato il primo viaggio compiuto da Jackson Browne ad Haiti a dare il via al progetto. Ci è arrivato nel 2014, in visita all’Artists Institute, una scuola musicale e sala d’incisione messa in piedi dall’organizzazione non-profit Artists for Peace and Justice dopo il devastante terremoto del 2010. La title track dell’album che Browne ha inciso poco dopo, Standing in the Breach, è ispirata a questa esperienza. Nel 2015 il musicista è tornato sull’isola dove ha incontrato Jonathan Russell. A entrambi è stato chiesto di cantare per una classe di studenti. «Mi dicono: questo è Jackson, canterai in classe con lui», spiega Russell, che non aveva mai incontrato prima Browne. «E io: ok!» (i ricavi derivanti dall’album saranno devoluti alla Academy for Peace and Justice e all’Artists Institute of Jacmel).

Una sera, i due stavano cenando con alcuni musicisti locali. A un capo del tavolo Browne parlava di Bernie Sanders, all’altro Russell ascoltava alcuni percussionisti improvvisando un testo. «Jackson si è allungato verso di me e mi ha chiesto che stavo facendo». A Browne è venuta l’idea di registrare il pezzo in studio, nella città di Jacmel, sulla costa meridionale dell’isola. «Non c’era dietro un grande progetto», ricorda Browne. «Volevamo semplicemente mostrare agli studenti come si lavora in sala d’incisione. Magari viene fuori qualcosa, pensavo, magari scriviamo qualche canzone».

Sono andati oltre. Browne ha portato con sé Russell e Wilson nella prima delle sue spedizioni creative ad Haiti e un album ha cominciato a prendere forma. Love Is Love, una canzone che Browne aveva già cominciato a scrivere, rappresenta l’idea di mescolanza che sta alla base del progetto. «Cercavo un beat alla Bo Diddley. Non pensavo che l’avrebbero suonato due percussionisti. Ci abbiamo messo un po’ per metterlo a punto, a un certo punto lo suonavamo troppo velocemente, ma alla fine ce l’abbiamo fatta».

Goddess at the Wheel sembra un omaggio di Wilson al luogo in cui risiede, Laurel Canyon. È stata ispirata da Vira Byramji, la fonica che ha lavorato all’album. Una versione del traditional dei griot del Mali Koulandian combina il suono della chitarra elettrica con corde di nylon di Koité e le armonie vocali di Browne. «Pensavo che mettere assieme tutti questi elementi sarebbe stato più difficile», afferma Steve Valcourt dei Lakou Mizik. «E invece quando si parla di musica si è tutti dentro la stessa vibrazione. Ci si capisce. Si parla la stessa lingua».


La canzone che Russell ha improvvisato a tavola è diventata I Found Out ed è apparsa in un’altra versione nell’ultimo album degli Head and the Heart, Living Mirage. Come ricorda Russell ridendo, l’alcol ha cancellato ogni ricordo di quella registrazione, o quasi. «Abbiamo bevuto tanto di quel rum che la mattina dopo ci siamo svegliati e ci siamo chiesti: qualcuno l’ha registrata? Non avevo idea di quel che avevamo fatto». Fortunatamente il filmmaker e membro di Artists for Peace and Justice David Belle stava filmando e ha dato la possibilità a tutti di ricordare il pezzo. «Il rum e il lavoro non vanno bene assieme», sghignazza Browne. «Ti devasta. Abbiamo dovuto portare della tequila, l’ingrediente segreto di queste registrazioni».

Durante il secondo viaggio, ai musicisti si è aggregata Jenny Lewis, invitata da Wilson. Browne ha scoperto che ci sarebbe stata anche lei quando la cantante gliel’ha detto nel backstage di un concerto di Bon Iver. Quando Lewis è entrata nella scuola ha ricevuto un’accoglienza fuori dall’ordinario. «Entro e i bambini cominciano ad abbracciarmi», ricorda. «Ne avevo tre attaccati alla gamba destra e intanto mi scompigliano i capelli e mi stringono la mano. Che esperienza bella e intensa è stata».

Lewis aveva portato con sé bozze di canzoni che pensava sarebbero servite, ma ha subito capito che non andavano bene. «Mentre Jonathan registrava una sua canzone, mi sono chiusa in una classe con un po’ d’erba», ricorda ridendo. Ne è uscita con Under the Supermoon che parla della sua reazione all’elezione di Trump («Mai avuta tanta paura / Sono rimasta senza fiato la sera delle elezioni / Il mondo intero ci prende per pazzi / Non ho dormito un minuto quella notte») e dell’arrivo ad Haiti con Jackson Browne.

Lewis è arrivata in tempo per partecipare al rito voodoo a cui sono stati invitati tutti i musicisti. Guarda caso, era vestita con gli stessi colori – il rosso e il bianco – dei partecipanti ed è stata perciò coinvolta nella cerimonia. A un certo punto un uomo l’ha guardata negli occhi e le ha detto solennemente: «Tornerai ad Haiti». Poi, come parte del rito, le ha sputato del rum negli occhi. «Cazzo se bruciava». Eppure per Lewis la cerimonia non è stata strana o spaventosa come spesso viene descritta. «Quando lo vedi nei film fa impressione, ma è più spirituale, è il modo che hanno le tribù per comunicare».

Ogni musicista ha tratto una lezione diversa dall’esperienza. «L’idea era dare una mano alla gente del posto, ma alla fine ci ha smosso qualcosa dentro», dice Russell. «Abbiamo vissuto uno shock culturale e ne abbiamo vissuto un altro quando siamo tornati a casa e ci siamo resi conto di quanta apatia c’è da noi. Incredibile quanto ci si lamenti delle cose. Haiti è passata attraverso l’inferno, eppure la gente è vivace e orgogliosa».

Lewis è tornata da Haiti apprezzando ancora di più le collaborazioni. «Quest’esperienza mi ha aperto la mente. Ora so che posso prendere la chitarra e suonare ovunque nel mondo».

Per due anni Jackson Browne ha cercato di piazzare le registrazioni. Almeno una major ha rifiutato di pubblicare il disco. Alla fine è stato raggiunto un accordo con Arts Music, sussidiaria del gruppo Warner. Logica vorrebbe che Browne riunisse i musicisti per almeno una performance dal vivo, ma ci sono problemi logistici da superare. Gli piacerebbe registrare un secondo volume al quale inviterebbe musicisti di lingua francese come Daft Punk, Daniel Lanois e Bruce Cockburn.

Browne spera che il disco attiri l’attenzione su Haiti che, a causa di scontri tra fazioni politiche, sta passando un periodo ancora più turbolento. Scuole e ospedali chiudono, la benzina scarseggia, ogni giorno c’è una rivolta. Il Paese è senza parlamento e c’è un uomo solo al comando, il controverso presidente Jovenel Moïse. «Non m’illudo, questo disco non provocherà alcun cambiamento», dice Browne, «ma se non altro apre una finestra su Haiti».

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