Ringo Starr, il ragazzo di Liverpool, Texas | Rolling Stone Italia
Lezioni di ringosofia

Ringo Starr, il ragazzo di Liverpool, Texas

A 85 anni pubblica un nuovo album country, ‘Long Long Road’, e non ha alcuna intenzione di smettere. Lo abbiamo intervistato. La Ringossance parte dall’America

Ringo Starr, il ragazzo di Liverpool, Texas

Ringo Starr

Foto: Henry Diltz/Republic

È bello sapere che almeno una cosa in questo pazzo mondo non cambia mai: Ringo Starr è ancora l’uomo più affabile del mondo. È il musicista che tutti amano e anche se ha 85 anni ha ancora un sacco di canzoni da cantare. Scoppia a ridere: «Come dice la mia nipotina di 4 anni, “Siri, metti Ringo!”». Sta per pubblicare un nuovo disco country, Long Long Road, anticipato dal singolo Choose Love. Lo ha registrato col produttore T Bone Burnett, un anno dopo la collaborazione per Look Up. «Amo il country, quindi non è stato difficile», dice Ringo che ha ricevuto un little help from his friends tra cui protagonisti della nuova scena come Molly Tuttle e Billy Strings, oltre a star come Sheryl Crow e St. Vincent.

Sessant’anni dopo Yellow Submarine, Ringo ha ancora una vitalità invidiabile. Sul palco non smette di muoversi. È ancora il miglior ballerino del rock? «Certo che sì!». In concerto o suona la batteria o si mette a ancheggiare, quando potrebbe tranquillamente starsene seduto in poltrona. «Sarebbe fantastico, ma lo sgabello della batteria è un po’ come una poltrona. Ti viene da rilassarti, ma no, devi stare dritto».

Long Long Road dimostra che Ringo è ancora immerso nella musica, come sempre del resto. L’anno scorso ha sorpreso tutti con Look Up, il suo primo disco country dai tempi di Beaucoups of Blues del 1970 e ora sembra rinvigorito dall’idea di fare un album in stile Nashville al passo coi tempi. «È fatto così», dice Burnett. «È uno che mette insieme la gente, gli piace collaborare».

In Long Long Road, che uscirà il 24 aprile, suona con una nuova generazione di “ribelli” come Tuttle, Strings e Sarah Jarosz. «Non è incredibile? E che accoglienza ho avuto quando sono andato a Nashville. È stata un’esperienza bellissima, quindi abbiamo deciso di fare un altro disco». Il singolo Choose Love è una versione dal sapore country della title track del suo album del 2005, dove Ringo canta la frase “The long and winding road is more than a song”. «È una strada molto, molto lunga, amico. È un po’ la mia vita: lasciare Liverpool, vivere a Londra, arrivare a New York, poi a Los Angeles. Ecco perché l’ho intitolato Long Long Road. Non It’s a Long Long Road perché avrebbe definito una lunghezza definita. Una Long Long Road può andare avanti per sempre».

Ringo irradia saggezza e allegria, la sua risata fa tremare i muri (come diceva John Lennon in A Hard Day’s Night, «sei uno che fa tremare i vetri»). Oggi, sullo schermo di Zoom, ha come sfondo una spiaggia tropicale con tanto di palme. «Mi piace, lo tengo per l’inverno, in estate ne mettiamo un altro». Dispensa massime tipicamente “ringosofiche”, tipo: «Mi alzo la mattina, faccio le mie cose, e faccio le mie cose».

L’anno scorso ha debuttato al Grand Ole Opry su invito di Emmylou Harris. Ha cantato Act Naturally, il classico di Buck Owens che interpreta anche in Help!. Anche anche girato lo special Ringo & Friends at the Ryman con star come Brenda Lee, Rodney Crowell e Jack White, alle prese con Don’t Pass Me By. Nello special c’era anche un tributo a Paul McCartney, che di long and winding road se ne intende. Come ha detto Macca, «è stato il primo dei Beatles ad aprirci al country».

Il nuovo album continua la sua Nashville Ringossance. «Mi piace pensare di aver fatto la mossa, la svolta giusta. È successo quando siamo andati ad ascoltare Olivia Harrison che recitava passi di Came the Lightning, il libro con le sue poesie per George. C’erano suppergiù 50 persone e una di loro era T Bone, che incrociavo di tanto in tanto dagli anni ’70». Gli ha chiesto di scrivergli una canzone, ma ha avuto molto di più. «Mi ha mandato un pezzo country, poteva nascere un EP. Quando poi è venuto in città, ho pensato che avrebbe potuto produrmi un album intero. “Quante canzoni abbiamo?”, gli ho chiesto. Ne aveva nove».

Dopo il successo di Look Up, le canzoni non hanno smesso di arrivare. «È divertentissimo scrivere per la sua voce, per il suo spirito», dice T Bone. «È una delle voci più riconoscibili al mondo, riesce a sentirla in testa che canta i pezzi che componi. Diventa tutto facile».

Ringo è sempre stato un po’ country dentro. «Se parlo in questo modo» dice esagerando l’accento di Liverpool «è per via del posto da cui provengo. That’s very fooking country, innit? Siamo stati fortunati a crescere a Liverpool dove c’era il porto. Le navi andavano in America e tornavano con tutti i dischi, country e blues. Liverpool era la capitale di quello che succedeva in America. I ragazzi portavano i dischi. E dopo tre giorni avevano finito i soldi, quindi li rivendevano. Andava così».

Quando i Beatles si sono sciolti nel 1970, Ringo ha pubblicato Beaucoups of Blues con la leggenda della pedal steel Pete Drake, uno che ha suonato in Nashville Skyline di Bob Dylan. Non era il disco country-rock da superstar che avrebbe potuto fare. Ringo è andato a Music Row per farlo alla maniera di Nashville. «È Pete Drake il tipo che ha messo tutto insieme», ricorda Ringo. «Stavamo lavorando in studio con George Harrison, mandai un’auto prenderlo a Heathrow. Mi disse: “Ehi, è tua quella macchina, hoss?”. Mi chiamava hoss. “Vedo che ti piace il country”, perché avevo un sacco di cassette in macchina. “Dovresti venire a Nashville a fare un disco country”. “Un mese a Nashville, riuscirei a reggerlo?”. E lui: “Un mese? Nashville Skyline è stato fatto in due giorni».

Anche Beaucoups of Blues è stato inciso velocemente. «La prima mattina abbiamo scelto cinque canzoni, le abbiamo registrate di giorno e finite la sera. Il giorno dopo altre cinque, prima la band e poi io. Sono bastati due giorni. Oggi ci vogliono due giorni solo per collegare gli strumenti».

Ringo e Burnett hanno fatto attenzione a non trasformare Long Long Road in un disco nostalgico. Come Look Up, è pieno di musicisti più giovani come Tuttle e Jarosz che cantano in It’s Been Too Long. «Ringo ha fatto pochissimi duetti in vita sua», dice Burnett, «e due di questi sono con Molly Tuttle. Insieme suonano meravigliosamente bene. E adoro Annie Clark da Dallas, è un’anima affine. E Sheryl Crow, che donna incredibile. Sono artisti autentici, come Ringo».

È sempre stato il modo preferito di lavorare di Starr, uno a cui piace giocare in squadra. «Funziona», dice. «Mi piace suonare, tutto qui. Ho un sacco di nipoti e tre di loro sono batteristi. Negli ultimi dieci anni ho suonato in un sacco di dischi altrui. Registro la mia parte, la spedisco e dico: “Usatela o buttatela”. Magari non è quello che volevano, ma non molti hanno scelto di buttarla via».

Ora sta per tornare in tour con la Ringo Starr & His All-Starr Band, che continua a girare con una formazione sempre diversa dal 1990. «Io e il pubblico ci conosciamo. So che loro mi amano e loro sanno che io amo loro, quindi ci si diverte». Dovremmo avere tutti l’energia di quest’uomo. «Beh, dovete mangiare più broccoli. Tutte le cose buone le devo ai broccoli. Quindi dico: pace, amore e broccoli».

La sua voce suona particolarmente riflessiva su Long Long Road, che è probabilmente il miglior album mai realizzato da un 85enne. È stato registrato a Nashville e a Los Angeles, con sei brani di Burnett e tre di Starr. («Datemi un po’ di melodia e un accordo e posso scrivere una canzone», dice con orgoglio). C’è anche un pezzo degli anni ’50 di Carl Perkins, uno dei grandi eroi dei Beatles, intitolato I Don’t See Me in Your Eyes Anymore. Ringo lo interpreta con quello stoicismo che ha sempre segnato il suo canto, fin dai classici It Don’t Come Easy e Photograph.

Ringo Starr - It’s Been Too Long (Visualizer)

Tutti e quattro i Beatles amavano i suoni country. «Se i Beatles venissero fuori oggi verrebbero definiti una band di “Americana”», dice Burnett. «Per tutto il tempo George Harrison ha suonato una chitarra Chet Atkins Country Gentleman e faceva finger-picking nello stile di Carl Perkins, che risale ad Arnold Schultz, uno che ha insegnato a Bill Monroe».

Dei quattro, Ringo era quello con più “twang”. Prima ancora di entrare nei Beatles suonava in un gruppo skiffle di Liverpool chiamato Texans. «Il suo modo di suonare la batteria ha molto del Texas», dice Burnett, che è originario di Fort Worth. «È uno swing alla Milton Brown and the Brownies». C’è sempre stato un po’ di Texas nel suono di Ringo, ma anche molto di New Orleans. «Ha un’intensità simile a quella di Earl Palmer, il batterista che suonava in tutti quei dischi di Little Richard. Baby Don’t Go, nel nuovo album, ha proprio un sapore di New Orleans, fa molto second line. Ma lui lo fa diventare originale».

Cantare il pezzo di Perkins, «che scrive nel modo in cui amo cantare», rappresenta la chiusura di un cerchio. «Le prime due canzoni che ho registrato con i Beatles erano di Carl Perkins. E ora è come se fossi tornato di nuovo a lui. È così che va. Non sto qui a fare grandi piani. Dico semplicemente sì a qualcosa, e poi le cose si sviluppano strada facendo». Per Ringo, è ancora tutto semplice.

Ringo Starr e T Bone Burnett. Foto: Dan Winters

Da Rolling Stone US.