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Ringo e le session dei Beatles: «Se c’era un suono da eliminare toccava sempre alla batteria»

«Ecco perché amo le versioni rimasterizzate. Finalmente la gente mi sente e chiede: ma sei davvero tu?». Il batterista sulla musica come esperienza collettiva, il singolo 'Here’s to the Nights', l'EP 'Zoom In'

Ringo Starr a Los Angeles nel 2019

Foto: Rebecca Cabage/Invision/AP

Avrà pure festeggiato da pochi mesi l’ottantesimo compleanno, ma Ringo Starr non è uno che se la prende comoda. Non è andato in tour con la All-Starr Band, ma si è comunque tenuto impegnato facendo musica. Il suo nuovo singolo, Here’s to the Nights, è un’ode tutta pace & amore perfetta per essere cantata a squarciagola alla fine di un anno difficile per tutti. Per registrarla si è fatto aiutare da alcuni amici. Si sentono in lontananza le voci di Dave Grohl, Lenny Kravitz, Sheryl Crow, Chris Stapleton, Ben Harper, il cognato Joe Walsh e tanti altri, tra cui un promettente bassista britannico di nome Paul McCartney.

Ringo ha lavorato nel suo studio a un EP di cinque tracce che uscirà nel marzo 2021. Ha un titolo perfetto per questi tempi: Zoom In. Per una delle figure più amate del rock’n’roll – e anche il gregario più leggendario di sempre – adattarsi e fare musica nell’era del distanziamento sociale è stata una sfida. Come dice la sua canzone, It Don’t Come Easy, non è facile. Here’s to the Nights è un brano intelligente, con un testo tutto da cantare scritto da Diane Warren. Come dice Ringo, «spero che a Capodanno la canteranno tutti».

La scorsa estate, Ringo Starr ha festeggiato l’ottantesimo compleanno con uno speciale televisivo pieno di jam a distanza con amici di tutto il mondo, tra cui Helter Skelter con McCartney. Sta lavorando a un libro: Ringo Rocks: 30 years of the All-Starrs, una retrospettiva sul suo storico gruppo, disponibile via Julien’s Auction, con prefazione di Walsh. In programma c’è anche il secondo volume dedicato ai suoi dipinti, che avrà il geniale titolo Painting Is My Other Madness. Il mondo ha sempre avuto bisogno di un po’ del suo spirito. Forse mai come in questo periodo.

In diretta su Zoom, Ringo ci ha raccontato la nascita del pezzo, l’eredità dei Beatles, il rapporto con la batteria e la pittura, la sua quarantena, il revival delle cassette, il nuovo disco di McCartney e anche la saggezza acquisita dopo aver suonato con Levon Helm.

Congratulazioni per il nuovo brano. Com’è nato? 

L’ha scritto Diane Warren: “Un brindisi alle notti che non ricorderemo, con gli amici che non dimenticheremo”. Parla di come ritrovarci tutti insieme ed è perciò appropriata per questo periodo. Come tutti, ho vissuto parecchie notti di cui non ricordo nulla. E le ho passate con amici che non dimenticherò mai.

Un sacco di persone si sono fatte avanti per aiutarmi. C’è Paul McCartney. Poi Joe Walsch, Sheryl Crow, Jenny Lewis, Chris Stapleton, Benmont Tench. I primi sono stati Dave Grohl e Ben Harper. Lenny Kravitz si è unito all’ultimo momento. Poi c’è Finneas, Yola, i Black Pumas. Corinne Bailey Rae canta con tutta l’energia che ha in corpo. Tutti hanno il loro spazio.

Prima della pandemia, eri impegnato in un tour senza sosta… 

Amo suonare dal vivo. Se fosse per me sarei ancora sul palco, ma temo che nel pubblico non ci sarebbe nessuno. Stiamo lavorando per ripartire il prossimo anno, ma non si può far altro che aspettare. 

Ho passato giornate tristi, perché amo suonare. Quindi ho fatto un EP. Ha aiutato: ho fatto un disco e dipinto un po’.

Hai l’energia di 10 persone messe insieme…

Nove. [Imita la voce di John Lennon] Number nine, Number nine…

Il disco si chiama Zoom In, perché siamo tutti su Zoom. Ormai faccio tutto su Zoom. Credo sia un aspetto importante della vita che viviamo adesso. Spero che a Capodanno canteranno tutti insieme a noi. È un EP di cinque canzoni, e so bene di cosa si tratta. Ho una collezione gigantesca di EP.


Tutto torna di moda… 

Ho sentito una storia incredibile: pare che i ragazzini siano di nuovo fissati con le cassette. L’ho solo sentito, tu probabilmente ne sai di più di me perché lavori per un giornale musicale. È incredibile. Solo 18 mesi fa ho tolto il mangiacassette dallo stereo. Ma ora sono tornate di moda, quindi l’ho rimesso accanto al giradischi.

Tutto torna, la musica viaggia nel tempo.
È vero. È incredibile, e sono fortunato. La band in cui suonavo continua a tornare di moda, perché i bambini di tutte le generazioni scoprono i Beatles. È sconvolgente, sinceramente. Tutte le generazioni ci ascoltano, sai? Ora succede con lo streaming. È fantastico, non credi? Credo che prima o poi ci impianteranno un chip nel cervello, scaricheremo la musica direttamente così.

Il fatto che i giovani scoprano i Beatles ti sorprende? 

Beh, sono sempre piaciuto ai bambini. E amo le versioni rimasterizzate dei dischi dei Beatles, ora si sente anche la batteria. Quando abbiamo iniziato, se c’era da perdere qualcosa nel mix, si cominciava sempre dalla cassa. Finiva a un volume sempre più basso. In alcuni pezzi sembrava che suonassi solo il rullante. Ora, grazie a Giles Martin e alle versioni rimasterizzate, la gente sente la batteria e mi chiede: «Ma sei davvero tu?». Beh, sì. Giles ha fatto un gran lavoro. Lo adoro.

Foto di Kevin Winter/Getty Images

Hai sempre scritto musica per unire le persone, no? 

È quel che fanno i musicisti. È per questo che amo suonare dal vivo. Voglio dare amore e sentire che mi torna indietro. Sentirlo e restituirlo… è qualcosa di spirituale. È per questo che si suona. Ricordo quando abbiamo aperto per Helen Shapiro, in Inghilterra, nel 1963. Lei aveva la sua band, noi solo tre canzoni. Parlavo con i suoi musicisti e chiedevo: quanti anni hai? Quaranta? E suonate ancora? All’epoca cinque anni sembravano un sacco di tempo. Ora ne ho 80 e non voglio smettere.

Com’è farlo a distanza? 

L’amicizia è un aspetto molto importante. Al momento Zoom è l’unico strumento che ci permette di stare insieme. Quando abbiamo suonato Come Together eravamo tutti nella stessa stanza. Ora è tutto un «ok, ora tocca a me e poi tocca a te». Ma è l’unico modo per farlo e i grandi musicisti. Se è l’unica soluzione, ce la faremo bastare. 

Ho sempre amato passare il tempo con altri musicisti. Se hai uno strumento, suonerò con te tutta la notte. Non riuscirei mai a fare tutto da solo. Ho bisogno di suonare con qualcun altro.



Durante lo speciale per il tuo 80° compleanno hai suonato con un sacco di amici… 

Sì, di solito lo facevo a Hollywood e venivano un paio di migliaia di persone. Suonavano varie band e c’era anche una torta. Questa volta non abbiamo potuto fare nulla. A parte una cosa, che non sa nessuno: io e Barbara abbiamo preso l’auto e siamo andati fino a Beverly Hills. Lì c’è una scultura della mia mano. Ci siamo andati e abbiamo scattato una foto. Ma non dirlo a nessuno.

C’è solo quella foto… 

Abbiamo solo quella. Ora fatti da parte, Boogaloo. Ma sì, quello che posso dirti è che ricevo a lot of help from my friends.

Nel nuovo video c’è anche il tuo amico Paul McCartney. Anche lui ha appena pubblicato un disco, McCartney III.
Sì, e suona tutto lui. È la sua “fase tre”, la “terza stagione”. Ci ha messo solo 50 anni. L’ho incontrato qui, al Dodger Stadium. Siamo buoni amici. Se è in città viene sempre a trovarmi: se sto facendo un disco, gli lascio sempre una traccia libera. È ancora il bassista migliore del mondo, per me. Ci sono tanti grandi musicisti in giro, ma non conosco nessuno con la sua abilità melodica, capisce tutto all’istante. Quando suonavamo nella stessa band, parlavamo un po’, da bassista a batterista, così da non pestarci i piedi. Se succedeva due volte era un evento.

Hai anche scritto un libro sulla All-Starr Band. Com’è nata l’idea?
Parla dei 30 anni passati insieme. Ho fondato la band nel 1989. Mi sono accorto che non ne avevo una, così ho preso la rubrica e ho chiamato. Dicevano tutti di sì. Nella prima versione del gruppo io suonavo la batteria, ma c’era anche Levon Helm perché sapeva anche cantare. All’epoca ero talmente insicuro che volevo anche Jim Keltner. C’erano tre batteristi!

 Nella band sono passati davvero tanti grandi musicisti.

La cambio di continuo, per via delle canzoni. Il punto, con gli All-Starrs, è che bisogna suonare le hit ed ero stanco di pregare Todd Rundgren ogni sera perché suonasse Bang the Drum. Voleva fare tutto meno che quel pezzo. Io gli dicevo: «Todd, devi suonarla, il pubblico la conosce». Tutti davano il loro meglio. Ed è tutto quello che puoi chiedere. E a dire la verità, a volte ho mancato qualche colpo anche io.

Difficile immaginarlo… 

Un paio in trent’anni non è così male. Ma Levon era grandioso. Sai, capita di suonare, di dare tutto, ma il concerto comunque non va. Lui mi vedeva andar via deluso e diceva: «È tutto a posto, boss. Ci rifaremo domani». Non l’ho mai dimenticato. 

Ho sempre voluto suonare in una band. Non posso andare in tour da solo a cantare My Way suonando la batteria (imita la voce da crooner). Non funzionerebbe.

Con questa nuova canzone, Here’s to the Nights, ho chiamato Dave Grohl e Ben Harper, sono stati i primi. «Sei impegnato lunedì? Ho una nuova canzone e vorrei che cantassi per me». Hanno detto sì e dopo un po’ è suonato il campanello. Siamo andati nella stanza dove la batteria suona meglio e ci siamo messi a suonare. È quel che amo fare.

Cosa mi puoi dire del libro di quadri? 

Si chiama Painting Is My Other Madness perché ho sempre detto che suonare la batteria è la mia follia. Dipingere mi ha tenuto in vita durante la pandemia. Fare l’EP e dipingere.



Due libri e un disco. In confronto a te sembrano tutti pigri.
(Ride) Beh, alzate il culo e mettetevi al lavoro!

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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