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Una vita da Starr, Ringo Starr

Potremmo scrivere un trattato filosofico sulla vita dell'ex batterista dei Beatles, ma ci siamo limitati a intervistarlo. Buon compleanno, Ringo!

Un uomo, un sorriso. Foto: Facebook

Un uomo, un sorriso. Foto: Facebook


Ci sono cose in cui Ringo crede: «Se sei su un’isola deserta e ci sono delle noci di cocco, puoi sopravvivere». Ci sono cose a cui Ringo non sa rispondere. Taxman è stata registrata su un quattro o otto tracce? «Chiedi a qualcuno che possa saperlo. Io so solo che ci ho suonato». Ci sono momenti in cui Ringo può dimostrarsi un po’ acidello: «Ero a cena con lui, Dave Grohl e le nostre mogli, a Los Angeles, di recente», dice Paul McCartney, «E gli ho fatto una battuta, perché so che è astemio da anni: “Dai, Ringo, prenditi un whisky”. Lui mi ha guardato per un secondo e poi mi ha detto: “Perché? Per diventare come te?”. Me la sono meritata».
E poi ci sono cose che Ringo vuole che siano assolutamente chiare. Vestito di nero, alza gli occhiali neri al sole e, con il suo accento di Liverpool misto Beverly Hills, mi dice: «Lo sai che non mi chiamo davvero Ringo, no?».
Il suo vero nome è Richard Starkey. Sua moglie lo chiama Ritchie. Ha 79 anni, è uno dei batteristi rock più importanti e uno degli più grandi geni dell’intrattenimento che ci siano. Pensateci bene: se avete tra i 20 e gli 80 anni e qualcuno cita Ringo, che cosa fate? Se non siete Hitler, iniziate a sorridere. Se avete tra i 60 e i 70 anni, vi ricordate subito del suo naso e dei suoi capelli che ondeggiano. Se avete mai avuto a che fare con dei bambini, sarete grati a Ringo per i tre minuti di serenità che Yellow Submarine riesce a dare a ogni piccola creatura.

Ringo è entrato nella Rock and Roll Hall of Fame a fine aprile 2015. Il discorso d’introduzione è toccato a McCartney, che non ha raccontato di Ringo come un artista tormentato. Ringo è un’altra cosa, per quanto sia sopravvissuto all’alcolismo, a un’infanzia senza padre, senza bagno e con due anni passati in ospedale con la tubercolosi. «Ho sempre pensato di aver avuto una grande infanzia», dice Ringo ridendo, mentre racconta di sua madre, che prendeva due bus e un traghetto per andare a trovarlo una volta a settimana, «Poi un giorno un analista mi ha detto: “Beh, a quanto mi racconti mi sembra più giusto dire che tu sia stato abbandonato in una topaia”».

'60

’60


Le risate per Ringo sono una buona medicina. È magro come Gollum e sembra più giovane di suo figlio Zak, che suona la batteria per gli Who. Sarà che Zak non campa a verdure, succhi e patate al forno. «Ogni volta che lo vedo sa di cavolo», scherza Joe Walsh, cognato di Ringo Starr e storico chitarrista degli Eagle.
Buona parte della vitalità di Ringo viene dal matrimonio con Barbara Bach Starkey, una Bond girl della quale s’era innamorato sul set del film Il cavernicolo (1981) – dove la recitazione di Ringo ricorda quella della scena in A Hard Day’s Night in cui gira lungo le rive del Tamigi, da solo, calciando i sassolini. Ringo vi dirà che il regista di Hard Days… gli aveva dato la parte perché era stato l’unico della band a presentarsi e che era rimasto in silenzio perché era troppo sbronzo per ricordarsi le battute. Non credetegli. Ringo ha una vulnerabilità che manca a tutti gli altri Beatles.
«Tutti noi, a parte George, abbiamo perso qualcuno», dice McCartney, «John ha perso sua madre, io ho perso mia madre quando avevo 14 anni. Ma Ringo se l’è vista più dura di tutti: è cresciuto senza padre ed era così malato che avevano detto a sua madre che non ce l’avrebbe fatta. Si è dovuto inventare da solo, creandosi uno scudo più spesso del nostro». Che è voluto dire in parte fare la parte dello scemo e in parte affidarsi all’alcol – che gli è costata un decennio perso tra Los Angeles, Londra e Monte Carlo. Non beve da 30 anni, ormai, e si affida a due cose per restare giovane: le bacchette e la batteria.
«Posso suonare con chiunque per tutta la notte, ma non riesco a farlo da solo», mi dice Ringo, mentre andiamo verso quello che crede essere qualcosa tra l’800esimo e il 900esimo concerto della All Starr Band. «Non mi dà nessuna gioia sedermi alla batteria da solo». Ogni sera, prima del concerto, aspetta dietro le quinte e quando il suo nome viene fatto il suo nome «si accende in volto e torna giovane, come se fosse Peter Pan», dice la moglie Barbara.

Ringo è figlio unico. Ha perso troppo presto i suoi fratelli surrogati – Lennon e Harrison – e il suo migliore amico, il cantautore Harry Nilsson. Ha visto la sua carriera solista andare alle stelle – sette volte in Top Ten tra il 1971 e il 1975 – e poi scivolare nell’oblio. Ora ha trovato il suo posto in una band in cui ha ospitato chiunque. Va avanti da un quarto di secolo, ormai, e Ringo cambia i componenti ogni anno. Ha messo una sola regola: devi aver fatto parte di una band con almeno tre hit. Così si può preservare l’illusione che Ringo sia solo uno tra gli altri e che possa fare il frontman per un terzo dello show.

Anni '70

Anni ’70

Tre amici di Ringo, casualmente, mi hanno detto la stessa cosa: «Ringo Starr è un fottuto Beatle». Questo cambia un po’ le cose. Mentre lo aspetto per un veloce scambio di battute in aeroporto, mi arriva un sms del suo tour manager: “Volevo solo ricordarti che Ringo non stringe mai la mano, porge il gomito” – è fissato coi germi, pare. Attorno a me ci sono ex membri dei Toto, Mr. Mister, David Lee Roth Band, sembra una sitcom. Arriva Ringo. È piccoletto, un metro e 65 scarso. Ci tocchiamo i gomiti. Sarà la sua milionesima intervista, gli dico. Sorride. «Forse la miliardersima. Ho passato il milione già negli anni ’60».
Mi guarda perplesso. «Dimmi di nuovo, perché sei qui? Per parlarmi per un quarto d’ora?». Scuote la testa: «Quindici minuti all’aeroporto. Potrebbe essere il titolo di un romanzo rosa». Lo chiamano, è ora di partire. Gli altri lo accerchiano, sorridenti.

Fin dai tempi dei Beatles, Ringo è la mascotte del rock & roll. McCartney e Lennon scrivevano canzoni su di lui perché tutti lo trovavano così adorabile. «Abbiamo scritto il verso “What would you do if I sang out of tune?” (cosa faresti se cantassi stonando?) per lui», dice McCartney, «Pensateci: quanti sanno cantare bene nel rock & roll? Ma Ringo riesce a farti sentire l’anima una canzone, a modo suo».
La sua immagine da allegro sempliciotto l’ha quasi tenuto fuori dalla Rock and Roll Hall of Fame. L’idea di farlo entrare è nata durante una cena tra McCartney e Robbie Robertson, quando il chitarrista di The Band si è accorto che Ringo non era nella lista. McCartney pensò che fosse una svista plateale: «Così ho chiamato Bruce Springsteen, l’ho detto a Dave Grohl e tutti e due si sono detti d’accordo con me: Ringo doveva entrare nella Hall of Fame», ricorda McCartney, «Così ho detto: me ne occupo io».

Nel frattempo, Ringo è in tour nel sud della Florida e sembra che la cosa non gli interessi (i suoi continuano a dirmi che preferirebbe un’intervista al disturbo necessario per una storia di copertina). Tre ore e mezza prima del concerto, un suv nero arriva all’hotel di Ringo. Su sua richiesta, i finestrini non si possono abbassare. Ringo sale sul sedile dietro e inizia a raccontare di Los Angeles negli anni ’70: «Andavamo sempre al Rainbow, io, Harry Nilsson e Keith Moon». Gli dico che l’anno scorso ci ho visto Marilyn Manson ammazzare il tempo e lui se la ride: «È il posto giusto per lui, adesso. L’ho visto a un party di John Varvatos, continuava a ringraziare per essere stato invitato. Io non ti ho invitato! La festa va avanti, i nomi cambiano, fattene una ragione».
Il Ringo negli anni ’70 era in una posizione strana: dopo la fine dei Beatles, nessuno si aspettava qualcosa dal loro batterista, che però era riuscito a mettere a segno diverse hit, spesso in collaborazione con Lennon e Harrison. Aveva un senso dell’umorismo che agli altri ex Beatles mancava – fare una hit contro le droghe come No No Song quando viveva in un party continuo, ad esempio. (Lui e Barbara sono entrati in rehab insieme nel 1988. Quando gli chiedo cosa l’ha convinto a restare sobrio, mi risponde: «Si finisce davvero soli, sai? Da quando ho smesso quella solitudine non l’ho più provata»)

Anni '80

Anni ’80


Fargli parlare dei Beatles è complicato. Dice che non scriverà mai un’autobiografia perché tutti vogliono solo che lui dica zozzerie sui suoi anni con i Fab Four. Ma non è che i fan, stasera, verranno al suo concerto per sentire delle hit dei Toto. Vogliono Yellow Submarine, With a Little Help From My Friend. Il suo cognato rockstar Walsh mi aveva avvisato: «Io gli chiedo sempre dettagli tecnici, tipo: “Che chitarra ha usato George in quella canzone del White Album?”. Ma la cosa migliore è aspettare che sia lui a iniziare a raccontare, quando gli va. Sono momenti unici, racconta scene come loro quattro seduti in un bagno di un hotel in Germania, che passano il tempo a parlare».
Ringo in fondo è come ognuno di noi. Preferisce parlare del cibo piuttosto che del suo passato. Anche perché, vista la moltitudine di allergie con cui è cresciuto, non ha mai mangiato una pizza, del curry o una cipolla. Ma ama il formaggio di pecora. «È per via della dimensione delle molecole», mi dice, guardandomi con quegli occhiali da sole che non toglie quasi mai, «Le molecole del latte di mucca sono enormi, ti gonfiano. Guarda a un vitellino. La capra invece è qualcosa che puoi gestire. Ed ecco spiegato perché tutti pensano che io sia pazzo».
Seguo il consiglio di Walsh e meno chiedo dei Beatles, più lui ne parla. È orgoglioso di non esser mai mancato a una registrazione, seduto alla sua batteria con una tazza di te in mano mentre gli altri si scervellavano su cosa suonare. Ma a volte si sentiva isolato, soprattutto durante i lavori per il White Album. «Sono andato da John e gli ho detto: “Senti, non mi sembra di stare suonando bene e vedo che voi tre siete belli affiatati”. E lui: “Pensavo lo stesso, ma di voi tre”. Allora sono andato da Paul. Stessa scena, stessa risposta. Allora ho detto: “Fanculo, me ne vado, questa è una gabbia di matti”». Aveva preso e se n’era andato per 10 giorni in Sardegna sulla barca dell’attore Peter Sellers. Aveva chiesto fish and chips, ma gli avevano portato del calamaro. Allora avea iniziato a fare domande sui pesci e il capitano gli aveva raccontato che i polpi amano stare sul fondo del male, con un loro giardinetto fatto di oggetti scintillanti. «Ho pensato: che idea geniale», racconta Ringo, «E ho scritto: “I’d like to be in an octopus’s garden. All my friends would be there”».
Quando era tornato, aveva trovato la sua batteria coperta di fiori – un’idea di Harrison. La band sarebbe durata altri due anni, fino al 1970. Ora restano solo Paul e Ringo. «Siamo una famiglia», dice McCartney, «E come sempre, tra fratelli ci si ama e un po’ si litiga. Questa idea che i Beatles fossero tutta una storia tra me e John è sbagliata: eravamo una piazza con quattro angoli, servivano tutti per stare in piedi».

«Sta storia della Hall of Fame l’ho accettata più che altro per dare a Paul una scusa per uscire», dice Ringo, «Gli piace stare impegnato». Si fa serio: «La verità è che non avremmo fatto 12 dischi se non fosse stato per Paul. Io e John vivevamo vicini, potevamo diventare pigri. Invece era lui a chiamarci: “Ehi, cazzoni, è ora di tornare in studio”».
Il suv si ferma, ma Ringo continua: «Quando Stu Sutcliffe è uscito dalla band ci serviva un bassista. John non l’avrebbe fatto di certo, George nemmeno. Allora è toccato a Paul, che suonava in modo incredibile. La gente pensa che sia semplice, ma il bassista e il batterista devono essere amici, lo sapevate?». Ringo esce con cautela: mezzo secolo di paparazzi e l’omicidio di Lennon l’hanno messo in costante allerta. Pochi minuti dopo è sul palco per il soundcheck. Da un colpetto sul microfono. «Ok, ora suoniamo Yesterday». Ride. «No, scherzavo».

Manca un’ora al concerto. Ringo è seduto nella zona catering, picchietta sul tavolo. «Sai quel fill di batteria che faccio su The End, in Abbey Road? Non ho la minima idea di come l’abbia fatto. Non potrò rifarlo mai più! Mai più!», dice, quasi trionfante. A McCartney non importa. Per lui i Beatles sono diventati una band la sera del primo show dei Beatles con Ringo, nel 1962, al Cavern di Liverpool. «Ricordo che per un po’ di minuti guardava a sinistra a George a a destra a John, senza dire una parola, ma pensando: “Cazzo, è fantastico”», dice. «Vedi, io amo i Led Zeppelin, ma si vede che continuavano a girarsi verso John Bonham come a dire: “Cosa diavolo stai suonando? Il tempo giusto è questo”. A Ringo puoi dare la schiena senza problemi. Ci dava sicurezza». «Pochi riescono a catturare il feeling di una canzone come Ringo», mi dice Todd Rundgren, che ora suona nella All Starr Band, «Molti batteristi stanno in cima al beat, danno alla canzone un suono teso, nervoso. Ringo è un’altra cosa: suona rilassato, naturale».

Anni '90

Anni ’90


Forse Ringo non si ricorda dell’assolo su The End perché, in fondo, non avrebbe voluto farlo. «Non ho mai incontrato un batterista che odiasse così tanto gli assoli», dice McCartney.

Siamo nel camerino di Ringo. Gli chiedo quanto non ne possa più di sentirsi fare domande su 8 anni della sua vita che ha vissuto quasi mezzo secolo fa. «Avevo una vita prima e l’ho avuta dopo, ma non si scappa, anche tu dovrai chiedermi dei Beatles. Lo capisco», risponde. E mi racconta di quando era andato in vacanza con Barbara in una piccola cittadina indiana. Stavano facendo una passeggiata quando si sono trovati accerchiati da ragazzini con in mano album dei Beatles. Non si scappa da quegli anni.
Un assistente porta la cena – una montagna di broccoli e patate. Ringo sorride e fa segno di andare. Mangia da solo.

Il concerto è finito. Ringo mi racconta di quando lui e Barbara avevano traslocato in quella che è ancora la loro casa a Beverly Hills, nel 1997. Aveva trovato una divisa di Sgt. Pepper in una scatola. «Me la sono messa e mi andava!», dice, «George aveva provato a usarla ma aveva dovuto farla allargare – fa ridere, se ci pensi, perché era sempre quello magro come un chiodo».
Inizia a parlare di George, il Beatle che ha visto di più dopo il 1970. Ha suonato molte parti di batteria di una sua pietra miliare, All Things Must Pass. «Mi ha chiamato quando stava facendo il remaster, chiedendomi se mi ricordavo quali canzoni avevo suonato», racconta, «Gli ho risposto: “Non ne ho idea”. Mi ha richiamato poco dopo: “Brutto bastardo, le avevi suonate quasi tutte!”. “Beh, neanche tu te lo ricordavi!”, gli ho detto io».
Dentro al suv è buio. Faccio fatica a vedere Ringo, anche se è di fianco a me. Quando Harrison stava per morire, nel 2001, Ringo era andato a visitarlo in una clinica svizzera. Si era scusato perché doveva tornare in America, dove la figlia Lee stava per essere operata di tumore al cervello (sta bene ora). Di fianco a me sento un piccolo singhiozzo. «Scusa, sto piangendo», dice Ringo, «Quella è stata una delle cose più belle che ha fatto. Non poteva muoversi, era steso, crivellato dal cancro. Gli avevo detto: “Senti, devo andare a Boston, per stare con Lee”. E lui: “Vuoi che venga con te?”».


Ringo avrebbe fatto lo stesso. Era al Dakota da Yoko Ono il giorno dopo l’omicidio dell’amico John. «Non è che pensi a lui e George ogni giorno. Ma sono sempre qui con me». La morte di Lennon ha messo fine alle ipotesi folli di reunion dei Beatles. «Chissà, forse con la tecnologia di oggi avremmo potuto farla», dice Ringo, che dice che una delle ragioni per cui avevano smesso di fare concerti era che non potevano sentirsi l’un l’altro. Si sentivano solo le urla di ragazzine. «Avremmo potuto fare anche un concerto solo, a mo’ di una volta nella vita. Ma tutto questo è finito, adesso. John e George non sono più qui». Il suv si ferma. Ringo saluta in fretta. Ci sono due palline di gelato al cocco ad aspettarlo in camera.

Il giorno dopo Ringo è nella sua suite, vestito di nero. «Sediamoci dentro. C’è vento, potrei essere spazzato via», scherza. Mi fa sentire un po’ di canzoni del suo nuovo album, Postcards From Paradise, compresa la nostalgica title track. Ringo sa che il passato sarà sempre presente nel suo presente. A volte lo combatte, ma sa che essere il batterista della più grande band di sempre non è un peso, ma un dono.
Parla del suo amore per l’America. «Il punto più alto della mia vita è stato quando siamo arrivati con i Beatles a New York. Scendere dalla scaletta di quell’aereo ha cambiato tutto per me». Ci diamo i gomiti per l’ultima volta e me ne vado. Ma non è l’ultima volta che l’ho visto. Quel pomeriggio, lungo la spiaggia, vedo un crocchio di turisti con i cellulari alzati. Mi avvicino e vedo un uomo minuto: è Ringo, sta facendo un servizio fotografico. Salta di qua e di là, come uno spiritello che sfinisce un fotografo molto più giovane di lui. In momenti come questo non è difficile credere che Richard Starkey vivrà per sempre.

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