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Rina Sawayama è la piccola Lady Gaga del pop multiculturale e pansessuale

Nata in Giappone e cresciuta in Inghilterra, mischia Evanescence e N.E.R.D. per ridefinire i confini del pop e raccontare la faticosa ricerca di sé. «Sono stufa di sentire solo canzoni che parlano di amore eterosessuale»

Rina Sawayama

Beatles, Queen, Michael Jackson, Madonna, Spice Girls. Un minuscolo campione delle pop star che hanno rivoluzionato totalmente il corso della storia della musica, pur facendo canzoni ‘commerciali’, orecchiabili e apparentemente leggerissime. Nel 2020, da ascoltatori smaliziati quali siamo, tendiamo a dare per scontato il potere dirompente del pop, ma ci dimentichiamo del fatto che molti dei cambiamenti più epocali, soprattutto a livello culturale, arrivano dal genere che più di tutti riesce a pervadere ogni strato e livello della società, segnandone per sempre l’evoluzione.

La musica di Rina Sawayama, nel suo piccolo (in fondo si tratta ancora di un’artista di nicchia), sembra inserirsi nel solco di questa gloriosa tradizione. Chi la ascoltasse senza sapere preventivamente chi sia potrebbe pensare che si tratti di una giovane Lady Gaga. «La adoro, è una delle mie più grandi ispirazioni, soprattutto nella modalità con cui esprime la sua creatività», esclama in teleconferenza dalla sua casa di Londra. «È una vera artista e riesce a dimostrarlo in tutto ciò che fa, dal suo senso per la moda alla musica e ai video». La differenza fondamentale tra loro due è più geografica che sostanziale: Gaga è un’americana di origini italiane, Rina è un’inglese di origini giapponesi. E entrambe sono orgogliose che i loro brani siano così semplici e immediati da arrivare a tutti. «Il pop si è aperto moltissimo, in questi ultimi anni», afferma. «Amo lavorare con persone che vogliono ridefinirne i confini. Oggi Internet permette a chiunque di crearsi la propria scena e la propria nicchia, abbiamo tantissima scelta rispetto a cosa ascoltare».

La storia di Rina Sawayama è l’archetipo della contaminazione culturale: nasce in Giappone, ma a 5 anni si sposta a Londra con i genitori perché il padre, che è dirigente di una compagnia aerea, è stato trasferito lì. Fino a 11 anni frequenta comunque la scuola giapponese locale, in cui si parla solo la sua lingua natale e, soprattutto, in cui non si ha la percezione di vivere davvero in Gran Bretagna. «Non ho mai ascoltato musica occidentale fino a quando non sono andata alle medie, in una normale scuola inglese», dice. «Molti dei miei testi parlano di com’è stato per me crescere in Europa avendo due genitori profondamente giapponesi per mentalità e cultura».

L’unione dei suoi genitori è destinata a soccombere alla quotidianità in un ambiente profondamente diverso da quello in cui erano nati: dopo qualche anno nel Regno Unito divorziano, e il padre torna a vivere in patria, lasciando moglie e figlia in ristrettezze economiche. Per Rina comincia un periodo di ribellione e anche di depressione e profonda inquietudine che sfocia perfino nell’autolesionismo. È la musica a salvarla: è un’adolescente irrequieta e festaiola, che scappa continuamente per inseguire le sue band preferite e infiltrarsi nel backstage di locali e concerti. «In realtà mia mamma sapeva sempre dove andavo, perciò non scappavo propriamente di casa, ma sicuramente non approvava quello che facevo, non lo capiva. Comunque, penso che per chi scrive canzoni sia importante vivere più esperienze possibili: se sei una teenager a Londra cresci molto rapidamente, e tutto ciò che ho vissuto da ragazzina ha sicuramente influenzato la mia musica».

Nonostante tutto, Rina Sawayama si diploma a pieni voti e viene ammessa all’università di Cambridge, una delle più prestigiose d’Inghilterra. L’esperienza, però, non è esattamente come se la immaginava. «So di avere ottenuto la migliore istruzione possibile e di questo mi sento molto fortunata, ma è stato molto diverso dalle aspettative», racconta. «Il primo anno mi sono divertita abbastanza, il secondo è stato davvero difficilissimo, nel terzo sono riuscita a trovare un equilibrio, anche perché ho trovato i miei migliori amici».

Nel giro di breve, capisce che la sua vera vocazione è la musica e comincia a farsi un nome nella scena clubbing locale, ma questa non è la sola folgorazione che la coglie sulla via di Damasco. Nel 2018 fa coming out via Instagram: «Ho sempre scritto canzoni sulle ragazze, penso di non aver mai nominato un maschio nei miei pezzi, e volevo parlarne liberamente», dice. Da allora si identifica come pansessuale, e diventa un’icona della comunità LGBTQ+ internazionale, tanto da dedicare addirittura una canzone a quella che definisce la famiglia che si è scelta, Chosen Family. «Mi sembrava giusto parlare di chi è sempre stato lì per me, e ha sempre amato e supportato sia me che i miei progetti, anche nei momenti più duri», dichiara fieramente. «Sono stufa di sentire solo canzoni che parlano di amore eterosessuale: va benissimo, per carità, ma non fa parte del mio vissuto, e vorrei che esistessero anche delle alternative in cui le persone come me possano riconoscersi».

Anche un’altra delle sue hit più famose, Comme des garçons (Like the Boys), è un inno alla gioia e alla spensieratezza della comunità LGBTQ+: «Spesso e volentieri, quando si vuole rappresentare una persona sicura di sé, si pensa a un maschio eterosessuale», riflette. «Tempo fa ho fatto un’intervista con Tom Rasmussen, artista drag che non si riconosce nella visione binaria dei generi, e mi sono resa conto che la vera sicurezza in se stessi è quella delle persone LGBTQ+: esprimere la propria personalità tutti i giorni, nonostante le difficoltà e le incomprensioni che si incontrano quotidianamente, è davvero coraggioso».

Il suo primo album, intitolato semplicemente Sawayama, è uscito venerdì scorso, e già ha riscosso un boom di consensi, pur nel suo piccolo (come dicevamo ancora non si parla certo degli stessi numeri di Lady Gaga, ma la situazione è promettente). «Ho l’impressione che la mia timeline sui social sia letteralmente esplosa, in questi giorni», ride. «Sono sollevata che alla gente sia piaciuto: sapevo di aver fatto un buon lavoro, ma non si è mai del tutto sicuri di riuscire ad arrivare anche alle altre persone». Il suo è un pop futuristico che però attinge a piene mani dalla musica con cui è cresciuta quando ha cominciato ad ascoltare musica occidentale, nei primi anni ’00: Limp Bizkit, N.E.R.D., Deftones, Evanescence, Tatu. Il Paese del Sol Levante resta senz’altro un riferimento, ma con ambizioni ben più internazionali. «Adoro il Giappone, ma la gente ne è così affascinata che molti fan non fanno altro che chiedermi di quello. Ogni tanto mi sembra di essere stata assunta per fare pubbliche relazioni gratuite al mio Paese d’origine», scherza Rina.

Il fatto di aver debuttato in un periodo storicamente così delicato non la turba: «Per fortuna la quarantena ha intaccato solo il mio tour, che ora è sospeso: per il resto va tutto bene, sono in salute, non faccio il medico e non lavoro in una filiera essenziale, anzi, ho il privilegio di poter stare a casa e promuovere il mio album. In generale, insomma, mi sento molto positiva». Un po’ come le sue canzoni, così travolgenti e contagiose che siamo sicuri saranno tra le prime che balleremo, non appena potremo ricominciare a fare festa tutti insieme.

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