Ricordate com’era Rkomi dieci anni fa? | Rolling Stone Italia
Il sindaco di Calvairate

Ricordate com’era Rkomi dieci anni fa?

Noi sì e per intervistarlo in occasione dell’uscita dell’EP ‘A Milano’, che celebra un decennio di musica, abbiamo mandato la stessa persona che l’ha incontrato per Rolling Stone nel 2016, l’anno del boom della trap

Ricordate com’era Rkomi dieci anni fa?

Rkomi

Foto: Andrea Bianchera

Nel 2016 chiunque lavorasse in una rivista musicale e volesse dimostrare di vivere nel presente doveva affrontare la questione trap. Sul “come” ci si rimetteva alla linea editoriale: alcuni avevano da ridire sui testi, sulle basi, sui videoclip, su, non so, i cappellini con la visiera troppo piegata; altri era entusiasti, a volte per forzato giovanilismo, altre per genuino apprezzamento. Su Rolling Stone ne parlavamo con cauta simpatia (“cauta” solo perché se trattavamo di qualcosa senza chitarre elettriche arrivavano i fan del classic rock a dire che «questa non è vera musica», ci toccava nascondere gli articoli tra un’intervista a Jimmy Page e la notizia di un’asta di Fender). Ci divertiva il genere e i suoi giovani rappresentati, molto meno stereotipati di quanto li raccontassero i giornalisti più critici.

Nell’assegnazione delle interviste a questi artisti emergenti, a me era toccato un ragazzo di Milano che aveva pubblicato un EP dal titolo sorprendentemente complicato, Dasein Sollen, un concetto filosofico di Heidegger che avevo provato a capire in vista dell’intervista senza successo, sperando bastasse parlare delle canzoni, che erano (e sono ancora) bellissime: senza cliché gangsta e facili scappatoie lessicali, piene di un’immagine molto onesta di Milano osservata con gli occhi di un appena ventenne da un quartiere tra il residenziale e il popolare come Calvairate. L’artista in questione era Rkomi, che nei dieci anni successivi ha fatto dei giri immensi, nei generi musicali e nello show business italiano, e poi è ritornato a casa con l’EP A Milano e cinque date al Fabrique in cui suonerà pezzi tratti dai lavori più rap, Dasein Sollen, Io in Terra, Ossigeno e da questo nuovo lavoro.

Quando mi hanno proposto di reintervistarlo a dieci anni di distanza ho accettato subito: ero felice di poter vedere come un ragazzo gentile ma determinato poteva essere diventato dopo tutto quello che gli era successo. Ma soprattutto non vedevo l’ora di rendergli conto di una frase che mi disse nel 2016 e che è stata un tarlo (oltre che uno splendido aneddoto) per gli anni successivi.

Noi ci siamo parlati a dicembre del 2016, io avevo appena compiuto 30 anni, con tutte le tribolazioni del caso. A un certo punto ti ho chiesto come stavi vivendo il successo di Dasein Sollen, e tu hai risposto che eri molto felice, in particolare mi hai detto che eri colpito perché piaceva addirittura ai trentenni, e io a quel punto mi sono sentita una vecchia decrepita.
(Ride) Ecco, adesso è quello che mi sento dire io.

Partiamo da qui: come sono questi 30 anni?
Mi sono vissuto malissimo il periodo a cavallo tra i 29 e i 30. Ho iniziato a prendermi molto sul serio, mi stavo rovinando la vita. Pensavo che se dovevo parlare di qualcosa ne dovevo sapere abbastanza, non potevo parlare in modo leggero, non mi permettevo neanche di guardare un film stupido, era diventata una tortura. Poi, passato un anno, ti rendi conto che non è cambiato granché. Quello che cambia è il rapporto con le giovani generazioni, faccio un po’ più di fatica a capire la mia epoca e quello che sta arrivando.

E come si fanno sentire questi dieci anni di carriera? C’è solo la felicità di fare questo lavoro, o senti anche il peso delle aspettative?
Lo sento da sempre, già a 23 anni mi sentivo indietro perché la preparazione dei grandi artisti era molto diversa da quella che avevo, però i concerti erano più piccoli, e forse anche io ero meno perfezionista. Adesso quando mi devo preparare per un tour divento un mulo: per queste cinque date al Fabrique sto lavorando da due mesi quattro, cinque giorni a settimana. Ho avuto la fortuna di far diventare questo il mio lavoro, quindi devo dargli tutto quello che posso.

Sulla Panda rossa. A novembre al Fabrique per cinque date coi pezzi di ‘Dasein Sollen’, ‘Io in Terra’, ‘Ossigeno’ e del nuovo EP. Foto: press

In questi live al Fabrique canterai i brani dal nuovo EP A Milano, ma anche brani dai tuoi primissimi lavori. Come è stato ricantare quei pezzi?
Mi sono reso conto che per me ai tempi era tutto molto più difficile, perché provavo meno. Ad esempio Fuck Tomorrow è sempre stato un brano impossibile per me, non lo facevo mai dal vivo, invece adesso mi sembra addirittura facile. In questi anni mi sono reso conto che melodie come quella di Il ritmo delle cose sono molto più difficili da cantare, bisogna tenere il diaframma, c’è una fatica fisica. Quando devi rappare, devi dire tante parole ma hai la possibilità di prendere tanti fiati, per me adesso è facile, mentre ai tempi con certi pezzi era l’inferno.

Sei dovuto passare dal pop per diventare un rapper migliore.
Pazzesco, no? Ma la mia vocal coach me l’ha sempre detto. Paradossalmente una rappata in extra beat è più semplice di una melodia pop. Detto questo non saranno comunque facili questi live, ci sarà da sudare e ci sarà molta adrenalina. Diciamo che sono due campionati diversi.

Ho l’impressione che nel tuo caso questi due campionati siano come due carriere parallele.
Ho iniziato a pensarlo anche io, per alcune reazioni esterne: il pubblico più legato a quei primi dischi mi diceva che non si rivedeva nei dischi usciti dopo, e a quel punto ho iniziato a farmi delle domande, a pensarci molto.

Sei uno che rimugina molto?
Sono autocritico, ma sulle canzoni ho capito che non bisogna pensarci troppo. Durante la scrittura di Decrescendo, proprio a cavallo dei 30 anni, mi sono messo a pensare tanto su quello che dovevo fare: devo parlare d’amore? Potrei, ma ne ho parlato troppo, e non ho nemmeno una persona a cui dedicare una canzone. Con tutto quello che succede nel mondo, la guerra, forse dovrei parlarne? Ok, allora parlo di questo…

Ti sei complicato le cose, insomma.
Sì, e mi piace farlo. Però per A Milano sono riuscito a non pensare, e ho capito che possono comunque uscire cose interessanti. Anche nei vecchi dischi che sto ricantando ora ci sono cose interessanti, e altre di cui un po’ mi vergogno.

Che cosa ti fa vergognare?
Cose di linguaggio, qualche insulto di troppo, tipo usavo “merda” come intercalare, ma perché? (Ride) Nel brano Dasein Sollen c’è la frase “Se ti becca Falco con quell’orologio / te lo giuro su Dio te lo leva dal polso”, quel “te lo giuro su Dio” è proprio un intercalare da piazza. Anche in Fuck Tomorrow dico “Buscetta” (“Buscetta, di infami ce ne ho un po’ ma come i tuoi mai”, nda) e ora me ne vergogno, però in piazza lo usavamo, non perché volessimo atteggiarci da mafiosi, ma perché davamo molto valore alla parola data e quindi ai tradimenti.

Rkomi è Mirko Martorana, 22 anni, di Milano. In questa pagina: giacca e maglia stampata IUTER; pantaloni adidas Originals; sneakers TUBULAR SHADOW 
adidas Originals - Foto Fabio Leidi

A 22 anni, all’epoca del servizio di Rolling del 2016. Foto: Fabio Leidi

Però in un EP come A Milano riprendi lo stile di quei primi anni, ma senza atteggiarti da ventenne, lo fai con la testa di adesso.
Sì, non mi metto a usare cose come “flex” o “aura”. Mi sento diverso da un giovane, anche se mi rendo conto che possiamo avere problemi simili, e un ventenne può insegnare cose anche a un trentenne o un quarantenne. Ho l’impressione che per i giovanissimi ci sia un problema con il fare esperienza: puoi vedere il mondo attraverso il telefono, puoi scoprire mondi musicali, notizie, tutto, però poi non puoi viverli, non li respiri davvero, non ti confronti con colleghi, e inizi a lavorare più tardi di una volta.

Rispetto a quando hai iniziato tu c’è forse anche un problema di spazi dove poter fare live, il primo esempio che mi viene in mente è la chiusura qua a Milano del Leoncavallo e di molti altri posti.
Qualcosa c’è ancora, però l’Italia non è proprio un Paese in cui è semplice trovare spazi di questo tipo. In Inghilterra, puoi andare ogni sera in un pub e vedere una band diversa che tira su dei soldi che magari diventa anche famosina, senza diventare per forza milionaria. Anche a noi ai tempi non interessavano i soldi: se ci davi un posto a Milano per 50 persone eravamo contenti. Anche uno come Sfera Ebbasta, che aveva quell’immaginario nei testi, in realtà lo conosco abbastanza per sapere che fare i soldi non era il vero obiettivo. Sicuramente volevamo camparci, ma lo facevamo più per il riconoscimento, e magari anche per piacere alle ragazze, che sono più interessate a te grazie a quello che fai.

Sei mai stato preoccupato dall’idea che le persone si avvicinassero a te per i dischi e che conoscendoti davvero potessero restare deluse?
Sempre, infatti sono molto diffidente, ma ora so riconoscere chi è attratto dalla fama. Magari sono persone che mi vogliono sinceramente bene, ma quello influisce per forza. Non gliene faccio una colpa, e non credo lo facciano con strategia. Semplicemente è come se mi abbellissero, involontariamente. Fare una canzone che in qualche modo ha parlato a loro è come se ti rendesse più bello, poi magari sei la solita merda.

A un certo punto, nel 2019, lavori con dei giganti del pop italiano come Elisa e Jovanotti. Come è stato l’incontro con quel mondo, venendo tu da tutt’altra parte?
Io sono una persona entusiasta, e tutte le esperienze nuove mi tirano fuori un’energia pazzesca, quindi mi sono avvicinato al pop come prima mi ero avvicinato al rap: con l’entusiasmo nei confronti di qualcosa che non conoscevo. La differenza è stata che quando ho iniziato a fare rap avevo passato vent’anni a farmi una cultura a riguardo, con il pop ho avuto meno tempo. Imparavo, subito dopo scrivevo e pubblicavo. Stavo crescendo davanti a tutti. Ora penso di avere un po’ più di cultura musicale, so che non è mai abbastanza, però so che ci sono cose che non devo fare.

Cosa non devi fare?
Non devo accontentarmi. Con il rap non mi sono mai accontentato perché ho avuto tempo di capire cosa mi piaceva prima di cominciare a farlo. Quando scopro un nuovo genere invece non devo farmi prendere dall’entusiasmo, devo darmi tempo per capire cosa voglio. La maggior parte degli errori che ho fatto nella vita li ho fatti per questa ragione, anche in amore.

Ti sei fatto prendere dall’entusiasmo anche lì.
In passato mi sono innamorato facilmente, c’era la scintilla e anche l’idealizzazione, poi col tempo escono fuori i difetti, da entrambe le parti.

E ora che hai trent’anni hai appeso il cappello al chiodo.
Con Decrescendo avevo deciso di mettere da parte le relazioni, mi sono detto: faccio sempre gli stessi errori, continuo a sbagliare, c’è qualcosa che non va in me. Poi proprio quando mi sono detto basta, è arrivata una persona, ma questa è un’altra storia.

A 32 anni, oggi. Foto: Andrea Bianchera

Ok, allora torniamo all’entusiasmo: è per entusiasmo che sei andato a Sanremo?
L’idea era fare un’esperienza nuova che potesse darmi una batosta gigantesca. Sono andato al primo Sanremo con Insuperabile, scritta una settimana prima della consegna, dopo un mese la odiavo – è successo anche con altri brani, i brani che mi piacciono meno sono quelli che funzionano di più. Anche Mai più o Apnea, spesso sono brani che voglio scartare e poi funzionano.

E come mai secondo te proprio quelli funzionano?
Perché rispetto al rap molto serrato da cui vengo, questi sono pezzi semplici, che di solito mi fanno dire «potevo fare di più».

Eh ma noi ragazze siamo così: vogliamo cantare a squarciagola in macchina.
Ma anche i maschi. E sai cosa succede poi agli artisti? Che voglio entrare nel palazzetto e vedere tutto il pubblico che canta dalla prima all’ultima parola insieme a te. Io andavo a cantare Oh mama e vedevo che la gente non cantava le strofe ma solo il ritornello. Ci ho messo un po’ a capire che era bello anche così, è normale che il pubblico non sappia tutto il testo o non possa cantarlo. Avevo il sogno del palazzetto pieno di persone che cantano tutto, ma mi sono reso conto che voleva dire semplificare troppo, anche i concetti. Con Il tempo delle cose il pubblico inizia a cantare a metà strofa, poi si interrompe, ricomincia più avanti, e va benissimo così.

Nella tua testa che ruolo hanno i fan? Cioè, quanto pensi ai fan quando devi fare qualcosa?
Zero, è più facile che pensi a un artista che stimo, come si comporterebbe lui, piuttosto che a quello che possono pensare i fan, perché tanto ho capito che non puoi accontentare tutti.

Torniamo a Sanremo. Capisco l’entusiasmo della prima volta, ma la seconda?
La seconda ero disilluso, sono andato soltanto per il brano. Insuperabile, per quanto ora non lo odi più come ai tempi, penso non lo porterò per i prossimi anni nei concerti, mentre Il ritmo delle cose” sì. Ho portato un brano che magari non avrebbe spaccato in quel contesto, ma a cui sarei rimasto legato tutta la vita. Poi quell’anno ho avuto dei problemi: mi erano entrati i ladri in casa la settimana prima del Festival, e io facevo tanto il macho ma in quella situazione mi sono sentito violato, quindi avevo smesso di dormire, ho avuto reazioni allergiche con bolle ovunque e il prurito che mi teneva sveglio. Però alla fine è stata un’esperienza che mi ha insegnato tanto, non rinnego niente. Magari giusto i guanti di pelle, un po’ di styling alla Iggy Pop, ma io non sono Iggy Pop, non faccio canzoni alla Iggy Pop.

E non ti fai neanche abbastanza di eroina per esserlo. A proposito di stylist: in questi anni come è stato entrare in contatto con le figure dietro le quinte del pop? Come è stato per il giovane Rkomi scoprire che doveva avere uno stylist?
All’inizio è stato un disastro, non mi piaceva cambiarmi, vestimi, trovare le cose da mettere. Adesso invece è meraviglioso ma perché so cosa voglio. Ogni tanto sbaglio, ma anche lì è per entusiasmo. Ma agli inizi non avevo idea di quanto potessi dire la mia, ero… non direi timido, più rispettoso.

Un bravo ragazzo.
In realtà sono anche una merda (ride). Sono sia cattivo che buono. Anche quando andavo a scuola, una professoressa diceva che ero un pazzo, l’altra che ero bravissimo, quindi mia madre non capiva chi fossi.

Hai capito chi ti fa diventare una merda?
Con gli insegnanti spesso non c’erano punti di contatto, e a me piaceva fare il ribelle quindi con loro mi permettevo di farlo. Se lo avessi fatto con una persona che ammiravo, o che reputavo figa, magari avrei perso la sua stima. Poi sono un po’ un furbetto, so come farmi voler bene. Però in generale se ho davanti qualcuno che non mi guarda negli occhi, che se ne frega di quello che dico, allora poi mi passa la voglia e divento stronzo, anche un po’ presuntuoso.

Allora ti dico una cosa che potrebbe aumentare la tua presuntuosità: ho detto a un’amica che abita a Calvairate, il quartiere da cui provieni, che ti avrei intervistato e la sua reazione è stata subito «Digli di fare qualcosa per i topi di piazza Insubria»…
Eh lo so, c’è sempre stato questo problema, anche in piazzale Cuoco, l’ho visto quando ci abbiamo girato un video. Mi saranno arrivati 30 messaggi su questa cosa.

Ecco, allora è vero che sei il sindaco di Calvairate!
C’è una strofa che non sono riuscito a chiudere e a mettere nel mixtape, diceva “Vedo che il Comune sta facendo un bel progetto / Cambiano i citofoni ma non cosa c’è dentro / Devo ricordarmi di parlare con Giuseppe”, perché a Calvairate stanno sistemando i citofoni ma poi gli impianti e le case sono una merda, spesso neanche funzionano questi citofoni. Dovrei fare qualcosa.

Rkomi 22 anni. Giacca e pantaloni IUTER; t-shirt adidas Originals; sneakers TUBULAR SHADOW adidas Originals - Foto Fabio Leidi

Nel 2016. Foto: Fabio Leidi

Non sono molti gli artisti che sono così tanto associati alla loro città e al loro quartiere.
Ma perché noi eravamo sempre a Calvairate, difficilmente uscivamo da lì. Avevamo le compagnie, le sfide tra i gruppi dei diversi quartieri, che si sentivano uno più figo dell’altro, quelle cose da ragazzini. Si creavano anche situazioni spiacevoli a volte, però crescevamo insieme in strada, ogni passo lo si faceva insieme. Io sono legatissimo al quartiere, ho fatto tutto lì, ora sto prendendo una casa da cui vedo la mia scuola elementare, anche se non mi spiacerebbe andare per un periodo all’estero.

Dove andresti?
In Australia, oppure in Thailandia per la muay thai (la boxe thailandese, nda), anche se credo sia un po’ tardi. Mi alleno ancora tantissimo, due ore al giorno cinque giorni a settimana, ma prima riuscivo a fare cinque ore di fila, in Thailandia si allenano anche sei ore. Ora non riesco.

Questi sono i 30 anni.
Poi è un’arte marziale in cui bisogna ripetere tante volte i gesti, bisogna rifare, rifare, rifare, e questa formazione mi ha aiutato nella musica. Ora ho capito che quando fai una canzone 30 volte non è mai la stessa, è piena di spazi per provare cose nuove, è come se il tempo si dilatasse e anche nel rap più veloce puoi cambiare qualcosa. Credo che questo sia il potere della ripetizione.

E quando ci vedremo che io avrò 50 anni e tu 40, come sarai?
Mi auguro di fare ancora questo lavoro, di avere l’opportunità di dire delle cose belle, che sarebbe già un risultato, perché se nei prossimi tre, quattro anni faccio non so quanti dischi e non mi sto piacendo, mi sa che non ci vediamo.