Ricky Portera: «I Måneskin e Achille Lauro non dicono niente di nuovo» | Rolling Stone Italia
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Ricky Portera: «I Måneskin e Achille Lauro non dicono niente di nuovo»

Intervista-confessione con uno dei guitar hero italiani: l'amore-odio con Dalla, gli Stadio e il servilismo, i soldi sperperati, le donne, le follie di un rocker che quando ascolta la musica di oggi si deprime

Ricky Portera

Foto: Andrea Di Benedetto

«Il rock non è avere le chitarre distorte, ma è un modo di vivere». Ricky Portera ha sempre vissuto con questo spirito: un po’ folle e un po’ nomade, un po’ incazzato e un po’ gigione. Da vero romagnolo, il fascino femminile ha segnato le sue scelte, persino quelle politiche. Infatti, ci ha raccontato di aver «preso botte sia a sinistra che a destra» visto che si spostava da uno schieramento all’altro «in base a dove c’era una ragazza che mi piaceva». Fedele al “partito della gnocca” direbbe Vasco Rossi, che lui conosce da quando era bambino: «Se è tornato a cantare è anche grazie a me, quando ha visto le belle donne che venivano nei nostri camerini».

Nel frattempo è diventato uno dei chitarristi più noti del panorama musicale italiano: a 11 anni accompagnava già una band negli strip club del modenese («vederle nude mi ha mandato all’ospedale») e a 12 era considerato un enfant prodige. Poi la fondazione degli Stadio e la simbiosi umana e artistica con Lucio Dalla, con il quale ha lavorato 33 anni lasciando il segno nelle sue canzoni più famose, e ha poi continuato un po’ con tutti quelli che volevano impreziosire con un assolo unico i loro brani: da Finardi alla Bertè, da Ron a Venditti, fino a Freak Antoni, Marco Masini, Paola Turci, Alice e Anna Tatangelo. Senza dimenticare quattro album solisti di cui, però, «non si è accorto nessuno per varie sfighe».

Ci incontriamo al matrimonio di un suo amico, dove ha fissato l’appuntamento per questa intervista, e capisco subito che nonostante i 68 anni l’atteggiamento è ancora quello del rocker di razza. Il cameriere ci porta i caffè e lui lo chiede «corretto Jack Daniel’s». E anche se il cappello da cowboy ha lasciato il posto a un berretto da baseball, gli anelli enormi che indossa e i tatuaggi che dalle mani risalgono sugli avambracci sono la testimonianza di un passato che è difficile da cancellare. In disparte rispetto ai festeggiati, per quasi due ore parlerà di tutto: da quando la mamma gli spaccò in testa una chitarra per fargliela suonare, ai suoi riferimenti musicali: «Steve Vai dal vivo l’ho sopportato per dieci minuti». Naturalmente del rapporto fortissimo e altrettanto conflittuale con Dalla, al quale non risparmiava niente da vivo e neanche da morto: «Ci sono persone che traducono il potere in denaro, altre in potere sugli uomini. Hanno quella libidine lì e Lucio ce l’aveva». Ma dopo «essere stato estromesso senza neanche avvisarmi», gli scriverà una mail dolcissima che ancora gli mette la pelle d’oca: «Sarai sempre il mio chitarrista (se non ti chiamano prima gli AC/DC) anche in paradiso».

Ancora: la mancanza di stima per Francesco De Gregori («non è un grande uomo»), i Måneskin e Achille Lauro «cloni del passato», i soldi guadagnati e quasi tutti sperperati («sono uno dei più famosi e uno dei più poveri»). La conversione al buddismo che lo fa sentire in pace, ma non gli evita qualche incazzatura («sono buddista ma non sono fesso»). Ma il pensiero della fine, nonostante la reincarnazione (o proprio grazie ad essa), non lo spaventa: «Se potessi decidere come morire vorrei fare un frontale con un camion in Lamborghini a 260 all’ora. In alternativa ho la mia pistola Glock, nel caso non sia più in grado di vivere ci vuole un attimo».

Ricky, qual è stato tuo primo approccio con la musica?
A 4 anni. Avevo il desiderio di suonare la batteria, mi ispirava quello strumento. Sono figlio di un maresciallo dei carabinieri, quindi per la Befana chiedevo sempre una batteria in regalo. Allora con i tamburi di carta. Una sera i miei andarono a ballare a Vignola, regno delle ciliegie, e c’era una band con la batteria vera. Sono impazzito! Ho insistito con mia madre per chiedere al batterista di farmela provare e incredibilmente, dopo averci provato, portai un tempo. Tanto che il batterista chiese a mia madre: “Ma studia?”. Non avevo mai preso lezioni, così la mamma chiamò un insegnante di sax, che fortunatamente dopo tre lezioni non venne più, e qualche tempo dopo, con i miei cugini, andai a studiare canto. Dopo un anno sempre mia madre mi disse: «Impara anche la chitarra, così quando torniamo a Messina in spiaggia puoi suonarla».

È lì che è scattato qualcosa?
Non ancora, non mi piaceva, mi faceva venire le vesciche alle dita. Poi un giorno che dovevo preparare una lezione, e invece leggevo dei fumetti, la mamma mi passò dietro, prese la chitarra, per fortuna una Eko cartonata, e me la spaccò tra capo e collo. Lì è successo qualcosa. È diventata una fissazione. Sono arrivato a dormirci con la chitarra.

Padre maresciallo, mamma che ti spacca una chitarra in testa. Per reazione non potevi che diventare un rocker.
Lei suonava la fisarmonica e aveva delle reminiscenze musicali, per cui voleva trasferirmele. Fatto sta che mi ritrovai già a 12 anni a essere uno dei chitarristi più famosi di Modena.

Ma già prima hai raccontato che, a 11 anni, accompagnavi gli strip-tease nei locali…
Non ero ancora il chitarrista che diventai in seguito, ma è vero. Quando mi beccavano dovevo andare a casa. È stato uno choc con tutte quelle donne, son finito dal medico. A quei tempi levavano solo il reggiseno, però si giravano verso la band e io, naturalmente, sbagliavo tutti gli stacchi. Ma per fortuna si vedeva solo il seno, sennò sarei già morto. Dopo ho iniziato con le band rock e anche da quelle esperienze è nata la mia versatilità con la chitarra.

Quali sono stati i tuoi riferimenti iniziali?
Ho cominciato a vedere i concerti a Modena dove c’era un locale che si chiamava Bob 2000, che è stato fra i precursori per le esibizioni delle rock band. Ricordo John Mayall o gli Uriah Heep. Il periodo era quello di Woodstock, Who, Jimi Hendrix e Led Zeppelin, che poi mi cambiarono la vita. Ma l’inizio è stato con le canzoni dei Beatles come Girl, Michelle o Strawberry Fields Forever. Poi mi sono catapultato in brani come Good Times Bad Times dei Led Zeppelin e in Foxy Lady di Hendrix.

Hai mai conosciuto qualcuno di questi artisti?
I miei miti di allora no. Ma tempo dopo ho fatto un po’ di serate con Ian Paice dei Deep Purple. Oppure ho conosciuto Bryan Adams, un cantante che amo tutt’ora. Suonare con loro diventa tutta un’altra cosa.

Spesso sei stato associato a Steve Vai.
Non sono mai stato un mitomane della chitarra e nella mia vita ho avuto tre chitarristi importanti: Jeff Beck, Jimi Hendrix e Eddie Van Halen, quest’ultimo l’ho conobbi in Germania e mi regalò un suo body. Forse mi associano a Steve Vai perché un periodo diventai endorser delle sue chitarre. L’ho anche conosciuto, sono andato a due concerti, ma ho retto pochissimo. Non sempre i miti rispecchiano quelle che sono le tue esigenze emotive.

Come mai?
L’ho sentito prima dieci minuti e poi cinque minuti, poi il mito mi è caduto. Non perché non valga la pena di essere ascoltato, ma ci sono gli atleti che vanno alle olimpiadi e quelli che, pur con pari tecnica e bravura, vanno al circo. Uno ti vuole emozionare e uno ti vuole stupire. Siccome ho avuto un grande maestro come Lucio Dalla, lui mi ha insegnato che la musica è emozione, e comunicazione e non solo voler stupire. Così ho abbandonato tutta quella esagerazione tecnica. Però vedo che oggi sta un po’ tornando…

Sui social spopolano i chitarristi, anche giovanissimi, che suonano a velocità mostruose.
Li vedo anch’io, ma non servono a niente. Se ascolto Jeff Beck mi emoziona ancora. Come Jimi Hendrix in certe sue cose. Non in tutto perché, come altri, ha passato periodi di droga infiniti e quindi menate mentali incomprensibili. Ma quando sento i suoi pezzi migliori capisco che Dio esiste. A un concerto dei Pink Floyd a Modena, avevo mia figlia sulle spalle, e quando fecero Shine On You Crazy Diamond al il riff iniziale le ginocchia mi hanno ceduto. Per un periodo anch’io sono stato intrappolato nelle menate tecniche, poi ho abbandonato.

Oggi al matrimonio non ti esibisci per gli sposi?
Nooo, lasciami un po’ essere ospite senza dover ripagare con una suonata.

È un rischio che corri a ogni uscita pubblica…
Sempre… sempre… non va bene, perché anche il musicista ha bisogno di sentirsi normale.

Non ti chiederò cosa ne pensi del chitarrista che sta suonando in questo momento…
Oddio, no no. Io amo tutti, basta che non facciano cazzate. Per cazzate intendo il sapere quali sono i loro limiti e, nonostante questo, voler andare oltre. Io ho imparato cose fantastiche da tutti. Come da un ragazzino che aveva la chitarra in mano da tre mesi, quando facevo lezione. Bisogna avere l’umiltà di apprendere da chiunque. La mente aperta è la vittoria delle emozioni e della nostra professionalità.

Foto: Alex Ruffini

Torniamo al tuo passato. Hai vissuto il mitico ‘68.
Quante botte che ho preso…

Come mai?
Perché di volta in volta andavo a simpatie in base a dov’era la ragazzina che mi piaceva. Una volta a sinistra, una a destra… Io avevo 14 anni, non avevo le idee chiare, ma non le avevano neanche i più grandi.

Un po’ presto anche per aver provato l’amore libero.
A 14 anni era una utopia. Però l’ho provato lo stesso, perché lo facevo da solo. Più libero di così.

Hai parlato di Jimi Hendrix e dei suoi eccessi. Per tanto tempo si è creduto che il rock e l’uso di droghe dovessero essere strettamente connessi. È un mondo che hai conosciuto?
Sì, ma è tutta una illusione. Lo posso dire perché anch’io ho avuto esperienze del genere e ho creduto di suonare in maniera eccellente, poi rivedendomi facevo schifo. Hai persino l’illusione di sapere cos’è la verità. Oggi dico abbasso le droghe e viva la mente lucida. Nella musica e nella vita è sempre meglio essere presenti a se stessi e capire come “servire” gli artisti con i quali collabori.

Andiamo passo passo. Sei stato uno dei fondatori degli Stadio. Cosa ricordi di quel periodo?
Quella band è stata il regalo che ci fece Lucio Dalla. Venivamo dal tour di Banana Republic dove noi musicisti fummo un po’ bistrattati. È stato un tour tutto rivolto al loro guadagno, sia dei due artisti principali che degli impresari. A volte aprivo la porta e vedevo tavoloni pieni di soldi, mentre a noi musicisti arrivava poco o niente. Non dico le cifre perché mi vergogno di aver accettato quel compromesso, anche se prima dovrebbero vergognarsi loro.

Ci torneremo. Ma è vero che sei stato tu a consigliare Gaetano Curreri a Lucio Dalla?
È vero, ma ancora prima Gaetano mi aveva fatto passare da Modena a Bologna. Nella band Cinque Lire gli serviva un chitarrista e chiamò me. E quando a Lucio servì un tastierista io gli consigliai lui. Abbiamo formato gli Stadio che era una strana band perché ci gravitava sempre Lucio e quindi non avevamo una grande personalità. Quando ci proponevano qualcosa era sempre uno scambio con Lucio. Se pensi che Grande figlio di puttana ancora oggi la attribuiscono a Lucio, mentre ha scritto solo il testo, tra l’altro dedicandolo a me. Abbiamo fatto cose bellissime, però non avevamo una identità. Anche in tv doveva esserci sempre Lucio. Una volta al Festivalbar ci sono corsi dietro dei fan e intanto dicevano: «Ma chi sono? Ma chi sono?». Insomma, dopo un po’ ti cadono le braccia…

Nel 2016, tra l’altro c’eri anche tu benché solo per la serata delle cover, la vittoria di Sanremo è stata la vostra consacrazione come Stadio?
Non nascondiamocelo, perché in fondo io sono un falso umile. La figura carismatica degli Stadio ero io. Dopo anni che predicavo di staccarci da Lucio, quando me ne sono andato io, che ero considerato un accentratore, anche loro hanno lasciato Dalla. Non perché avessi qualcosa contro di lui, ma per guadagnare una nostra identità. Era importante. I Toto hanno lavorato con tutti, ma non dicevano il gruppo di Jackson o di altri.

Qual è stato il tuo momento migliore con gli Stadio?
Non l’ho mai avvertito, proprio a causa di quello che ti ho spiegato. Eravamo sempre gregari. Anche a Sanremo ci hanno presentato come il gruppo di Lucio Dalla.

Allora passiamo al tuo sodalizio con Dalla. Il primo incontro?
Venivo dalle sale da ballo. Avevo una band dissacrante che si chiamava Sua Maestà. Il nostro pubblico era composto da papponi, prostitute e ladri… e la canzone più dolce recitava così: “Ehi ehi alza la tua gonna, ehi ehi stuprare la mia donna”. Eravamo i preferiti di Vasco Rossi che faceva ancora il dj. Alle feste di Punto Radio ci invitava sempre. Venivo da quell’ambiente. Per un momento stavamo per diventare il gruppo di Renato Zero, poi non se ne è fatto più nulla.

A questo punto si avvicina un signore in giacca e cravatta che lo saluta e Portera riconosce una somiglianza: «Ma lei è Donald Trump». E lui: «Quando sono pettinato sì, quando mi spettino sono uguale a Boris Johnson…».

Eravamo rimasti al primo incontro con Dalla …
Mi chiamano dall’agenzia perché un certo Lucio Dalla sta cercando un chitarrista. E io: «Ma chi è?». Non lo conoscevo. Mi spiegarono che aveva fatto Sanremo con Bisogna saper perdere. Siccome ero un fan scatenato dei Rokes ed ero talmente in bolletta mi sono detto: ma sì, dai, faccio due-tre mesi e vado a guadagnare qualcosa. Alla fine siamo rimasti insieme 33 anni. L’ho raggiunto in un locale vicino a Modena, il Due Stelle di Reggiolo. In quel periodo era con due musicisti, lui al piano, un bassista e un batterista. Mi vestii tutto fighetto, poi mi pentii perché mi trovai davanti uno in canottiera, tutto sudato e peloso. Esordii tutto educato: «Buonasera signor Lucio…». Lui rimase due minuti in silenzio, che se li calcoli son lunghi. Mi guardava con un sorriso sornione e intanto io pensavo: avrò fatto qualcosa che non va?

E poi?
Alla fine disse: «Abito in Via delle Fragole a Bologna. Domani alle tre vieni a casa mia che facciamo le prove». Un’ora scarsa e poi mi portò in garage, tirò fuori la sua Ducati Scrambler, mi caricò dietro e, con un freddo che non puoi immaginare perché eravamo sotto Natale, andammo in centro al Pavaglio, vicino a Piazza Maggiore, da Veronesi che è una famosa gioielleria dove ci siamo fatti il primo buco nell’orecchio. Io e lui. Bene, mi sono detto: questo sì che è rock and roll. Era il ’77, avevo 23 anni.

Anche con te era un gran raccontatore di balle, come è stato descritto da molti?
Lui era il più grande bugiardo che abbia mai conosciuto. Poi ho capito che per Lucio la vita era un film e lui ne era il regista. A tutti dava un soprannome e facevamo parte di una delle sue pellicole. Io ero soprannominato Zi perché ho la esse sibilante. Un giorno in macchina verso la Svizzera mi disse: «Ta, mi daresti una sigaretta?». «Sì, ma ta cosa vuol dire?». E lui: «Ta è il femminile di tu». Aveva queste trovate divertentissime, così come poteva essere orribili quando le usava al contrario.

Facci qualche esempio.
Lucio aveva una grande dote. Un giorno ti faceva sentire un Dio e un altro una merda spalmata sulla strada. Io sono sempre stato un ribelle e forse mi ha adorato per questo. Non gliene ho mai fatta passare una e ci siamo sempre scontrati. Ma molti che aveva intorno non erano così. Andavano in cerca solo della sua benevolenza e quindi facevano anche cose che non andavano fatte. È stata la ragione per la quale ho lasciato gli Stadio. Non sopporto il servilismo e il clientelismo.

Tutti i grandi hanno sia luci che ombre.
Ci sono persone che traducono il potere in denaro, altre in potere sugli uomini. Hanno quella libidine lì e Lucio ce l’aveva. Quella di far dire alle persone ciò che non pensano. Lui poteva uscirsene così: «Guardate fuori che piove». Non era vero, ma quelli intorno rispondevano: «Hai ragione Lucio, che brutta pioggia». Dopo qualche minuto gli girava che fuori c’era il sole: «Vado ad abbronzarmi un po’». E loro: «Sì sì Lucio, veniamo anche noi». È un grande potere manipolatorio. Sui soldi non era particolarmente avido, ma sai com’è, servono sempre. Io sono convinto che chi ha i soldi è perché non li spende. Come mi disse una volta l’impresario di Lucio: «Più ne hai e più ne vuoi». A me non capita la stessa cosa, cioè meno ne ho e meno ne vorrei.

A questo punto torna “Trump” che si rivela essere un musicista. «Ricky, se vuoi dopo ti passo il CD della mia band se hai voglia di ascoltarlo». E Portera: «Moooolto volentieri…». Quando si allontana racconta qualche aneddoto curioso legato ai fan.

Ti capiterà spesso che ti vogliano far ascoltare qualcosa.
Spessissimo e a volte si sbagliano anche. Un giorno mi si avvicina uno e mi dice: «Ricky, meraviglioso l’assolo degli Angeli che hai fatto a San Siro con Vasco…». Ma chi è mai stato a San Siro con Vasco Rossi? Un’altra volta passa un ragazzo e fa alla sua ragazza: «Ti presento due miti della musica. Va da Solieri: “Lui è Ricky Portera”. Viene da me: “Lui è Maurizio Solieri”». O come in stazione a Roma che mi sono corsi dietro chiamandomi «Vascoooo». Sono scappato e forse loro sono ancora convinti che fossi lui…

Non confondeteli come fanno certi “fan”: Ricky Portera e Maurizio Solieri. Foto: Mario Carlini/Iguana Press/Getty Images

Come con gli Stadio, anche da Lucio Dalla ti sei staccato per una decina di anni, per poi tornare. Come sono andate le cose in quel periodo?
Mi spiace non avere più le mail che ci siamo scambiati con Lucio. La prima volta me ne andai io, ma solo perché volevo staccarmi dagli Stadio. La seconda volta non era mia intenzione lasciarlo, invece mi hanno lasciato loro. La cosa peggiore è che non mi dissero niente. Lo ricordo come fosse ieri. Ci siamo esibiti in un ultimo dell’anno a Firenze e dopo a Bologna. Era l’inaugurazione del Frecciarossa. Siccome avevo intuito che qualcosa non andava, quando nel tragitto in treno Lucio è andato in bagno lo aspettai fuori dalla porta. Quando uscì, si mise a guadare la coda del treno fuori dal finestrino e mi disse: «Bello eh?!». Nient’altro… Finii la serata, salutai tutti, poi a casa gli mandai una mail molto cattiva.

E lui come reagì?
Io per Lucio ho preso una molotov al Castello Sforzesco a Milano, è scoppiata di fianco a me. E ancora i sassi, le lattine, le bottiglie d’acqua piene. Sono stato molto cattivo nella mail perché tu accontenti, fra virgolette, il padrone, ma il padrone se vuol fare a meno di me deve almeno venirmelo a dire. Agli operai arriva la lettera di licenziamento, a me nulla. Lui mi rispose con una mail molto dolce, dove si levava la responsabilità dandola ad altri e alla fine aggiunge una frase che mi fa venire ancora la pelle d’oca: «Sarai sempre il mio chitarrista (se non ti chiamano prima gli AC/DC) anche in paradiso».

Poi non c’è più stato il tempo per riavvicinarvi…
Poco prima della morte di Lucio avevo fatto un concerto in Calabria. Ero andato a letto alle 6 e alle 8 mi squilla il telefono. “Dalla” leggo sul display. Anche lì sono stato stronzo, gli ho risposto: «Cosa vuoi?». E lui, con dolcezza: «Volevo ricordati che sei sempre il mio chitarrista». Ero ancora talmente incazzato che ho saputo rispondergli soltanto: «Va bene, me l’hai detto. Ciao». E ho buttato giù. Da lì non ci siamo più sentiti. Ma prima del suo ultimo tour, avevo una serata in Sicilia. Quando andai a prendere l’aereo a Catania incontrai Gionata Colaprisca, il suo percussionista, che entusiasta mi disse: «Ricky, allora parti con noi?». Non ne sapevo nulla. «Ma come, c’è Lucio che da un mese continua a dire che deve chiamare Ricky per portarlo in tour». Sono partiti senza di me e non è più tornato.

Quando hai capito che Lucio era un genio?
Era un genio, sia nell’inventare sia nel carpire quello che gli potevi dare tu. Mi ha fatto fare delle cose che non sembravano avere un senso. Solo dopo ti rendevi conto che un senso lo avevano. È facile conoscere l’armonia, ma lui invece faceva cose senza logica musicale. Era un autodidatta totale. E poi si appassionava alle mie follie. Se ascolti Anna e Marco, quando la abbiamo registrata scherzosamente a un certo punto feci A Remark You Made dei Weather Report. Quando canta “ma l’America è lontana…”. E Lucio: «Cazzo Ricky sei un genio». No Lucio, non si può mettere questa cosa, qui andiamo in galera. Ma se riascoltate la frase è quella, solo leggermente cambiata nell’ordine delle note.

Si rivolge al cameriere: «Scusi, qui si può fumare?», e ne riceve un no netto. Sbotta: «Chiedere è lecito, rispondere è… utopia».

Prima hai accennato al tour di Banana Republic, dove però al posto di Francesco De Gregori doveva esserci Lucio Battisti.
Sì, l’idea era Lucio & Lucio. Non so perché Battisti decise di non accettare. E non voleva accettare neanche De Gregori, perché veniva da un periodo complicato dopo il processo proletario che aveva subito, per cui aveva una paura fottuta di salire sul palco. Feci un tour con lui nel 1982 e, non so come mai, a Firenze per tre giorni ho dovuto schivare le lattine piene di sabbia che mi tirava il suo pubblico. Mi davano del fascista. Ed ero al fianco di uno che era l’emblema della sinistra, ma che dopo il processo proletario suonava a 20 milioni di lire a sera. Un po’ un controsenso.

Mi sembra di capire che con De Gregori non sei rimasto in buoni rapporti.
Assolutamente no. Nel libro mio libro Ci sono cose che non posso dire lo chiamo l’oscuro profeta. Spesso e volentieri l’uomo non corrisponde al grande artista. E lui non è un grande uomo. Intanto le persone che maltrattano gli animali per me sono da uccidere, e lui lo faceva. È facile prendere a pugni un bambino, ma non si deve fare. E poi il suo atteggiamento non mi piaceva, aveva sempre la guardia del corpo e diceva cose che non rispecchiavano la sua identità politica.

Ti riferisci a pensieri esposti in privato, non a dichiarazioni pubbliche, giusto?
Sì sì, certo. Quando parlavamo tra noi musicisti. Ma è lì che vedi l’uomo vero, non davanti al pubblico. È una persona che non mi piace e, soprattutto, quando è morto Lucio, Francesco ne parlava bene, ma invece non lo amava per niente. Io che lo conosco, De Gregori, lo vedevo quando parlava ed era tutto tirato in viso e mi è sembrato davvero fuori luogo.

Tanto per essere politicamente corretti…
Ma dai, non è che se uno se ne va bisogna per forza parlarne bene. Lucio era un genio musicale, ma nella vita come uomo aveva dei pregi e dei difetti, come tutti. È chiaro che il difetto da un uomo potente pesa di più che da uno qualsiasi. Se da un giorno all’altro ti diceva «non lavori più» non lavoravi più davvero. È il potere di cui ti parlavo prima. Noi siamo artisti, quindi persone che fanno gli attori ed eseguono un personaggio sul palco. Ma se nel teatro o al cinema il personaggio può essere completamente diverso dall’uomo, nella musica ci vuole un minimo di coerenza, sennò dici delle bugie al pubblico. Spesso ho riscontrato che nei cantautori non c’è questa sincerità. E poi, soprattutto, sono persone umilissime da poveri e diventano degli stronzi bestiali quando iniziano ad avere i soldi. A me non piace questo atteggiamento, apprezzo la linearità. Io ero stronzo quando avevo i soldi e sono stronzo adesso che sono in bolletta.

In che modo si traduce la tua stronzaggine?
Prova a pensare a un ragazzino che già a 23-24 anni usciva sui giornali come il miglior chitarrista italiano. Ero giovane, bello, ricco. Avevo delle donne stupende, anche famose presentatrici e showgirl. Permetti che possa essere un po’ stronzo? C’è gente che lo è senza valere un cazzo. Poi sono diventato buddista e ho iniziato a capire che quello che fai di male ti torna indietro. Il mio karma addirittura mi anticipa, per cui mi punisce prima che io faccia del male.

Un altro grande artista che conosci bene è Vasco Rossi, vi siete conosciuti quando il successo per entrambi era lontano, cioè quando lui aveva 8 anni e tu 6. Cosa lo rende così speciale?
È un grande comunicatore e la comunicazione è importantissima. Vasco quando smise di cantare e aprì Punto Radio riusciva a parlare per ore e a incantare la gente. Se tu analizzi le sue canzoni sono tutte le storie che vive ognuno di noi. È questa la sua forza. Tutti si identificano nei suoi pezzi.

Tra l’altro è anche merito tuo se Vasco è tornato a cantare, no?
Una sera eravamo al Kiwi di Piumazzo, a Castelfranco Emilia. Io ero in concerto con i Sua Maestà, la band dissacrante con la quale portavamo in giro una storia che passava dal male al bene. E quando facevo il male, vestito da nazista, prendevo le ragazze per i capelli sotto il palco e le baciavo. Una volta nei camerini Vasco sbottò: «Devo ricominciare a cantare, perché si tromba di più a fare i musicisti che i dj». Lui l’ha detto spesso che anche grazie a me ha ricominciato a fare il musicista, quando ha visto le file di belle ragazze che arrivavano nei camerini.

Oltre a Dalla hai collaborato con tantissimi, da Eugenio Finardi a Loredana Bertè, da Ron ad Antonello Venditti, fino a Freak Antoni, Marco Masini, Paola Turci, Alice e Anna Tatangelo. Chi ricordi con più piacere?
Sicuramente la collaborazione con Finardi. Per via di scene folli, una notte a Lagonegro siamo andati a caccia di un gallo per farlo fuori.

Ma come per farlo fuori?
Sai, noi andavamo a letto tardi, alle 6-7 del mattino, e lui cantava proprio in quegli orari e non ti fa dormire. Ma non lo hanno trovato, per fortuna, anche se non credo lo avrebbero ucciso davvero. Ma con Finardi era una vera rock and roll band. Andavamo negli hotel e si spaccava tutto. Siamo stati diffidati per un anno dal passare a Corigliano Calabro dopo aver fatto un sacco di danni.

Qual è lo stato di salute della scena musicale di oggi?
Perché c’è ancora una scena musicale? Io quando vedo Achille Lauro mi ricordo che già all’inizio degli anni ’70 suonavo in gonna e truccato da donna. Non mi racconta niente di nuovo, l’ho già vissuta appieno quel tipo di provocazione. Come i Måneskin, sono dei cloni del passato. È vero che i giovani non hanno mai visto quelle cose, per cui è giusto che si appassionino, ma vogliamo parlare di David Bowie, Peter Gabriel o Renato Zero? È l’ignoranza, quella buona, cioè la non conoscenza della storia, che gli permette di avere successo. Ma non stanno dicendo niente di nuovo.

Se oggi ti vestissi da nazista per andare sul palco, come facevi con la tua vecchia band, immagini le reazioni?
Scoppierebbe un casino. Ma dal nazista sexy diventato un angelo bianco. C’era una storia da raccontare, una logica dietro. Oggi in Achille Lauro una logica non la vedo.

E neanche nei Måneskin?
A loro direi soltanto alla signorina, Victoria, che fa la dissacrante dicendo parolacce, che non si fa rock così, magari dovrebbe prima migliorare il suono di basso, portarlo a essere un più strong, perché per ora è molto debole. Il rock non è avere le chitarre distorte, ma è un modo di vivere. Lemmy dei Motörhead non avrebbe mai potuto suonare jazz, probabilmente andava a casa e picchiava sua madre. Una volta a un concerto un paio di ragazzini mi hanno chiesto un autografo e uno di loro mi disse: «Sai, noi facciamo hardcore…». Ed erano vestiti con delle camicine tutte stirate e dei maglioncini scollati a V, dei fighettini. Allora gli ho risposto: «Voi dovete andare a fare in culo, altro che fare hardcore». Pensano che la musica sia prendere uno strumento e interpretare un genere, è questa la vera tragedia. Non hanno capito che bisogna vivere rock. Mi rifiuto di sentire gli artisti di oggi perché ho già sentito di meglio 20-30 anni fa. Se proprio devo fare un nome attuale non posso che citare i Royal Blood, sono solo in due però mi fanno sballare.

Qualche tempo fa hai dichiarato: «Non voglio avere nulla a che fare con gli addetti ai lavori, perché vivono solamente di critiche e considerano la musica come qualcosa di asettico».
A me piace la musica a 360 gradi. C’è quella che ti emoziona e quella che non ti lascia niente. La musica non va vissuta con analisi. Non suono per i musicisti, ma per le sciampiste e le cassiere del supermarket. Non mi interessa nulla di chi calcola soltanto la velocità con cui esegui una scala o un fraseggio. È come per i pistoleri nel West: per quanto tu possa essere veloce, ci sarà sempre qualcuno più veloce di te. Quella non è la gente che mi dà godimento. Il più bel complimento me lo ha fatto un ragazzino che avrà avuto 15 anni: «Mi hai eccitato». È questo ciò che amo.

Chi sono oggi i migliori chitarristi italiani?
Ce ne sono tanti. Posso ricordare Luca Colombo, Ciro Manna, Matteo Mancuso. Ognuno ha le sue belle cose da dire. E poi Alberto Radius. Me lo ricordo quando andavo ad ascoltarlo sotto al palco dell’Altro Mondo di Rimini nel ’74. C’erano sempre due attrazioni a sera, così potevi trovarti la Formula 3 da una parte e i Pooh dall’altra, i New Trolls da una parte e Ray Charles dall’altra. Ma quando suonava Radius non ho mai capito cosa facesse, ha un modo tutto suo di suonare. Dimeniticavo un altro mio riferimento. Se Nico Di Palo mi ha fatto scoprire la bestialità, Radius mi ha aperto la mente, perché è un intellettuale. Ha un suono soltanto suo, lo riconosci tra un milione. Come Maurizio Solieri, che per me è un grande autore.

Il tuo assolo migliore?
Quello di Ayrton, suonato in “buona la prima”. Ho i testimoni.

Hai pubblicato quattro album solisti. Di quale vai più fiero?
Quattro dischi solisti di cui non si è accorto nessuno. Ognuno ha avuto la sua parte di sfiga. Il primo aveva una produzione di delinquenti, il secondo una produzione che si è ingelosita dell’altra e mi ha bloccato l’album. Il terzo purtroppo non è stato promosso, visto che era con una etichetta piccolina. E il quarto con un ragazzo che, purtroppo, si è poi suicidato. Ma ad ogni disco ci sono assoli che fanno storia a sé.

Qual è il segreto, se esiste, dei tuoi assoli?
Devo ringraziare il mio primo maestro che mi ha insegnato tutti gli strumenti, come si faceva allora. E con la chitarra non mi dava le scale o le pentatoniche, ma i brani da suonare seguendo le melodie. La scala è consequenziale, la melodia no, per cui ti devi muovere di conseguenza. Per questo i miei “solo” sono cantabili, come quello di Anima o di L’ultima luna.

«Sono uno dei più famosi e uno dei più poveri». Sempre parole tue.
È vero, sono ancora in affitto. Quando ho guadagnato davvero tanti soldi li ho sputtanati. Però posso dire di aver provato tutto. A colazione negli hotel spendevo 100 mila lire al giorno negli anni ‘80. Guai se non c’erano la piscina e la lavanderia. Ho avuto tutte le auto più belle dei miei tempi, dalle Porsche alle Maserati. Negli anni d’oro facevo 80 serate l’anno e guadagnavo un milione e 200 mila lire a serata. Le auto me le pagava mio padre… io davo solo l’anticipo… Tutto il resto lo sputtanavo. Non è un motivo di vanto, ma per far capire quanto ero stupido. Avrei potuto investirli meglio. Ho una casetta in Sicilia, quindi so dove andrò a svernare. E il matrimonio…

Un errore?
Ho sempre detto che non mi sarei sposato, invece è successo quando avevo 35 anni. Il giorno stesso in cui ero all’altare volevo fuggire. Infatti, dopo quattro anni abbiamo divorziato.

Hai poi ammesso: «Sono stato un puttaniere».
Senza offendere le donne, ero io la puttana.

Hai fatto delle pazzie per le donne?
Ci vorrebbe una settimana per raccontarle tutte. Non credo mi succederà mai più di innamorarmi, ma quando lo sei puoi fare di tutto. Almeno, a me capitava così. Avevo 18 anni, la mia ragazza mi telefonò per dirmi che andava a ballare, allora salii sul palco di un concerto e dopo due pezzi li lasciai con il locale pieno. Sono arrivato nella sua discoteca come una furia, non l’ho trovata, così sono ripartito però mi si era agganciato il paraurti al cavo del lampione. Il paraurti dev’essere ancora la. O quando ho fatto sei serate di seguito al nord e poi, senza dormire, sono andato in Sicilia direttamente per raggiungere una donna. E la gelosia… mi appostavo sotto casa alle 4 del mattino e controllavo che non arrivasse nessun altro. Ero gelosissimo. Poi ci ripensi e ti senti uno stupido.

Politicamente sei di destra o sinistra?
Ma esistono ancora? Quando ero ragazzino io sì.

Hai detto di aver preso botte da sinistra e da destra.
A me i politici mi fanno incazzare perché quando li senti parlare nessuno può fare qualcosa. Ma chi dovrebbe farlo? C’è un grande menefreghismo da parte loro. Mattarella era da rieleggere a presidente della Repubblica per arrivare a fine mandato e prendere le pensioni, era così chiaro. Ma a noi basta che ci diano le partite di calcio e va tutto bene. Andiamo in piazza per i vaccini, ma non per riaprire i pozzi di gas. Inquinano? Ma lo fanno a cento chilometri da noi e lo andiamo anche a pagare. La politica è finita quando sono morti Berlinguer e Almirante. Qualcosa è rimasto a galla con Craxi, poi si è chiuso tutto. Mi piacerebbe vedere oggi Luigi Di Maio di fronte a Putin. Non so se sono di sinistra o di destra, io andavo dove c’erano le ragazzine che mi piacevano. Se erano a sinistra andavo a sinistra, se erano a destra andavo a destra.

Il partito della gnocca, direbbe Vasco.
Sicuramente! Anche perché nei politici di oggi non vedo ideologia, una bella idea, un programma sensato. Si criticano l’un l’altro ma nessuno fa niente. Ogni tanto ne spunta fuori uno in tv e ti chiedi: ma chi è questo? Abbiamo come ministro della Sanità Roberto Speranza, quello del libro su “abbiamo sconfitto il virus” ed è ancora al suo posto. Se io vado in un locale e suono male non mi chiamano più, invece loro sono incollati a quelle poltrone e non si capisce perché. Ma spesso le più grandi anticipazioni sulla società del futuro vengono dai film, basta guardare quelli.

Che cosa hanno predetto i film sul futuro?
Hanno visto che ci saranno dei personaggi che prenderanno il potere, controllando alcuni settori chiave come armi, banche, sanità e tecnologia. Sono questi i padroni del mondo. E già lo sono. Chi fa politica oggi lo sa benissimo, per cui accumula adesso perché tra un po’ sarà palese che non conterà più nulla. Quella di oggi non è politica. Io che sono di origine siciliana la chiamo mafia, che quando c’è da prendere prende e quando c’è da dare sparisce. Sai cosa mi è successo durante la pandemia?

Stavo per chiedertelo. Come hai vissuto la pandemia con l’assenza di concerti?
Prima ti dico questa. Nel 2019 l’Inps mi scrive che mi ha dato 360 euro in più, solo che poi doveva valutare i miei redditi. Nel 2020, senza concerti, me li ha chiesti indietro. E nel 2021 ho perso 40 serate, significa 50 mila euro circa. Allora quanti soldi avrebbero dovuto darmi per quello che non ho guadagnato? Un po’ con la Siae e un po’ con l’Imaie mi sono salvato, ma se non avessi avuto questi adesso l’intervista me l’avresti fatta sotto un ponte davanti a una stufetta. Qualche politico si è chiesto «ma tu che non fai il tuo lavoro mangi?». Però le bollette le mandavano comunque.

Perché hai scelto di diventare buddista?
All’inizio per curiosità. Nel 1989 collaboravo con un bassista, meglio non fare nomi. Mi stupiva perché lo chiamavo per chiedergli qualsiasi cosa e mi diceva sempre grazie. Che cazzo avrà da ringraziarmi sempre, mi chiedevo. Un giorno ne abbiamo parlato e mi ha spiegato che si era fatto tutte le droghe possibili, poi ne era uscito, non grazie alla comunità, ma grazie al buddismo. Ho iniziato un po’ alla leggera, dopo qualche anno ho cominciato a percepire un senso di pace. Sono diventato meno stronzo ma, soprattutto, mi ha fatto capire la responsabilità di non fare del male a nessuno perché il male ritorna. Non mi faccio illusioni, ma ora ho una quiete interiore che prima non avevo, scattavo per tutto, sentivo dentro un subbuglio interiore.

L’ultima volta che ti sei incazzato?
L’altro giorno all’Autogrill. Abbiamo preso due panini e due bottigliette d’acqua e ci hanno chiesto 18 euro. «Glielo scaldo?», ha detto la signorina. Sì, ma senza il prosciutto crudo. Solo il pane. Invece ha scaldato tutto insieme. Il prosciutto è diventato bianco, il pane era della settimana prima. Allora sono andato alla cassa e gli ho detto: «Siete dei delinquenti!» e gliel’ho buttato nel cestino.

Allora anche i buddisti si incazzano…
Ci mancherebbe! Sennò sarei una ameba. Non mi incazzo più come prima se mi guardi storto, ma non sono uno che porge l’altra guancia. Sì, te la porgo dopo averti dato quattro manate. Un conto è essere buddisti e un conto è essere fessi. La stessa cosa mi era successa con Lucio Dalla negli anni ’80. Mangiamo in un ristorante, due spaghetti al pomodoro e due Coca Cola e ci chiedono 30 mila lire. E Lucio: «Posso fare una telefonata?». Era l’una di notte. Il ristoratore: «A quest’ora?». E lui: «Sì, perché voglio chiamare i carabinieri». Alla fine ci ha fatto pagare 15 mila lire.

Quindi credi nella reincarnazione.
Assolutamente sì. Anche se io sarò un caprone… presumo.

Ci hai mai pensato a come vorresti morire?
Guarda, a me piace correre in macchina, quindi se potessi decidere vorrei fare un frontale con un camion. Ma in maniera importante, con una Lamborghini a 260 all’ora. Mi devo schiantare e non deve rimanere niente. Perché ho il terrore di soffrire, di passare anni a letto a causa di malattie e operazioni. Voglio schiantarmi, questo sarebbe il mio desiderio. In alternativa, ho la mia pistola Glock e nel caso non sia più in grado di vivere ci vuole un attimo. Mio padre mi ha insegnato: «Un uomo deve vivere finché riesce a camminare sulle sue gambe e a non rompere i coglioni a nessuno, dopo deve morire». Sono d’accordo con lui. Non vorrei mai pesare sulle mie due figlie.

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