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Richie Hawtin: «Il rapporto tra uomo e macchina è la magia della techno»

Il Dj leggenda dell'elettronica si racconta: dagli esordi fino ai palchi mondiali, passando dal suo rapporto con la tecnologia fino alla sua nuova app, con cui tutti potranno salire con lui sul palco e conoscere il volto umano del suono nato a Detroit

Richie Hawtin

Foto di Willy Vanderperre

What is a dj if he can’t scratch?, domandava Egyptian Lover nel 1984. Erano anni in cui la consolle era una questione di tecnica, vinili e orecchio teso ai turntables. Anni in cui lo scratch, appunto, diventava rivendicazione stilistica ideale dell’hip hop davanti all’avanzata di una nuova idea, secondo cui era meglio attraversare la notte con Rythm Is Rythm o Model 500 che con la Sugarhill Gang; anni costruiti da pionieri di una rivoluzione impensabile e bifronte, perché se la techno risuonava nelle warehouse abbandonate, condizione necessaria era l’arrivo sul mercato di synth e drum machine accessibili a tutti.

Trentacinque anni dopo, la techno è – insieme alla Ford – il prodotto più esportato del Michigan, mentre le Digital Audio Workstation, l’automazione imperante e le consolle-astronave hanno trascinato il ruolo del dj nuovamente alla domanda fondativa: what is a dj? – mettendo da parte lo scratch, oggi facilmente riproducibile da effetti digitali e controller. Che senso ha, infatti, il ruolo del selector oggi, quando programmi elementari di intelligenza artificiale potrebbero mettere in piedi set potenzialmente infiniti? Tanto, basta una cassa dritta e “su le mani”, no?

«Molti credono che fare il dj significhi starsene su un palco e mettere in sync automatico la musica che le persone vogliono, alzando il pugno al cielo durante il drop, ma non è così», risponde Richie Hawtin con il suo perfetto accento britannico. Alfiere della techno fin dai suoi primi battiti, era poco più che adolescente quando dalla sua Windsor – cittadina canadese in cui a nove anni era emigrato insieme alla famiglia – attraversava il fiume che lo separava da Detroit, per andare a lezione direttamente dai suoi beniamini.

Richie Hawtin live durante lo show CLOSE. Foto di Anne Harbers

«Ero un ragazzino timido e appassionato di computer, amavo la musica ma non avrei mai potuto suonare in una band. La techno era per me un modo di comunicare standomene da solo davanti a un computer o al buio in un angolo a mettere i dischi. Quando ho iniziato non avrei mai immaginato che 30 anni dopo mi sarei trovato a suonare davanti a migliaia di persone». Infatti, dal nerd che si nascondeva dietro l’acronimo F.U.S.E, passando per l’oscurità di Plastikman o dalla sua label Plus 8, fino ai palchi mastodontici di Ibiza o ai saloni del Tresor di Berlino – sua nuova casa dal 2003 –, Hawtin ha incarnato la techno in ogni sua sfumatura fino a diventarne oggi il simbolo più conosciuto.

Un dj superstar che ha puntellato la propria carriera accompagnando la ricerca sonora con quella tecnologica, dentro un cerchio che dall’amore incondizionato per la macchina lo ha portato a CLOSE, il live con cui Hawtin ha voluto riportare il suo mestiere al suo lato più umano. «Durante questi concerti la mia performance sul palco è seguita da decine di telecamere con cui viene ripreso ogni mio gesto, il modo in cui interagisco con le macchine che mi porto sul palco. Sugli schermi il pubblico può finalmente vedere che dietro i computer e la tecnologia c’è l’imprevedibilità di un essere umano». Human after all, direbbero i Daft Punk del suo progetto, ora trasformato in un album dal vivo, CLOSE COMBINED (GLASGOW, LONDON, TOKYO – live), e in una app in prossima uscita, CLOSER, con cui chiunque potrà ‘trasformarsi’ in Richie Hawtin dal proprio cellulare, modificando e miscelando tra loro i suoni e i visual di CLOSE, rispondendo una volta per tutte alla domanda: what is a dj?

Richie, come nasce l’idea della app CLOSER?
È un’idea che mi porto avanti dalla fine degli anni ’90, quando pubblicai la serie di mix album DE 9 (Decks, EFX & 909). Avevo creato quei lavori come si trattasse di un dj set, ma realizzato in studio. Da quel momento in poi ho sempre cercato di realizzare una versione live di DE 9, ovvero un lavoro che raccogliesse le mie esibizioni dal vivo. Un semplice disco, però, non avrebbe mai potuto trasmettere le stesse sensazioni. Non solo avrebbe trascurato la parte visual, ma non avrebbe mai potuto trasmettere alle persone ciò che realmente faccio durante uno show. Avevo quest’idea, ma non esisteva la tecnologia per realizzarla.

Fino al 2017, quando sei partito con gli show di CLOSE.
Ci sono voluti anni perché questa idea che avevo concepito trovasse il giusto sbocco in un progetto e, soprattutto, la tecnologia giusta per supportarla. Servivano computer in grado di elaborare e combinare tra loro centinaia di file audio e video. Il momento perfetto è arrivato con i miei CLOSE. Con questi giganteschi live techno, in cui tutto viene ripreso e trasmesso in diretta sugli schermi, ho capito che potevo realizzare la mia idea.

Idea che hai poi deciso di trasformare nel album live CLOSE COMBINED e, soprattutto, in una app interattiva, CLOSER, con cui le persone possono mixare tra loro le tue performance, come un dj.
Esattamente. Non volevo pubblicare un semplice film-concerto, in cui lo spettatore sta seduto davanti a uno schermo a guardare quello che faccio, desideravo creare un’esperienza superiore, portando il pubblico direttamente sul palco insieme a me, ed è esattamente quello che fa CLOSER. Con questa app non solo si possono cambiare le inquadrature della videocamera modificando il punto di vista, ma si può selezionare la singola macchina per sentire effettivamente quello che faccio con le drum machine, come uso i synth o il suono che esce dai deck. Quando ti trovi sul dancefloor hai sempre a che fare con il risultato finale, non sai mai effettivamente quello che sto facendo, quanti brani sto mixando tra loro. Con questa app è come se ti trovassi sulla mia spalla, puoi decostruire la performance e sbirciare dentro il mio stile di live, che è piuttosto unico.

Spesso, infatti, le persone non hanno idea di cosa significhi veramente fare il dj…
Vorrei riuscire a trasmettere il significato più profondo di quella è realmente la mia professione. Innanzitutto il dj è una persona che seleziona musica per un pubblico, ma se andiamo più in profondità, verso il lato più creativo della questione, fare il dj significa mettere insieme più dischi alla volta e dar vita a qualcosa che prima non esisteva, qualcosa che esisterà solo in quel determinato momento e che difficilmente si replicherà in quella determinata forma. Ciò che faccio consiste nel realizzare qualcosa che prima era inimmaginabile, facendolo sempre in maniera diversa. Non sopporto quei Dj che suonano sempre gli stessi brani, ogni serata, quello può farlo anche una playlist o un computer, il mio lavoro è completamente diverso.

Foto di Willy Vanderperre

Facci un esempio
In ogni mia serata cerco di improvvisare, di scegliere sul momento quali dischi mixare tra loro, se aggiungerci dal vivo la drum machine, se campionare alcune parti da suonare insieme ai sintetizzatori che mi porto sul palco. Per certi versi credo che il live di un Dj sia più ‘live’ anche rispetto a una band, perché una band deve attenersi a una scaletta e suonare sempre gli stessi brani, eseguiti sempre alla stessa maniera in ogni concerto. Fare il Dj, invece, significa portare il pubblico dentro un viaggio sonoro, un viaggio ogni notte diverso: questa è sempre stata la mia missione.

Sembra che tu voglia riportare l’attenzione sul lato umano della musica elettronica, un genere da molti considerato ‘automatizzato’ dai computer.
Questa è l’esatta ragione per cui ho ideato CLOSE prima e CLOSER poi. Quando il pubblico vede un Dj, nascosto dietro una consolle o dietro le drum machine, spesso non capisce quello che realmente sta succedendo, anzi, molti credono che tutto lo show sia pre-registrato. Quando, invece, vedono qualcuno che suona una chitarra o che colpisce una batteria, in quel momento associano il gesto a qualcosa che già conoscono, ovvero il collegamento tra il suono prodotto e il movimento di un corpo. Con CLOSE ho voluto riportare al centro della scena proprio questo discorso, mettere i miei gesti e miei movimenti sugli schermi, in modo che tutti possano vedere il volto umano della techno. Credo che sia proprio l’interazione tra l’umano e la macchina ciò che crea la magia, la stessa magia che rende eccitante la musica elettronica: scoprire fino a che punto può spingersi il nostro rapporto umano con le macchine.

Una magia che ti guida fin dall’inizio, quando da ragazzino hai scoperto che si poteva creare musica utilizzando soltanto un computer. È stata questa scoperta, della potenzialità della macchina, a spingerti verso la musica? Oppure, al contrario, è stata la volontà di creare musica che ti ha portato ad esplorare le capacità della macchina?
È molto difficile dare una risposta a questa domanda, perché sono cresciuto in una famiglia in cui sia la musica che la tecnologia avevano un ruolo centrale. Mio padre era un fanatico della tecnologia, acquistava hi-fi e computer, li smontava e li ricostruiva, cercando di migliorarli tutte le volte. Mentre lo faceva, ascoltava i Pink Floyd, i Tangerine Dream o i Kraftwerk. Per questa ragione musica e tecnologia per me hanno un rapporto intimo tra loro. A volte credo che sia stata la passione per la musica a spingermi nello studio della tecnologia, altre volte, al contrario, penso che sia stato il mio amore per la tecnologia a ispirare la musica che faccio, perché spesso è la scoperta di una nuova macchina o di un nuovo software a far scattare l’idea per sviluppare il suono in una direzione prima inconcepibile. Mi ha sempre affascinato è la possibilità di creare un’esperienza umana – come lo è creare o ascoltare musica – attraverso i circuiti di un sintetizzatore o di un computer.

Tu stesso, d’altronde, hai contribuito a sviluppare nuove tecnologie legate alla musica, di cui CLOSER è solo l’ultimo esempio. Ti senti un pioniere in questo senso?
Non credo pioniere sia la parola adatta, credo di essere più simile a uno scienziato. Come dicevo, l’idea per CLOSER è nata 15 anni fa, quando ancora non esistevano software potenti come quelli attuali. Quella stessa idea mi ha portato a lavorare insieme a persone in grado di concretizzare un progetto nato dalla mia creatività. Un chitarrista collabora con l’azienda per sviluppare chitarre migliori, e lo stesso faccio io. Nel mio caso lo strumento è la tecnologia e, di conseguenza, l’innovazione. Il lato che più amo del mio lavoro è proprio il contributo che, attraverso le mie esigenze creative, riesco a dare alla ricerca sulle nuove tecnologie. Spingere la curiosità oltre ciò che attualmente esiste, partecipare all’innovazione tecnologica: tutto questo ha sempre fatto parte di me, fin da quando ero un ragazzino introverso appassionato di computer. D’altronde, poi, cos’è la techno? La stessa parola techno viene da tecnologia, la techno è la musica guidata dal futuro.

Le prossime date di CLOSE saranno al Sónar Mexico il 5 ottobre, all’ADE di Amsterdam insieme a Modeselektor e SOPHIE il 16 ottobre e il 23 novembre al Palladium di Los Angeles.

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