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Red Canzian: «Sanremo dovrebbe dedicare un premio a Stefano D’Orazio»

Se sta fermo sta male. E così, dopo una vita coi Pooh, torna con un’opera pop su Casanova. Qui racconta tutto: la tv, il plagio involontario di Freddie Mercury, il mancato omaggio del festival all'amico

Red Canzian

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Cinquant’anni di carriera come membro e bassista dei Pooh, poi lo scioglimento definitivo della band e un nuovo inizio per Red Canzian: dall’avventura solista all’apparizione come coach di Ora o mai più, fino alla partecipazione come concorrente del talent in incognito Il cantante mascherato. Nel frattempo ha creato il progetto Casanova Opera Pop, lo spettacolo musicale che debutterà il 21 gennaio 2022 al Teatro Malibran di Venezia, con repliche il 22 e il 23.

Di questo e del mondo dei Pooh parliamo con il diretto interessato, che svela la sua vulcanica attività a Rolling Stone.

Perché proprio un’opera su Casanova?
Avevo cominciato 12 anni fa a scriverla, ma le sue storie, per come venivano raccontate e ricondotte, mi annoiavano, non trovavo via d’uscita.

E poi?
Tre anni fa ho fortunatamente letto il libro Giacomo Casanova – La sonata dei cuori infranti di Matteo Strukul. Mi sono innamorato di questa storia romanzata che potrebbe essere vera. Ed è perfetta: c’è l’amore, il sesso, i duelli, l’intrigo politico, la prigione, il protagonista che, per la prima volta, si innamora perdutamente di una ragazza. E si chiede «Ma allora è questo l’amore?». Nel momento dell’opera che fa riferimento al quesito ho messo la citazione di Io che non vivo (senza te) di Pino Donaggio. Gliel’ho chiesto, ovviamente, ed era molto contento.

Come sarà il tuo Casanova?
Due ore di musica. Ho scritto di getto anche un paio di pezzi al giorno, perché nel romanzo era tutto chiaro. Ho chiamato Strukul e, in un pomeriggio, abbiamo fatto la sinossi: sono 35 punti per 35 arie. Lo spettacolo è uno scrigno di memorie, avvenimenti, eleganza. Quando faccio le cose, voglio farle bene: lo scenografo è quello della Fenice, i costumi sono del candidato all’Oscar Stefano Nicolao, mentre il regista, Emanuele Gamba, è un uomo di lirica. Voglio quel colore, quelle cromie tenui.

Lo stile musicale scelto?
Pop sinfonico, un po’ di prog, ballate dolcissime e pezzi tirati. È un’opera pop perché ci sono pochissimi dialoghi. I testi, su sinossi, me li ha fatti Miki Porru ed è stato eccezionale, con un processo di sintesi pazzesca. E poi c’è tutta la famiglia Canzian coinvolta: da Phil Mer a Chiara, che ha fatto da vocal coach e sarà la cover di tutti, visto che sa le parti a memoria. Non manca mia moglie che mi protegge sempre.

Una delle cose più importanti in un’opera pop è la bontà dei brani. Riccardo Cocciante ci è riuscito con Notre-Dame de Paris, ma non tutti ce l’hanno fatta…
L’ouverture, che è l’inno a Venezia cantato dai gondolieri, fa esclamare “wow” a tutti, ti rimane dentro, sale di una terza ogni volta. Nella I Am Song Casanova canta “Io sono l’uomo in cui puoi perderti” (intona il brano, nda). Ed è un pezzo che potrebbe andare benissimo a Sanremo. C’è anche la canzone che il personaggio di Francesca, la donna che fa perdere la testa al protagonista, interpreta quando vede Casanova per la prima volta. E non sa se abbandonarsi al suo cuore, sapendo che, davanti a sé, ha un dongiovanni. Poi, per il duello, ho creato una composizione tipo quelle di Bernstein. Ho lavorato su tanti colori, credo ci siano belle canzoni, che porteranno la gente a uscire dal teatro cantando. Registrerò il CD, affidato alla voce degli interpreti, con l’Orchestra Regionale Filarmonica Veneta. L’album sarà pronto per il debutto di gennaio.

Chi saranno gli interpreti? Personaggi famosi nel mondo della musica o sconosciuti?
Ho fatto un bel mix. Ci sono un sacco di ragazzi giovani, anche nel balletto. L’unica che abbiamo visto in tv è una ragazza di Padova che è stata ospite da Amadeus e fa l’acrobata. E poi le coreografie, sensazionali e molto moderne, sono affidate a Roberto Carrozzino e Martina Nadalini. Sono riusciti a mettere in piedi un corpo di ballo che si fonde con la musica rock e sinfonica: sono pazzeschi, sembrano snodati. Nello spettacolo ci sarà un unico balletto classico per prendere in giro la Venezia dell’epoca, una Venezia che stava finendo, con gli abitanti emaciati. Per il resto avremo una città energica, vera, dei bacari, dei gondolieri, della gente pronta a fare a cazzotti per un bicchiere di vino. E a inginocchiarsi alla bellezza di una donna.

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Difficile fare uno spettacolo simile in tempo di pandemia?
Il primo lockdown è stato “fortuito” perché sono stato a casa a lavorare sullo show basato su realtà aumentata. Mi ci sono messo personalmente per mostrare una Venezia magica e quasi disneyana. Un lavoro immane per ricreare quella che poteva essere nel ‘700, dove non ci sono fili elettrici, visto che è la città con più fili elettrici esterni.

Dopo il primo lockdown?
A febbraio, per i casting, selezionando 1700 ragazzi per farne arrivare 240 a Milano, abbiamo iniziato a soffrire. Ci siamo muniti di una valigia di tamponi e abbiamo dovuto dichiarare al teatro di essere a posto. Siamo tutti in attesa di vaccino o già vaccinati e viviamo in una bolla. Le difficoltà sono mostruose, ma siamo i primi a ripartire con una produzione italiana importante, stiamo rischiando, ma lo facciamo perché ci crediamo.

A parte Casanova, hai partecipato e vinto Il cantante mascherato nei panni del Pappagallo. Come ti è venuto in mente?
Ho un bisogno fisico di cantare perché l’ho fatto poco in 50 anni di Pooh: quello che avrei voluto cantare per mia necessità fisica era molto di più. Così, ogni volta che mi viene data la possibilità di farlo, in maniera professionale, colgo l’occasione. Al Cantante mascherato mi sono divertito interpretando cose che non avrei mai fatto in prima serata su Rai 1. E dove bisognava far sentire la potenza vocale. Vincere mi sembrava giusto, ero il cantante più d’esperienza, gli altri erano attori o conduttori. L’unica era Mietta, con la quale ho duettato per depistare i giudici, salvo poi “ripappagallarmi” di nuovo. Mi sono misurato con quello che faccio nei concerti dove mi cimento con California Dreamin‘, Torna a Surriento, i Beatles. Mi piace fare i finali strappa applausi, è una cosa muscolare che mi fa stare bene.

Ma la tv ti piace…
Mi piace parlare, raccontare, cercando di giocare con la mia professione. A parte i Pooh ho fatto il cantante, il musicista e il produttore tantissime volte. Ho la presunzione di pensare di poter dire qualcosa di interessante e trasferire l’entusiasmo di un 70enne che, magari, un giovane non ha per non essere stato educato a credere nei propri sogni. Non riesco a fare il vecchietto in pensione. È troppo bello fare quello che sto facendo e che devo ancora fare.

A parte Ora o mai più, non hai fatto mai un talent.
Me ne hanno proposti, soprattutto all’inizio, ma ho scelto Ora o mai più perché non c’è la crudeltà dell’eliminazione. I signori che gareggiavano per l’ultima chance erano persone che stavano prime in classifica quando, magari, io non lo ero. Gente che l’ha toccato, il successo. Ho grande rispetto per chi ce l’ha fatta almeno una volta: significa che la scintilla c’è stata. Li vedevo come colleghi da aiutare.

A te è capitata Jessica Morlacchi dei Gazosa.
Ho avuto la fortuna di averla con me. È una che potrebbe cantare qualsiasi cosa. È più attrice che cantante, nella vita, ma è una grande interprete.

Arriviamo a una delle polemiche degli ultimi giorni: cos’è questa storia che Freddie Mercury avrebbe copiato i Pooh?
L’inizio di Love Me Like There’s No Tomorrow è uguale al ritornello di Noi due nel mondo e nell’anima, ma non è una colpa. Eravamo entrambi a Monaco di Baviera in concerto, noi siamo andati a vederli. E in radio passavano i Queen e i Pooh. Non c’è niente di male, se ascolti una canzone e rimane in mente. L’inizio è un pezzo nostro, otto note uguali con la stessa scansione e divisione. Ricordiamoci che Al Bano ha vinto la causa contro Michael Jackson, ma non perché Michael Jackson ha voluto copiare Al Bano.

E perché?
Magari ha sentito il pezzo da qualche parte e gli è rimasto impresso. Io nel 1975 andai dai miei colleghi pensando di aver scritto un brano fantastico ed era uguale a quello dei Chicago. Eppure non me ne ero accorto: può succedere.

Ecco parliamo dei tuoi colleghi Pooh e cerchiamo di andare per decenni. Cosa ricordi degli anni ’70?
Il mio ingresso con l’album Parsifal, un capolavoro del mondo prog. Ricordo lo stupore di ragazzino davanti ai 40 elementi d’orchestra diretti da Franco Monaldi, il maestro arrangiatore del disco che ha lavorato con noi per tanti anni. Nel 1976 iniziai a fare produzione di Genova & Steffan che cantavano Piano… piano… classificandosi bene al Festivalbar di Salvetti. E come dimenticarsi l’inaugurazione del Castello di Carimate dove producevo Gianni Togni? Perché, come direbbe Baudo, l’ho scoperto io! Al Castello ho acquistato gli studi nell’83 e fino all’86 facemmo dischi lì, con i Pooh. Quando ci mandarono via, facendo un brutto albergo in un bel castello, comprai gli studi di Caterina Caselli a Milano dove, fino al 1998, registravamo i dischi di Fossati, Mannoia, Ramazzotti, Pausini, e pure il pezzo Si può dare di più. Ricordo anche che, nel 1978, con Paolo Stefan disegnammo il logo dei Pooh a casa mia: volevo assomigliasse a quello degli Yes e divenne il nostro marchio di fabbrica.

Che mi dici degli anni ’80?
Il passaggio dalle balere agli stadi: stagione 1981-82, 40 date con 20 mila persone ogni sera. L’apice del successo. Eravamo molto rock come immagine. Facevamo spettacoli con 600 fari sulla testa, due anni pazzeschi. Alla fine degli anni ’80 ci fu un attimo di stanca, ma stava arrivando una presa di coscienza importante a livello ambientale, lavorammo molto nel sociale.

E…?
Il nostro impegno sfociò, negli anni ’90, con Uomini soli, fotografia di quei tempi come solo il nostro paroliere Valerio Negrini sapeva catturare. C’era questa invocazione al dio delle città che, probabilmente, è diverso da quello che governa casa mia in campagna. Se è vero che ci sei e hai viaggiato più di noi perché non sappiamo come comportarci con donne, tempo e vita? Poi Stefano (D’Orazio, nda) scrisse la pièce teatrale 25: la nostra storia. Dico pièce perché in scena eravamo attori, cazzari. Ricordo 140 repliche in 30 città e altre 40 d’estate.

Arriviamo al 2000.
Mi sono sposato con Bea, la mia seconda moglie, per la quale grazie a Stefano ho scritto Stare senza di te, Cercando di te, Io ti aspetterò. Con i Pooh abbiamo iniziato a fare un lavoro più industriale e ragionato.

Tipo?
Noi che facevamo un disco all’anno, siamo stati fermi per due. Poi, nel 2009, Stefano decise di andare via: si era accorto, essendo uno che non riusciva a prendersi per il culo, che quello che doveva dire l’aveva detto. Una sera mi confessò che sarebbe andato a coltivare capperi a Pantelleria. Dell’uscita di Stefano dal gruppo sono stato il primo a saperlo e l’ultimo a credere che dicesse sul serio.

Poi, nel primo decennio del 2000 c’è stato il congedo, di tutta la band, dal grande pubblico.
Cercammo di rimanere assieme con Valerio Negrini che scriveva per noi. Facemmo un album importante, Dove finisce il sole, con il pezzo L’aquila e il falco, ma nel 2013 Valerio morì. Senza di lui, l’anima parlante della nostra musica, e senza Stefano, abbiamo deciso di separarci. Non poteva, però, essere un finale a spegnimento lento: non lo meritavamo né noi né i fan. Facemmo questa reunion nel 2016 e richiamammo Riccardo Fogli.

Lo conoscevi?
Non lo conoscevo perché presi il suo posto. Legammo subito e scegliemmo di stare sempre vicini a cazzeggiare, Riccardo si fidava molto di me. Ed è una persona di una dolcezza unica, un uomo perbene che si è fatto masticare dalla vita per non far male a nessuno. Gli voglio molto bene.

Con i Pooh avete scritto il musical Pinocchio, ma qualche anno prima si vociferava di un’operazione simile a Mamma Mia! con le vostre hit.
È tornata anche dopo Pinocchio quest’idea, e adesso stanno realizzando un docufilm su di noi dove faremo un intervento ciascuno. Questa cosa del musical è vera, se ha avuto successo Mamma Mia! avrebbe funzionato anche un con i nostri pezzi.

Ti sei molto arrabbiato con Amadeus quando l’ultima serata del 71° Festival di Sanremo è saltato l’omaggio a Stefano d’Orazio. Vi siete chiariti?
Io sono molto amico di Leonardo De Amicis, Amadeus e Fiorello. Li chiamai dopo aver parlato con Tiziana, la moglie di Stefano, per fare una cosa. Mi telefonò Leonardo, dicendo che avevano montato Uomini soli, cantata da Fiorello. Dopo due minuti mi chiama Fiorello dicendo la stessa cosa, tutto gasato. Avviso Tiziana dell’omaggio, ma non vedo succedere nulla. Alle 2 arriva un messaggio di Fiore.

Che c’era scritto?
Che hanno tagliato l’omaggio perché erano lunghi. Mi sono arrabbiato non perché non so come funziona la tv, perché può succedere…

E cosa ti ha fatto arrabbiare allora?
La cosa sbagliata è fare succedere questa cosa l’ultima sera alle 2 di notte. Bisognava pensarci prima e dedicargli tre minuti. Non è colpa di Amadeus, che si è scusato. Se lo avessero fatto la seconda sera, lo avrebbero potuto recuperare la terza o la quarta. Non si può mettere un artista – che a Sanremo ha vinto e ha fatto parte di questo ambiente per 50 anni in maniera elegante e distinta – all’ultimo momento. È un problema più degli autori che di Ama o Fiore.

Sapevi che Stefano stava male?
Prima della pandemia avevo iniziato a preparare lo spettacolo Stasera non sono solo con video in cui vengono amici che cantano un pezzo e se ne vanno. Ha partecipato anche Stefano, il 14 giugno dello scorso anno. Registriamo tutto, ma non lo avevo visto bene: doveva venire prima, però i medici gli avevano detto che era a rischio. Faceva fatica a camminare, e considerato che aveva un po’ di pancia, mi disse, per scherzare, che era incinto. Quella cagata della leucemia non è vera, ha fatto tre prelievi di midollo spinale e non aveva niente. Aveva una malattia autoimmune che sembrava avessero identificato. Pareva avesse iniziato a stare bene, ma era debole e il Covid lo ha beccato e ucciso in una settimana.

Sei stato a Sanremo. Ci torni?
Mi sono divertito, senza patemi d’animo. L’Ariston è un palco bellissimo e Sanremo è un upgrade: mi dispiaceva quando la Hunziker mi salutava perché avevo terminato l’esibizione: sarei voluto rimanere lì più tempo. Se mi chiamano ci ritorno.

Ognuno ha il suo racconto, cantavi. Qual è il tuo?
Quello di un uomo che vive di entusiasmo e ha voglia di fare. Se sto fermo ho perso un’occasione importante per stare bene.

Sei testimonial del turismo in Veneto. il claim è “Il Veneto è uno stato d’animo”. Il tuo?
Condizionato dalla pandemia, perché non è finita. E le nostre scelte sono condizionate. Casanova si potrà fare solo se i teatri saranno a regime, altrimenti è un bagno di sangue. Sono speranzoso, ma non c’è alternativa: se non hai speranza, perdi tutto. Se due anni fa ci avessero detto che avremmo vissuto questo chi ci avrebbe creduto? L’alternativa è solo rimboccarsi le maniche nella speranza si possa ripartire. Ho amici industriali che stanno investendo, con grande fatica, in attesa di quando ricomincerà tutto. Chi fa il mio mestiere si basa sulla creatività e sul crederci. Quindi sono un uomo anziano che vuole sentirsi giovane per tanti anni (ride).

Ma i Pooh ritornano?
Che ne so? Di sicuro conosco lo stato d’animo di Stefano.

Sarebbe a dire?
La nostra storia ha avuto la grande fortuna di concludersi bene. Fece la reunion perché gli sembrava giusto, a patto che fosse veramente la conclusione della nostra storia. Finché lui era vivo avrei detto che saremmo potuti tornare. Mettere insieme i Pooh è più la spesa che l’impresa, ma farlo senza Stefano mi sembrerebbe di mancargli un po’ di rispetto, non di fare qualcosa per ricordarlo. Lui vorrebbe essere ricordato con una scuola, con un istituto per i ragazzi disabili: Stefano era questo. Quando ho presieduto la giuria di un conservatorio a Foggia gli ho fatto dedicare il premio della critica. Penso gli avrebbe fatto piacere, ognuno si rapporta con verità ed emozioni in modo personale.

Magari Sanremo può dedicargli un premio.
Ecco, sarebbe lo step successivo dopo la gaffe, e dico gaffe senza nessuna voglia di essere cattivi, perché Amadeus era veramente desolato. Non ci ho visto né cattiveria né malafede, ma se nella prossima edizione gli dedicassero un riconoscimento sarei contento.

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