Rasty Kilo racconta le strade dove «guadagni tanti soldi, ma perdi anni di vita» | Rolling Stone Italia
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Rasty Kilo racconta le strade dove «guadagni tanti soldi, ma perdi anni di vita»

Lui ne sa qualcosa visto che s'è fatto 400 giorni di arresti domiciliari per spaccio. Ora il rapper di Ostia Lido vuole «far capire cosa c'è dietro, il contesto in cui sono nato». Oltre la rabbia c'è di più

Rasty Kilo

Foto: Toni Brugnoli

Negli ultimi anni l’età per fare uscire il primo album si è abbassata sempre di più, tra i rapper italiani. Non è così per il romano Rasty Kilo, che è arrivato a pubblicare il suo debutto ufficiale, dal titolo Cinzia, venerdì scorso, a 33 anni suonati. E questo nonostante non sia certo un emergente: tra featuring, singoli e mixtape, è in giro da parecchio. «Ho avuto una vita abbastanza travagliata, e il rap è stato sempre un po’ marginale rispetto al resto», spiega lui stesso con grande onestà.

Come è noto, nel 2018 ha finito di scontare oltre 400 giorni di arresti domiciliari per reati connessi alla detenzione e allo spaccio di droga (un kg di marijuana; pura coincidenza, il suo alias esisteva già da prima). L’esperienza lo ha segnato moltissimo, e lo ha portato a una pesante depressione, come ha raccontato anche in precedenti interviste. Anche per questo, a un certo punto ha deciso di dare un taglio netto ai legami con la sua vita precedente. «Quando i miei problemi legali si sono risolti ho capito che non avevo più voglia di stare in Italia, mi ero stufato», dice. «È un Paese che sta molto indietro, rispetto al resto dell’Europa: soprattutto Roma. La amo, per me è la città più bella del mondo, ma è da troppo tempo che si trova in un limbo catastrofico, abbandonata a se stessa. È molto difficile, soprattutto per un ragazzo con precedenti penali, ricrearsi un futuro e non tornare a cadere sui propri sbagli, se resti lì. Quindi ho pensato bene di andarmene».

La scelta cade su Amsterdam, una città che Rasty Kilo conosce da anni, grazie ai molti amici che vivono lì. «Abito qui da più di tre anni e mi trovo molto bene», spiega in videochiamata Zoom dall’Olanda. Ormai si dedica alla musica a tempo pieno, dopo aver firmato un contratto discografico con Thaurus per lavorare al suo primo vero album, la cui lavorazione ha richiesto circa due anni. «All’inizio fare le cose a distanza era un po’ un casino: scrivevo e registravo consegnando i provini a Night Skinny e Ciro, oppure facevo avanti e indietro», ricorda. «Vivere di rap era una novità per me, e ci ho messo un po’ per trovare una quadra: il disco l’ho concluso all’inizio del 2021, restando tre mesi in Italia e rifacendolo quasi totalmente».

Il risultato è Cinzia, un lavoro da 13 tracce con i featuring di Capo Plaza, Noyz Narcos, Gué, Tony Effe e Ketama126 e la produzione di Night Skinny (con qualche incursione di Junior K, Stabber, Big Joe e Ketama). La soddisfazione è grande: «In questo momento non potevo fare di meglio».

Foto: Theo Soyez

Alcuni potrebbero trovare Cinzia fin troppo semplice. Non è un album raffinato, articolato, letterario, tecnico; ma la verità è che non ambiva ad esserlo, perché ciò che racconta non ha proprio niente di magico e patinato. Fin dalla prima barra del disco, “Mangiavo grazie al sussidio / Cadeva acqua dal soffitto”, che ti schiaffa in faccia una realtà durissima e impossibile da romanzare. «Non è un caso se ho scelto di iniziare l’album con quella traccia e quelle parole: è l’introduzione perfetta per tutto il resto. Se hai condotto un certo tipo di vita ci sono tanti aspetti negativi che non puoi nascondere, e che non puoi neanche raccontare con la poesia, perché c’è ben poco di poetico».

In un precedente documentario, raccontava che la povertà in cui è cresciuto non è quella di chi non ha soldi per comprarsi le scarpe nuove, ma di chi non ha soldi per riempire il frigorifero. Il suo approccio al rap è brusco, crudo, senza troppi giri di parole, piaccia o non piaccia. «Ho la terza media, non vado forte con le metafore e i ragionamenti filosofici e spirituali. Mi riesce meglio dire le cose impulsivamente, come mi vengono».

Fin dall’inizio, Rasty Kilo aveva deciso che in quest’album avrebbe parlato di sé. «All’inizio aveva assunto un tono più rabbioso: ero incazzato con l’Italia perché ero dovuto andare via, e con il mondo intero per tutto quello che mi era successo», osserva. «Poi ho capito che non potevo fare un disco intero così, perché io non sono solo quello. Come tutti gli esseri umani ho varie sfaccettature, quindi può starci anche il pezzo in cui faccio più il cafone e mi vanto del mio status». Soprattutto, spiega, aveva la sensazione che la gente, conoscendo i suoi trascorsi, si fosse già fatta dei preconcetti, mentre lui voleva «dare accesso a tutto, far capire cosa c’era dietro. Per quello ho raccontato anche il contesto in cui sono nato».

Lo fa ad esempio in brani come Air Force Bianca, uno dei più evocativi di tutto il progetto. «Quello che dico è pura realtà: non c’è niente di cinematografico nei miei pezzi. Con quella traccia volevo che la gente scoprisse qualcosa di più sulle mie origini. Vivevamo in sette in una sola casa, con le mie zie e i miei nonni. Non era brutto, perché nel mio quartiere (Ostia Lido) di base eravamo tutti poveri: le famiglie dei miei amici avevano disagi grossi, come la mia. Da bambino, insomma, mi sembrava la normalità. È stato solo crescendo che ho capito che non avevamo possibilità economiche, a differenza di altri, e allora sì che è stato un trauma».

Il rap, scoperto tramite il basket («Ho cominciato a conoscere i nomi di Nas e Jay-Z dalle playlist che si ascoltava Allen Iverson prima di scendere in campo, ma non avevo neanche un computer a casa per approfondire») è stato uno sfogo per lui.

L’idea di lavorare a un album «prima non mi sfiorava, perché era una cosa secondaria», racconta. Il sottointeso è che si guadagnava da vivere in altri modi, non tutti particolarmente leciti. Una realtà comune a molte persone intorno a lui, come racconta anche in altri brani come Nevica (la barra “Nevica cocco in tutto il blocco” potrebbe a breve diventare di culto, sembra essere fatta apposta per trasformarsi in un meme). Di solito chi racconta in maniera così esplicita un certo tipo di mondo non è già attenzionato dalle forze dell’ordine: gli chiedo se ha mai l’ansia di ulteriori magagne legali quando racconta certe cose nei pezzi. «Ti devo dire la verità, no», ride. «Anche perché ormai parlo del mio passato, non del mio presente. Comunque è la mia vita, ci ho fatto pace: se oggi faccio musica e ho qualcosa da dire, è anche grazie a quello che mi è successo». E alla domanda se rifarebbe tutto tornando indietro, risponde senza esitazione: «Sì. Non ho problemi con i miei trascorsi, né vergogna. Sono scelte di vita». E rispetto al messaggio che i suoi brani potrebbero lanciare, è altrettanto netto: «I ragazzini non dovrebbero prendermi a esempio, per quanto mi riguarda, ma non penso di rischiare di influenzare nessuno, anche perché se ascolti l’album non credo che ti venga voglia di fare le stesse cose che ho fatto io. Racconto anche i lati più brutti della strada, perché non è tutto una figata, ovviamente. Non esalto un cazzo, dico la verità. Se da una parte guadagni soldi, dall’altra perdi tanti anni di vita».

La Cinzia che dà il titolo all’album è sua mamma. «Nel mio mondo, spesso le madri sono complici, sia per amore che per esigenze economiche: nessuno è stato immerso nella mia vita più di lei», riflette. «Crescendo ho fatto talmente tante cazzate che l’ho fatta stare malissimo, anche se lo nega e si dimostra sempre orgogliosa di me. L’ho fatta stare davvero in pena. Per una volta che ho portato a termine qualcosa di positivo, volevo dedicarlo a lei». Quando gliel’ha detto si è messa a piangere: «È un po’ di lacrima facile!», scherza. «E poi sono l’opposto del figlio mammone, sono uscito di casa a 18 anni, quindi non se lo aspettava».

Arrivato a questo punto, non si torna più indietro: il rap è diventata il suo mestiere, e ne sta facendo molto altro, soprattutto sotto forma di featuring. Ne sentiremo ancora parlare a lungo, insomma: «Ascolterete mia nuova musica a breve».

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