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Rapper mancati, jazzisti con gli attributi: i BadBadNotGood

Da trio jazz influenzato dall'hip hop West Coast, i BadBadNotGood sono diventati un quartetto, capace di svecchiare jazz e rap con un solo album

BadBadNotGood. Foto: Facebook

BadBadNotGood. Foto: Facebook

Lo slancio iniziale che ha convinto tre studenti del corso di jazz dell’Humber College di Toronto a mettere su banda e chiamarsi BadBadNotGood era il rap. Tre giovani jazzisti canadesi (da quest’anno, quatro) accomunati dalla voglia di sporcare di ghetto tutti gli spartiti di Coltrane e Hancock su cui avevano perso anni.

Ovviamente la cosa non poteva che incappare prima o poi nell’attenzione del Tyler The Creator di turno, che nel 2011 ha dato ad Alexander, Matthew, Leland e Chester (con cui ho parlato nell’intervista qui sotto) quel tanto di visibilità che basta per farsi desiderare un po’ da tutti. Ghostface Killah dei Wu-Tang Clan è riuscito ad accaparrarseli, firmando giusto l’anno scorso un album in collaborazione, che nella storia discografica dei BadBadNotGood si colloca fra il terzo (III) e il quarto (IV) uscito la settimana scorsa.

È nato tutto a scuola, giusto?
Sì, ci siamo incontrati a scuola e da lì è nato tutto. Cosa che credo mi abbia aiutato a trovare miei simili, essendo il corso di jazz.

E come mai BadBadNotGood?
Il nome è un’idea del nostro pianista, Mattew. Lui e i suoi amici stavano scrivendo uno spettacolo comico e visto che il progetto a un certo punto si è arenato, abbiamo sfruttato uno dei nomi nello scritto per la band. Si è cominciato con un paio di video su YouTube e poi abbiamo deciso di tenere il nome. Ci piaceva.

Voi siete un ibrido: come vi considerate, jazzisti o gente col pallino per l’hip hop?
Un po’ entrambi, direi. Certo, la nostra musica è fortemente influenzata dal jazz, ma quello che poi ne viene fuori è un mix di tutto ciò che ascoltiamo, in maniera volontaria o meno. La vera sfida è sperimentare più generi e farli coesistere in armonia. Quindi, ecco, ci definirei musicisti in generale, senza dover scomodare generi musicali.

In IV tutti i brani sono originali, senza cover hip hop come è successo già in qualche altro album precedente. Come mai?
Abbiamo smesso con le cover con il terzo album e ora preferiamo collaborare con un rapper anziché inserire una sua cover. Ne facciamo ancora molte nei live, ma la preferenza ormai è di comporre materiale originale. Non abbiamo fatto altro negli ultimi tre anni. Immagino che la più grande differenza fra questo e l’ultimo album è che in questo ci sono cinque collaborazioni: Mick Jenkins, Sam Herring dei Future Islands, Kaytranada, Colin Stetson e Charlotte Day Wilson, che è canadese come noi.

Beh, non è proprio l’unica differenza. Con il nuovo disco avete aggiunto anche un quarto membro, giusto?
Sì, suoniamo con Leland da molto tempo, molto prima che ci fosse una band. Nelle date a Toronto o vicino ha sempre condiviso il palco con noi e qualche volta ce lo siamo anche portato in studio a registrare. Dall’anno scorso, quando abbiamo iniziato con i concerti per l’album con Ghostface, gli abbiamo chiesto di seguirci in tour con la chitarra e il sax. Capirai bene che, restando 24 ore su 24 insieme, chiedergli di entrare nella band è stato più che altro una formalità.

Già, e ora che avete il sax, l’album suona molto Coltrane.
Decisamente! Anche se Leland suona un po’ di tutto, non solo il sax. Ma visto che ce l’abbiamo e ci piace, si sente molto la sua presenza in tutto il disco.

E Kaytranada? Chissà poi perché questa nouvelle vague di jazz funk venga tutta dal Canada, te lo sei mai chiesto?
Non saprei. Negli ultimi anni il Canada è rimasto un po’ nell’ombra degli States, parlando di musica come di tutto il resto…

Non esagerare, dai!
No, davvero! Complice anche il fatto che molti musicisti canadesi si sono trasferiti a Los Angeles. Questo per dire che negli ultimi anni si vede una rinascita fra Toronto e Montréal, anche grazie a nomi grossi come Drake. Ora si respira un aria stimolante, ci sono molti artisti come noi e Kaytranada che dopo anni passati in casa ad ascoltare jazz funk, ora si ritrovano sui palchi.

Esportate anche parecchia elettronica. Tu sei un fan?
Mi capita di assistere ai live elettronici solo ai festival dove siamo ospiti. Per i fatti miei però non vado mai nei club o ai live elettronici perché viaggiamo così tanto con la band che, non appena ho dei giorni di riposo, me li godo stando a casa.

Eppure ci si fa notare da Ghostface Killah anche stando a casa. Come ci siete riusciti?
Il merito è di Frank Dukes, un nostro caro amico di Toronto che oltre ad aver prodotto il nostro terzo album, produce artisti come Drake e Kanye West da ormai 15 anni. Quando l’abbiamo conosciuto 5 anni fa, stava registrando la Menahan Street Band nel loro studio di New York. Ci chiese di raggiungerlo per registrare una manciata di strumentali soul ma fortemente influenzati dall’hip hop. Il suo sogno era che Ghostface Killah, con cui aveva lavorato in precedenza—ci rappasse su. Così abbiamo cominciato a mandagli i beat, che poi lui ci rimandava indietro con i versi sopra. Se non ci fosse stato Frankie non sarebbe successo nulla. Tra l’altro 4 giorni fa abbiamo aperto uno studio insieme a lui a Toronto.

Parli di Ghostface Killah del Wu-Tang Clan come se fosse il ragazzino che rappa dietro casa tua! Eri o non eri entusiasta di lavorare con lui?
Ovvio! Ero super eccitato. Non ci siamo resi conto di ciò che stava succedendo finché non è successo. Lui è una leggenda dell’hip hop, figurati come l’abbiamo presa noi con il pallino del rap che ci portiamo dietro sin da quando eravamo bambini. Ma la cosa incredibile è stata suonare con lui ai concerti. Grazie alla band, ho conosciuto di persona tanti rapper che altrimenti non avrei mai conosciuto.

Hai conosciuto Tyler The Creator prima di tutti gli altri: lo sai che mi ha tirato un pacco biblico? Dovevo intervistarlo la scorsa settimana ma si è dato alla macchia.
Sono sicuro che non l’ha fatto di proposito. A lui piace scherzare, ma non è sicuramente il tipo di persona che non rispetta accordi già presi. Lui è stato uno dei primi ad accorgersi di noi, e ben presto ci ha chiesto di collaborare. Da lì è nato il video in cui jammiamo insieme. La cosa non è finita lì, perché siamo rimasti ottimi amici. Quando passiamo per L.A., troviamo sempre qualche ora per passare del tempo a sparare cazzate con buona parte della Odd Future o suonare. Ragazzi davvero geniali.

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