Rap dietro le sbarre, per aiutare «gli ultimi tra gli ultimi» | Rolling Stone Italia
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Rap dietro le sbarre, per aiutare «gli ultimi tra gli ultimi»

Nel libro 'Barre' Kento racconta 10 anni di laboratori rap nelle carceri minorili. Si entra per piccoli crimini e non si esce quasi mai redenti. «Questi ragazzi hanno storie terribili, non mettiamoli dietro le sbarre»

Kento

In tutta Italia le carceri minorili sono parecchie e ben note, dal Beccaria di Milano a quello di Casal del Marmo a Roma. La cosa che forse potrebbe stupire, però, è che a fronte di così tante strutture il numero dei detenuti è estremamente esiguo: i ragazzi dai 14 ai 18 anni attualmente dietro le sbarre sono circa 500 su tutto il territorio nazionale. La maggior parte per reati contro il patrimonio, piccoli furti o spaccio. Questo perché in base al nostro ordinamento (per fortuna) è molto difficile andare in carcere da minorenne, ci sono parecchie misure alternative alla detenzione. Quelli che finiscono dentro sono «gli ultimi tra gli ultimi», racconta Francesco Carlo, in arte Kento, rapper da sempre impegnato in molte battaglie civili e sociali – ad esempio con il suo storico gruppo Kalafro Sound Power, tra i primi a schierarsi apertamente contro la ‘ndrangheta – e oggi intervistato in veste di autore del libro Barre, edito da Minimum Fax. È legato anche a un omonimo mixtape, ad opera di Kento stesso e verrà presto diffuso anche in un cofanetto che conterrà il libro, il mixtape in vinile e una t-shirt in edizione limitata realizzata da una cooperativa che si occupa del reinserimento lavorativo dei carcerati. Barre racconta la sua esperienza decennale con i laboratori di rap all’interno delle carceri minorili di tutta Italia. «È una realtà clamorosamente sconosciuta, nonostante sia così vicina a noi» aggiunge. «Ho imparato molto presto che il carcere non solo impedisce ai ragazzi di uscire, ma impedisce anche a noi cittadini comuni di entrare».

In passato Kento ha scritto altri libri sul rap, ma è stato molto indeciso se scrivere Barre, perché a causa degli accordi di confidenzialità e delle tematiche sensibili c’erano talmente tanti problemi di ordine morale e giuridico che sembrava un’impresa impossibile. «È come se avessi iniziato a lavorarci dieci anni fa, quando ho cominciato a fare laboratori di rap nelle carceri, ma è solo nel 2019 che mi sono deciso a metterlo davvero nero su bianco: c’erano troppe cose da dire», spiega.

La sua primissima esperienza sul campo nel 2009 non è stata affatto facile. «Parallelamente al laboratorio veniva girato anche un documentario, in cui tutti noi operatori rilasciavamo interviste. A una domanda specifica, dichiarai in video quello che ho detto prima, ovvero che per me i ragazzi detenuti sono gli ultimi tra i colpevoli: chi non ha famiglia, non riesce a pagarsi un buon avvocato, non è in grado di capire la gravità delle accuse che gli vengono mosse». Il dirigente di quel carcere gli aveva chiesto di ritrattare, e lui si era rifiutato, a costo di essere tirato fuori dal progetto. «Anche gli altri operatori coinvolti mi spalleggiarono, e ci fu un’escalation tale che ci mandarono una lettera di diffida su carta intestata del Ministero, bloccando il laboratorio da un giorno all’altro», ricorda. «La mia coerenza, però, andò a discapito dei ragazzi, che persero la possibilità di fare quell’attività con noi. Da lì ho imparato ad abbozzare, ad accettare i compromessi, a sorridere quando mi verrebbe voglia di mandare a quel paese tutto». Oggi è più semplice, perché è nata una vera propria rete, Rap Dentro, che coinvolge tutte le associazioni e i soggetti che propongono questo tipo di laboratori. «Ci confrontiamo sulle tematiche e i problemi, condividiamo le risorse e spesso anche gli ospiti: l’unione fa la forza».

Oggi il rap è socialmente accettato, quasi imprescindibile: secondo Kento, non si possono raccontare i nostri anni senza parlare di questo genere musicale. «Il che vuol dire che ora finalmente posso andare da un’istituzione carceraria e proporre i miei laboratori senza che qualcuno storca il naso», dice sorridendo. «Fino a qualche anno fa non era così, non potevamo confrontarci ad armi pari con altre forme di espressione culturale. Questa è una grande vittoria di tutto il movimento hip hop». In carcere, senza smartphone e Internet, la fruizione della musica è completamente diversa, spiega: «I ragazzi hanno dei lettori mp3 da primi anni ’00, che contengono pochissime canzoni che ascoltano e riascoltano ossessivamente. Se vogliono caricare un nuovo brano, o un beat nuovo su cui provare, devono cancellarne un altro. Sociologicamente è stranissimo, visti i tempi che corrono».

C’è chi inizia a frequentare il laboratorio perché ha bisogno di impiegare il proprio tempo in qualche modo, e c’è chi vuole fare il rapper di mestiere. «Bisogna però fargli capire che è necessario comportarsi da professionisti, che la musica ha delle regole che prima di essere disattese vanno imparate, che ci vuole serietà, costanza e dedizione», osserva. E con ragazzi di strada sicuramente molto avanti da tanti punti di vista, ma molto indietro in altri campi, non è facile. «Sono estremamente timidi quando si parla di sentimenti: fanno battute sessuali vergognosamente sconce senza arrossire, ma non riescono a esprimere ciò che provano quando si innamorano di una ragazza. Oppure sono stati detenuti per così tanto che non sanno come fare le cose in cui i loro coetanei sguazzano quotidianamente, come le storie di Instagram. Ma in molti versi non è così diverso da fare un laboratorio rap in un qualsiasi istituto tecnico di periferia, a parte le sbarre».

Alcuni dei detenuti delle carceri minorili italiane non hanno mai avuto la possibilità di inserirsi nella società, racconta Kento. «Ho conosciuto un ragazzo che è arrivato in Italia da solo a 13 anni, finendo in un giro tremendo, e che ha dormito per la prima volta con un tetto sulla sua testa solo una volta in carcere. O un altro che non sapeva addirittura come lavarsi: hanno dovuto insegnargli a farsi la doccia. Sono storie orribili: perfino i più giustizialisti non riuscirebbero a dare delle colpe a persone del genere. È nostra responsabilità non considerarli già perduti, e aiutarli a costruirsi una vita anziché buttare via la chiave», sottolinea. Purtroppo non sempre succede, anche perché non è tutto rose e fiori, come si può immaginare. «Alcuni degli episodi che racconto nel libro sono molto duri, di forte denuncia. Violenza, affermazioni razziste… Mi sono chiesto a lungo se includere o no questi dettagli, perché sono consapevole che se Barre farà troppo rumore probabilmente non mi lasceranno entrare mai più in un carcere minorile, ma non volevo fare un libro Cuore».

I problemi restano parecchi, come quelli che riguardano le ragazze detenute. «Molte di loro vengono da contesti socio-familiari in cui l’uomo è un aguzzino, e quindi si tende a non far condurre laboratori a operatori maschi. Questo ovviamente fa sì che abbiano un’offerta ridotta, in termini di tipologie di attività che possono fare. Sono doppiamente ultime, anche perché il nostro è un sistema legislativo scritto da uomini per uomini».

Per fortuna, dice Kento, nell’amministrazione penitenziaria ci sono anche delle persone eccezionali e generose, che buttano il cuore oltre l’ostacolo e lavorano oltre le loro competenze e il loro dovere. «Le guardie spesso sono ragazzi di quartiere, e mi è capitato che mi dicessero “Sai, anche io da piccolo ho fatto le stesse cose dei detenuti che sono qui, la differenza è che non mi hanno beccato”», racconta. «Il problema è che hanno una responsabilità molto forte, non sempre sono preparati ed è un lavoro davvero stressante: c’è un enorme numero di suicidi tra gli agenti di polizia penitenziaria». E poi ci sono i cosiddetti unicorni, «che si chiamano così perché tutti ne parlano e nessuno li ha mai visti», ride. «Nell’ambiente in questione sono i ragazzi che entrano criminali ed escono redenti. Come un ragazzo che frequentava i miei laboratori e che è appena uscito col suo singolo: spacca, è fortissimo e sta avendo delle belle soddisfazioni. O un altro che, una volta fuori, si è laureato in giurisprudenza e ora sta facendo la pratica come avvocato».

La speranza di Kento è che il carcere minorile venga abolito, perché a suo parere è un’istituzione che non ha nessun motivo di esistere. «Certo, dobbiamo occuparci dei ragazzi che commettono reati, ma non mettendoli dietro le sbarre. Tra cinquant’anni vedremo tutto questo come una barbarie e ci chiederemo com’è possibile che un tempo rinchiudessimo ragazzini di 14 anni in cella».