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Rancore: «Durante il lockdown ho visto gli alieni»

Nel singolo ‘Razza aliena’ il rapper racconta le conseguenze del virus. «Chiuso in un armadio coi miei mostri, sono stato costretto a fare quello che mi terrorizzava: riavvicinarmi a me stesso e ricominciare a scrivere»

Tarek Iurcich ovvero Rancore

Foto: Serena Clessi

Nel febbraio 2020, la parabola ascendente di Rancore sembrava inarrestabile. Dopo una partecipazione a Sanremo 2019 in compagnia di Daniele Silvestri e dopo un lungo tour in sua compagnia, si era ripresentato in gara come solista con Eden, vincendo peraltro il premio per il miglior testo. Era una prima volta assoluta per un rapper italiano, e la speranza era che aprisse la strada a molte altre belle sorprese sia per lui che per l’intera scena hip hop, che per suo tramite si vedeva finalmente riconoscere ufficialmente un valore letterario grazie al plauso della critica.

Come tutti i suoi colleghi, però, nell’ultimo periodo si è trovato a fare i conti con un oste molto esigente: il Covid-19, che ha stroncato sul nascere le speranze di artisti e ascoltatori. Per fortuna, nel suo caso non si è trattato di un inconveniente catastrofico: «Nell’immediato non avevo un tour o l’uscita di un album in programma, perciò il lockdown non mi ha cambiato i piani più di quel tanto, rispetto a tanti altri», racconta al telefono dalla sua Roma. Quello che ha fatto è stato approfittare della solitudine e dello stop forzato per una full immersion creativa, che descrive con una metafora scherzosa ma non troppo, come se fosse stato posseduto da una forza extraterrestre nel comporre le sue ultime strofe. «A passare la quarantena da solo, dopo un po’ cominci per forza di cose a vedere gli alieni!», racconta ridendo. Proprio loro avrebbero dettato parola per parola il suo ultimo singolo, Razza aliena, che esce proprio oggi e racconta un momento surreale nella vita di ognuno di noi.

Come te la sei vissuta?
Io vivo già abitualmente in una solitudine quasi totale: non esco mai, non faccio un cazzo, una vita di merda! (Ride) Insomma, per me le cose non sono cambiate più di tanto. In effetti, però, in quest’ultimo anno e mezzo ero sempre impegnato, e non ero mai a casa: stavo palesemente scappando da qualcosa, o forse stavo cercando qualcosa, chissà. Quando è scattata la quarantena e mi sono ritrovato chiuso in casa insieme ai miei mostri e ai miei alieni, sono stato costretto a fare ciò che avevo evitato negli ultimi due anni: scrivere. Mi terrorizzava l’idea di riavvicinarmi a me stesso, ma ho dovuto.

E com’è andata?
Negli ultimi due mesi gli alieni hanno scritto tantissimo, erano belli fomentati. Così ho aperto l’armadio, ho attaccato il microfono e ho iniziato a registrare, cosa che non facevo da tanto tempo. Forse è stato perché abbiamo vissuto un momento davvero alieno, nel vero senso del termine: nessuno, nella nostra generazione, si era mai confrontato con qualcosa di così sconosciuto ed estraneo. La parola stessa è spesso fraintesa: “alieno” è la definizione di tutto ciò che già esiste dietro l’angolo, o almeno lo è fino a quando non trovi il coraggio di girarlo. Dentro di noi ci sono tante cose che non conosciamo, e scoprirle a volte può essere doloroso. In più, c’è il fatto che lo straniero e il diverso sono concetti che sono stati molto strumentalizzati per mettere paura alla gente, nell’Italia degli ultimi anni. La canzone parla anche di questo, anche con un po’ di autoironia.

Da questa situazione usciremo migliori o più alienati?
Beh, sicuramente ha acceso dentro di noi la voglia di stare vicini e di accoglierci: abbiamo riscoperto questa sensazione all’improvviso. Tutti noi avremmo voluto stringere forte qualcuno, nell’ultimo periodo, in un abbraccio che finora davamo quasi per scontato. Forse tutto ciò in futuro potrà trasformarsi in un sentimento più importante e positivo, nato dalla condivisione di questo momento.

Nel brano sveli qualcosa sul tuo misterioso processo creativo: oltre a confessare che sei impossessato da un’entità extraterrestre quando lavori a una strofa, riveli che scrivi su carta, “come negli anni ’80”.
Lo faccio perché se scrivi a mano nessuna lettera sarà mai uguale a un’altra. Nelle curve della tua calligrafia si nascondono equazioni complesse e variabili: è un intreccio di materia e spirito. Siccome di solito lavoro a due o tre pezzi contemporaneamente, casa mia è piena di quaderni aperti disseminati qua e là, ciascuno con un testo diverso, in modo da non confondermi. A volte, se mi viene l’ispirazione quando sono in giro, strappo un foglio da qualche parte e poi lo infilo nel rispettivo quaderno. Un vero casino (ride). Sono molto disordinato, ma conservo tutto quello che ho scritto da quando avevo 13 anni in poi, compresi i taccuini di quando andavo a scuola, che ho dovuto tenere perché di fianco alle lezioni appuntavo anche un sacco di testi e strofe. Spesso, quando li riapro, trovo delle rime che non ricordavo, e magari le uso come punto di partenza per le cose nuove.

Razza aliena mostra un punto di vista più intimo e personale rispetto a tante altre canzoni ispirate dalla quarantena: anziché trasmettere un messaggio di incoraggiamento collettivo in stile “andrà tutto bene”, ti concentri sulla tua esperienza personale.
Di quest’ultimo mese ho voluto fare un racconto composto da tre capitoli. Il primo l’ho scritto insieme a Rodrigo D’Erasmo, Joan as a Police Woman, Venerus e tantissimi altri artisti. Si chiama Lost in the Desert ed è basato sulla condivisione: volevamo accendere i riflettori sulle problematiche del nostro settore, soprattutto su quelli che stanno vivendo le maestranze che di solito lavorano ai concerti. Il secondo, anch’esso collettivo, è un viaggio nel tempo: io e Daniele Silvestri abbiamo rispolverato due nostre canzoni del passato, la sua Il mio nemico e la mia Invisibile (realizzata insieme a dj Myke, nda) per lanciare un messaggio ancora attuale, pubblicando Il mio nemico invisibile. L’ultimo è Razza aliena, che effettivamente è un punto di vista più personale e autoironico ed esplora il lato psicologico della questione.

A proposito, com’è stato lavorare con Daniele Silvestri al rifacimento di un pezzo come Il mio nemico, con cui tutti i tuoi coetanei sono cresciuti?
Tutto ciò che ho fatto con Daniele è stato molto emozionante: sentire le nostre voci nello stesso pezzo è sempre pazzesco, perché la sua è una di quelle che ci accompagna da sempre. Fin dalla prima volta che l’ho sentito nel 2002, ho sempre trovato Il mio nemico un pezzo fortissimo, che conteneva in sé i primi elementi di tante cose che poi sarebbero diventate parte del mio background e del linguaggio della musica di oggi: un accenno di rap, un beat in quattro quarti, un video animato…

Rancore. Foto: Serena Clessi

Tornando a Lost in the Desert, ti sei fatto un’idea di come si potrebbe aiutare l’industria della musica dal vivo, e soprattutto i suoi lavoratori più fragili?
Noi artisti abbiamo la possibilità di scrivere, creare e pubblicare canzoni, tenendo vivo sia il lato economico che lo spirito del nostro lavoro. Ma chi lavora dietro le quinte, se un concerto non si fa più, passa dall’avere un impiego a non avere più nulla: anche per questo i proventi della canzone vengono devoluti a questa categoria. Sull’argomento ci sono tante opinioni e punti di vista diversi ora come ora, forse anche perché nessuno ha idea di cosa succederà nel prossimo futuro. Nell’immediato, la soluzione giusta potrebbe essere trovare delle alternative: fare concerti con un pubblico più ristretto e tutte le misure di sicurezza necessarie, o addirittura senza pubblico, trasmettendoli in streaming o tramite altri canali. Ci vorrà molta pazienza e molta voglia di collaborare, però prima o poi anche la musica dal vivo ritornerà. L’augurio è che qualcuno, giustamente, a un certo punto ricominci a suonare dal vivo, prendendosi dei rischi per far girare la macchina. Difficilmente mi immagino che si tratterà di me o di altri rapper, però, visto che l’hip hop non prevede certo un pubblico seduto e composto: per la nostra situazione sono un po’ preoccupato. Spero solo che l’emergenza sanitaria si risolva presto.

E dire che la tua musica è particolarmente adatta a fare da colonna sonora a questo momento storico: Zerocalcare, per esempio, ha usato Ipocondria, la canzone di Giancane del 2018 a cui hai collaborato anche tu, come sigla della serie Rebibbia Quarantine, diventata virale nelle ultime settimane…
Tutto ciò che fa Zerocalcare è talmente figo che non può che ricevere grandissima attenzione. La cosa che fa sorridere è che Ipocondria, anche se è stata scritta in tempi non sospetti, sembra perfetta per il periodo che stiamo vivendo: il titolo, il testo, il fatto che la mia strofa si apra con un colpo di tosse… E oltretutto nel 2018 il video era uscito il 4 maggio, la data che nel 2020 ha segnato l’inizio della fase 2. Ovviamente nessuno di noi tre può essere contento di questa popolarità improvvisa che ci arriva di riflesso: dipende da circostanze talmente assurde e tragiche che ne avremmo fatto volentieri a meno. Però è bello che l’arte e l’intrattenimento possano regalare un po’ di leggerezza a delle giornate particolarmente pesanti.

Gli alieni hanno in serbo altri singoli per te, nel futuro prossimo?
Per quanto riguarda maggio 2020, credo di avere già dato: il racconto di questo periodo si chiude con l’uscita di Razza aliena. Posso confermarti, però, che in questo periodo gli alieni hanno davvero scritto una marea di roba, e che i quaderni disseminati ovunque a casa mia cominciano a diventare fin troppi: mi piacerebbe cominciare a chiuderne qualcuno e a uscire. Per ora non posso farlo, però, perciò me ne resterò qui con loro e continuerò a scrivere ancora per un po’.

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