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Ramy Essam: «Manifestate quando il vostro governo vende armi ad Al-Sisi»

Incontro con il cantore della rivoluzione di piazza Tahrir che vive in esilio e verrà premiato al Tenco 2020. È stato torturato, chi collabora con lui è perseguitato. «Parlate dell’Egitto, fateci sentire meno soli»

Ramy Essam

Foto press

Ramy Essam è stato il cantore della rivoluzione di piazza Tahrir, di cui a breve sarà il decimo anniversario. La sua Irhal, ossia Vattene, dedicata a Hosni Mubarak è stata la colonna sonora di quelle settimane. Le speranze di quei giorni si sono trasformate però negli incubi di oggi: il regime del generale Al-Sisi, al potere dal 2014, censura, reprime, incarcera, ammazza. Basti pensare ai casi di Giulio Regeni e di Patrick Zaki. Ramy Essam vive in esilio da oltre sei anni tra Finlandia e Svezia. Da lì continua a scrivere canzoni, a criticare il regime, a lottare.

Nel suo Paese è censurato, chi collabora con lui è perseguitato e incarcerato, come il poeta Galal El-Behairy e il giovanissimo regista Shady Habash. Galal è stato condannato a tre anni di prigione per aver scritto un libro di poesie e per essere l’autore del testo di Balaha, canzone interpretata da Ramy Essam e uscita a inizio 2018 che critica duramente il regime. Shady è stato l’autore del videoclip ed è morto lo scorso 1° maggio per negligenza medica dopo oltre due anni di carcere. Ramy Essam ha messo in musica la sua ultima lettera, Prison Doesn’t Kill / The Last Letter of Shady Habash, scritta dalla prigione di Tora, al Cairo.

Incontriamo Ramy Essam a Roma dove è stato insignito con il premio Grup Yorum nell’ambito del Tenco 2020. Il Club Tenco di Sanremo ha deciso di istituire da quest’anno un premio per chi lotta con le proprie canzoni per la libertà e contro le dittature in tutto il mondo. Il premio è dedicato alla band turca Grup Yorum, tre dei cui membri sono morti questa primavera dopo lunghissimi scioperi della fame, la loro ultima arma per protestare contro la censura, l’imprigionamento e la repressione impostigli dal regime di Erdogan. Nelle prossime settimane andrà in onda su Rai 3 uno speciale dedicato al Tenco 2020 dove ovviamente ci sarà anche Essam. Non perdetevelo.

Come ti sei avvicinato alla musica?
A 17 anni ho iniziato a suonare la chitarra. Da ragazzo pensavo solo a giocare a calcio nella mia città, Mansura. All’inizio facevo canzoni pop, niente di serio. A 20 anni ho conosciuto il poeta Amgad El Qahwagy. È stato lui, insieme a mio fratello Shady, a introdurmi nel mondo della poesia politica e a parlarmi della corruzione del regime di Mubarak e della necessità di un cambiamento. In quel periodo ho iniziato ad ascoltare Rage Against The Machine, Nirvana, Limp Bizkit… il rock mi ha ispirato molto.

Le canzoni più politiche sono arrivate dunque con la rivoluzione del 2011?
In realtà, già nei tre anni precedenti. Le suonavo per gli amici, non avevo ancora pubblicato nulla. Sono stati anni in cui ho cominciato ad aprire gli occhi per capire quello che stava succedendo. Nel 2010 sono andato a vivere al Cairo. Ricordo che il capodanno di quell’anno suonai in un teatro davanti a 300 persone. Fu il mio primo vero concerto. Non potevo immaginare che solo un mese dopo sarei stato davanti a migliaia di persone cantando a piazza Tahrir. Da quando mi sono unito al movimento con la mia chitarra, ogni giorno scrivevo canzoni su quello che stava succedendo. Canzoni che nascevano direttamente dalle persone, da quello che stavamo vivendo.

Che cosa ti hanno lasciato quei giorni?
Se parliamo di musica, mi sentivo così forte… Tutti ci sentivamo forti. Come artista è stato incredibile esibirsi davanti a centinaia di migliaia di persone che cantavano le tue canzoni. È stata l’esperienza più importante della mia vita. Ricordo ancora il primo febbraio del 2011 quando sono salito sul palco di piazza Tahrir per cantare Irhal. È il grande ricordo che ho della rivoluzione. Nessuno mi conosceva, il suono era pessimo, ma davanti a me avevo persone di tutti i tipi, che venivano da tutto l’Egitto, di classi sociali differenti, una marea di gente, tutta nella stesso luogo e allo stesso tempo che lottava insieme. È stato qualcosa di incredibile! Vedere i sorrisi e la speranza negli occhi delle persone… Molti si toglievano le scarpe e le tiravano in aria per dire a Mubarak che se ne andasse. Sono stato davvero fortunato a vivere quei momenti.

Quando si è saputo delle dimissioni di Mubarak, eri sul palco di piazza Tahrir…
Stavo cantando Irhal, “fuck you, Mubarak!”, “fuck the system!”. Poi abbiamo sentito il comunicato del governo. Siamo tutti impazziti di gioia. Si gridava, si saltava, ci si abbracciava. Era la vittoria della rivoluzione. Tutti mi chiedevano di cantare, ma io mi domandavo che cosa avrei potuto cantare in quel momento. Non aveva senso Irhal visto che Mubarak se n’era andato. Volevo trasformarla in qualcosa di attuale. Così mi sono seduto sulle scale del palco ed è nata El-Gash Wel Omar, che significa L’asino e la mula. Ma mi continuavano a chiedere Irhal e ovviamente l’ho cantata.

Hai avuto in quei momenti la percezione di quello che sarebbe successo dopo?
In mezzo a tutta quella gente che festeggiava, un mio amico attivista, Alaa Abd El Fattah, in carcere ormai da cinque anni, stava piangendo. Gridava alla gente che non avevamo ottenuto ancora nulla. Che non avevamo vinto niente. In quel momento non lo capivo, anch’io ero felice come tutti gli altri. «Se la gente abbandona la piazza siamo fottuti», mi disse. E aveva ragione: uno dei grandi errori della rivoluzione è stato quello di non continuare. Avevamo il potere, ma abbiamo abbandonato le piazze. Il giorno dopo molte persone vennero a pulire per mostrare che la nostra era una rivoluzione civilizzata. E poi se ne tornarono a casa. È stato in quel momento che ho capito che dovevamo continuare.

Da musicista ti sei praticamente convertito in attivista. È così?
Sì. Due settimane dopo abbiamo tentato di occupare di nuovo piazza Tahrir, ma vennero solo alcune migliaia di persone. Occupavamo solo il centro della piazza e non potevamo bloccare il traffico. Abbiamo resistito due settimane, poi ci hanno sgombrato e picchiato. Mi hanno arrestato e torturato per otto ore. Insulti, minacce, mi saltavano sulla testa, bastonate, frustate, scosse elettriche ai genitali… è stato molto duro. Ma ho capito anche molte cose. Sono felice e fortunato per essere riuscito a resistere psicologicamente. Altri non ce l’hanno fatta. Sono rimasto dieci giorni a letto senza potermi muovere. Poi sono ritornato di nuovo a piazza Tahrir. Da allora sono stati tre anni di montagne russe…

È stato allora che hai capito che dovevi lasciare l’Egitto?
Ho continuato a cantare contro la giunta militare, poi contro il governo dei Fratelli Musulmani, poi contro Al-Sisi. Il mio ultimo vero concerto l’ho fatto in strada già con Al-Sisi al potere. Poi hanno iniziato a proibire qualunque attività. Chi metteva la mia musica nelle radio era licenziato. La gente smise di chiamarmi, inclusi amici che organizzavano festival. A maggio del 2014 mi hanno arrestato un’altra volta. I militari mi minacciavano continuamente, con telefonate, messaggi sui social… non mi lasciavano fare nulla: mi hanno bloccato in aeroporto tre volte, quando stavo andando a dei concerti in Tunisia e Inghilterra. Ho capito che dovevo andarmene. Ci sono riuscito nell’agosto del 2014.

Chi ti ha aiutato quando sei arrivato in Scandinavia?
Ole Reitov. Nel 1999 ha fondato Freemuse, un’organizzazione internazionale che difende la libertà artistica in tutto il mondo. Era venuto in Egitto in primavera ed era molto preoccupato per quello che mi poteva succedere. In Svezia esiste un progetto che si chiama ICORN (International Cities Of Refuge Network) e la città di Malmö si è interessata al mio caso. Mi hanno aiutato molto. Il progetto di accoglienza svedese cominciava però solo in autunno: per potermi far partire prima dall’Egitto, un’organizzazione finlandese, Artists at Risk, mi invitò per una residenza artistica a Helsinki di qualche settimana.

Come ti sentivi in questa prima fase lontano dal tuo Paese?
Non è stato facile: lontano da casa, dai tuoi contatti, dalla tua gente, poco a poco scompari. Solo poche persone sono rimaste davvero in contatto con me. Per di più, mano a mano che pubblicavo canzoni critiche con il regime, la gente in Egitto smetteva di farsi sentire per non avere problemi. I due primi anni mi sono sentito molto solo. Anche perché le uniche cose che mi domandavano erano sulla rivoluzione e sulla politica. Non interessava la mia musica. E senza una band e cantando in arabo è stata dura. Pero alla fine ce l’ho fatta, anche grazie alla mia attuale manager, Valerie Denn. L’ho conosciuta a Kansas City. Mi venne a parlare dopo il mio concerto, mi disse che voleva lavorare con me. È diventata un’amica.

È cambiata la tua musica dopo aver lasciato l’Egitto?
Non direi. Certo, più leggo e più capisco, più il messaggio della mia musica è potente. E tecnicamente sono migliorato molto. La mia carriera è stata molto strana: mi sono trovato di colpo al top quando ero molto giovane, poi ho messo tutto in pausa perché fino al 2014 mi sono dedicato all’attivismo. Dal 2015 ho iniziato di nuovo a lavorare davvero per crescere come musicista. È vero che quando sei un esiliato hai molti svantaggi, ma ho avuto anche la fortuna di suonare con musicisti fantastici. Non avrei avuto mai queste possibilità in Egitto.

Come ad esempio collaborare con PJ Harvey. Com’è sei entrato in contatto con lei?
Avevo una lista di artisti con i quali mi sarebbe piaciuto collaborare. Nessuno ha risposto alla mail che gli aveva mandato il mio management. Tranne PJ Harvey. Mi disse che la mia musica come street artist aveva ispirato il suo precedente disco. Qualche mese dopo ha suonato in Svezia, mi ha invitato al suo concerto e abbiamo chiacchierato quasi due ore prima di salire sul palco. «Hai fatto qualcosa che io non ho mai fatto e che non sarei mai capare di fare. Voglio conoscere la tua storia», mi ha detto. È una persona stupenda. Mi ha proposto di incidere una canzone insieme, The Camp, per raccogliere fondi per i campi di rifugiati della valle della Beqāʿ, in Libano. Sono andato in Inghilterra e abbiamo lavorato due giorni interi. Il risultato è quel fantastico videoclip che trovate online, con le immagini delle registrazioni in studio e le fotografie scattate da un altro uomo straordinario, Giles Duley, un fotografo di guerra che ha perso due gambe e una mano per il suo lavoro.

Una delle persone con cui hai collaborato di più in tutti questi anni è il poeta egiziano Galal El-Behairy che è incarcerato da quasi tre anni.
Con Galal ci siamo conosciuti durante la rivoluzione e siamo diventati amici. È l’autore dei testi di molte mie canzoni come Segn Bel Alwan (Prison in Color), che denuncia le condizioni delle donne in carcere, e Balaha che è una delle ragioni per cui è stato condannato. Condannato a tre anni per aver scritto un libro di poesie! Nel XXI secolo! Galal è un grande poeta. Non è possibile spiegare quanto sia terribile rimanere tanto tempo in prigioni come quelle egiziane. L’unica cosa che mi lascia un po’ di speranza è che Galal continua a scrivere. Hanno tentato di zittirlo rinchiudendolo in prigione, è molto importante che continui a scrivere. Una delle mie ultime canzoni, El Amis El Karoo (The Flannel Shirt), l’ha scritta lui. È un canto alla libertà.

Questo brano anticipa il tuo nuovo disco che uscirà nel 2021. Dopo A Letter to the UN Security Council, uscito nel 2017, come sarà The Flannel Shirt?
È il disco in cui ammetto che vivo in esilio. Fino all’anno scorso lo negavo, non volevo accettarlo. La mia idea, fino a un paio d’anni fa, era di tornare presto in Egitto. Tutti mi dicevano che era stupido e rischioso, ma non me ne fregava nulla. Però, dopo la cancellazione del mio passaporto e tutto quello che è successo con Balaha, ho iniziato a capire che ero un esiliato. Tutte le canzoni di The Flannel Shirt le ho scritte negli ultimi due anni e parlano del sentimento di vivere lontano da casa, di quanto mi manca la mia gente.

Lo scorso 11 dicembre è uscito il videoclip di Ya Habayebna (Oh You Loved Ones), un altro brano che sarà parte del tuo nuovo disco. È un omaggio al cantante Sheikh Imam e al poeta Ahmed Fouad Negm. Perché hai deciso di incidere la loro canzone?
Ya Habayebna è una delle canzoni che più ho ascoltato nei miei anni in esilio. Mi ha aiutato molto. Descrive i sentimenti delle persone che sono separate da chi amano, come essere in carcere o in esilio, per esempio. Il messaggio è universale. Imam e Fouad Negm sono due grandi artisti, la loro influenza è enorme. È anche grazie a loro, alla loro poesia, alla loro musica, che la rivoluzione del 2011 è stata possibile. Sheikh Imam è legato a tutti i movimenti nati dagli anni ’60 agli anni ’90. Era da tempo che volevo cantare qualcosa di suo: ho sentito che ora era il momento. E so che non sarà l’ultimo.

La tua musica si può ascoltare in Egitto?
Nelle radio è impossibile. Se mandi in onda una canzone di Ramy Essam, sei fottuto. Però la mia musica si muove sui social, su piattaforme come Soundcloud, Spotify o Anghami. Il problema è che la gente le ascolta, ma ha paura a condividerle. Quello che vuole il regime è impaurire le persone, non farle entrare in contatto con gli artisti in nessun modo, evitare che condividano la loro musica. Dopo Balaha ho riflettuto molto: in questo disco non ci sono canzoni molto radicali, dure, come negli anni scorsi. Sono tutte canzoni politiche, ma nessuna è di provocazione. La mia speranza è che in questo modo la gente possa condividerle.

In altri Paesi arabi c’è censura nei tuoi confronti?
Se metti la mia musica in Kuwait, in Bahrein, negli Emirati o in Arabia Saudita nel migliore dei casi ti licenziano. Sono governi alleati di Al-Sisi. Dopo il caso di Balaha, il mio avvocato mi ha sconsigliato di viaggiare in questi Paesi.

Vuoi ancora tornare in Egitto?
Sì, ma sarebbe come comprare un biglietto per il carcere. Non ho paura: la paura l’ho persa durante la rivoluzione. E sarei ingenuo se pensassi che non mi succederebbe nulla facendo quello che faccio. Ho scelto di fare questo e sono cosciente dei rischi. Ma prima di Balaha avevo ancora una certa speranza. Il regime di Al-Sisi è totalmente imprevedibile: non ci sono regole chiare alle quale attenersi per sapere quello che ti può succedere. Ora però c’è un mandato di arresto nei miei confronti. Voglio tornare a casa per vedere la mia famiglia e il mio popolo, e per poter fare qualcosa, ma non avrebbe senso. Perché possa tornare, dev’esserci qualche cambiamento. Per ora continuerò a fare quello che sto facendo da qui.

Hai speranze che qualcosa cambi davvero?
Tutte le notizie che mi arrivano dall’Egitto sono pessime. Il regime è riuscito a zittire tutti usando la paura e la repressione. Non credo che una parte del movimento ora abbia la forza di portare in strada la gente. Ma la storia è come una ruota: prima o poi, il mio popolo si ribellerà di nuovo.

Dove sono ora tutte le persone che erano con te in piazza Tahrir?
Alcuni sono stati ammazzati, altri sono in carcere, molti sono in esilio, come me. Tanti, però, sono ancora in Egitto. Alcuni sono attivi in organizzazioni in difesa dei diritti umani, altri sono rinchiusi in casa perché hanno paura o hanno perso la speranza. Hanno dato molto, non li si può criticare per questo. Ognuno fa quel che può. Io ho deciso di lottare tutta la mia vita, però è un problema mio. Nessuno pensava che nel 2011 scoppiasse una rivoluzione contro Mubarak. Ed è successo. Perché non può succedere di nuovo ora o tra dieci anni?

Cosa possiamo fare noi da qui?
Parlare di quel che succede in Egitto. Non hai idea di quanto possa essere importante per chi è in carcere sapere che stanno parlando di lui. Se sono artisti, ascoltate e condividete la loro musica. Se sono poeti, leggete le loro poesie. Fate che la loro voce e i loro versi rimangano vivi. Se il vostro governo vende armi a una dittatura, come nel caso dell’Egitto o della Turchia, manifestate nelle piazze. Dieci anni fa tutti parlavano della nostra rivoluzione, ma in realtà non ne avevamo bisogno. Da quando ci stanno arrestando, picchiando e ammazzando, nessuno parla di noi. Non interessa a nessuno perché non siamo più trending topic. Parlate dell’Egitto, fateci sentire che non siamo soli!

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