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Raffaella Carrà: «Ho pagato per la mia libertà»

Il disco di Natale, la carriera che ha rivoluzionato il modo di intendere la figura femminile, il dolore per "Forte Forte Forte", i successi discografici e il nuovo programma tv. Abbiamo intervistato Raffaella Carrà

Raffaella Carrà: Foto di Iwan Palombi_

Quando mi sono trovato davanti a Raffaella Carrà, la prima cosa che ho pensato è di essere di fronte a un mito e, contemporaneamente, a una persona che ho sempre conosciuto. Una figura talmente scolpita nella mente che, a vederla seduta su un divano mentre aspetta l’intervista, fa il suo effetto. La seconda cosa che ho pensato è tirasse fuori qualche parante dall’Argentina o dal Paraguay. Ma quelli sono i retaggi degli anni ’90, di Carràmba!< Che sorpresa e Carràmba! Che fortuna, dei Carràmba boys e dell’indimenticabile motivetto “Sabato sera è Carràmba e hai vinto tu/ E-O E-O la fortuna”.

Basta la sua risata iconica per portarmi alla realtà. La Carrà è una donna di ferro, rispettatissima da tutti i suoi collaboratori. Segno di una personalità autorevole e che sa farsi amare. Del resto senza il suo inconfondibile carisma, non sarebbe arrivata da nessuna parte. Invece, armata dell’inconfondibile caschetto biondo, ha conquistato il mondo. Nel vero senso della parola. Ha cambiato il modo di intendere la donna in tv, lanciato hit che si ballano ancora oggi, condotto programmi che hanno sbancato l’auditel come Pronto? Raffaella. Un’artista completa che ha sempre puntato a tirare fuori novità dal cilindro. Ed ecco Ogni volta che è Natale, il Christmas album in cui ricanta i classici delle Feste. Un disco che, effettivamente, mancava nel ventaglio delle sue esperienze. E che andrebbe preso già solo per La Marimorena, pezzo della tradizione spagnola che non vi farà rimpiangere Fiesta! e Que dolor. Dopo aver parlato con il suo assistente per gli ultimi accorgimenti, si gira verso di me e mi dice che è pronta. Si parte.

Lei è un personaggio di rottura. Con le sue canzoni ha inneggiato alla libertà sessuale. Mai avuto problemi?
Mi successe qualcosa con il Tuca Tuca che danzai con Enzo Paolo Turchi. Dopo averlo fatto in televisione una volta sola, a Canzonissima, nel 1971, entrò in classifica subito. Mi dissero che ero al quinto posto e, quel giorno, la lessero fino al quarto. Poi, quando il brano salì al quarto posto, la lessero fino al terzo. Quando è arrivato al primo o al secondo posto non hanno proprio fatto la classifica. (ride, ndr)

Cosa le è dispiaciuto di più?
Che non abbiano capito l’ironia con la quale gioco con i doppi sensi. Ho avuto tantissime canzoni che seguono sempre quel filo leggero. Boncompagni, Bracardi e Ormi erano i miei tre autori al tempo.

Tre nomi così, insomma…
Eh, ma quella è la mia fortuna grande. Tutto da soli non si può fare. Bisogna avere il gruppo che lavora per te, che ti vuole bene e ama il fatto che tu abbia successo.

Ma quando ascoltava i brani ne capiva subito il potenziale?
Quello che non ho riconosciuto è stato, ad esempio, A far l’amore comincia tu. Appena l’ho ascoltato ho detto: «Bracardi, ancora un’altra sambina? Ma non se ne può più!». Io avevo Forte Forte Forte, un pezzo scritto da Malgioglio, che era tutta una roba di amore passionale e mi piaceva tantissimo. In realtà, quello che ha venduto in tutto il mondo, è stata proprio la sambina, quindi non è che ci piglio tanto eh!

Be’ ma qualche hit l’avrà pure riconosciuta!
Rumore, subito. Fiesta, immediatamente.


Oh Fiesta!, che figata!
Pensi che c’era Ormi che suonava la ritmica, una tromba e poco più. Forse una chitarra, un basso, un qualcosa, basta. Mi ricordo che andai in studio e dissi: «Dai fammi una rumba che vado in Spagna e mi piace cantar la rumba», con rischio e pericolo mio eh!

In che senso?
Gli spagnoli non sono sciovinisti come i francesi, ma quando entri nel loro mondo devi entrarci in punta di piedi. Volevo far loro un omaggio e ho fatto questa Fiesta! che è stata una cosa bellissima.

Invece, se me lo consente, Rumore l’ho sempre trovato un pezzo punk.
Bellissimo! È vero! Shel Shapiro aveva registrato la base in una notte in cui erano tutti un po’ ubriachi, mi hanno raccontato. Alfredo Cerruti, che stava alla CGD, mi manda questo pezzo e mi fa: «Senti, Raffaella, ascolta questo brano e dimmi se ti piace». L’hanno messo su, era cantato da dei cori.

Cosa ha pensato appena l’ha ascoltato?
Non è che mi piace, di più, di più, di più! Na na na na na na (canticchia, ndr) Lo voglio subito, subito!

E poi?
Sono andata a Milano a incidere con Shapiro e lui mi fa: «Lo devi cantare in questa tonalità, perché eravamo ubriachi e abbiamo suonato solo così». Gli ho spiegato che non ci arrivavo, aveva due toni più alti della mia voce, ma lui mi ha risposto: «Ci arriverai». Mi ha fatto lavorare tre giorni, la gola era distrutta, ma siccome mi piace tantissimo questo pezzo, sono riuscita a cantarlo tutto.

Be’ è una canzone pazzesca.
E non invecchia mai, l’hanno fatta in mille versioni, ma il vecchio Rumore, con quell’inizio…se lo sentissi mi metterei qui a ballare che la gente penserebbe: «Ma Raffaella è matta?»

Ma guardi che io mi metterei a ballare con lei eh!
Ahahahahaha! (ride, ndr) Rumore è Rumore.

Facciamoci di nuovo seri. Lei sa che ha cambiato il costume delle italiane?
Se ho cambiato il costume non lo so. Sicuramente ho cambiato il modo di ballare in televisione. Da quando nel 1970 ho fatto Io, Agata e tu, dove ho chiesto tre minuti per esibirmi a modo mio, con la testa, i capelli, la libertà del corpo, cantare non solo con le corde vocali, ma con tutto il corpo. Quello è stato uno stile che poi è andato avanti per molti anni.

Non pensa che, da un certo punto di vista, il suo personaggio sia stato importante tanto quanto il movimento femminista? Voglio dire, non credo che tutte le casalinghe o le signore di provincia scendessero in piazza. Lei ha cambiato la cultura entrando nelle case. Non se n’è mai resa conto?
Non credo di aver fatto tanto. Dal ’68, la liberazione sessuale e della figura della donna le ho sentite molto dentro di me. Ho visto il musical Hair circa otto volte, visto che ero a Parigi a fare un film, e ho capito di aver trovato la chiave per spiegare quello che sentivo: il senso della libertà.

E come si è tradotto?
Col poter dire dei “No” e col combattere per ottenere quello che si vuole. L’unica cosa che mi è dispiaciuta del ’68 è il disgregamento generale della famiglia. Non ho mai appoggiato quella strada perché alla famiglia, secondo me, un po’ di rigore servirebbe. I genitori di quell’epoca, che avevano tra i 18 e i 20 anni, l’hanno lasciato andare, era tutto troppo free.

Perché è importante il rigore?
Perché quando si guadagna la propria libertà, se si è cresciuti con un’educazione rigorosa, è ancora più bello, perché si esplode proprio. Questo appiattimento, questo avere figli nella comune, tutti insieme, non mi piaceva.

Ma si sente di avere, in qualche modo, liberato le donne o no?
Non lo so, certamente credo di aver regalato loro tutta l’energia e la positività che ho dentro. Di quello sono certa. Sono così perché secondo me la vita te la devi giocare tu. E se si ha un’educazione seria alle spalle, ce la si gioca in maniera diversa rispetto a chi è impreparato.

Come donna ha pagato un prezzo per la sua libertà?
Assolutamente sì. Ero donna e i dirigenti che hanno creduto in me, anche se mi hanno fatto fare quello che volevo, me lo hanno fatto fare perché Io, Agata e tu non era un programma importantissimo. Ma sono state quattro puntate che hanno rappresentato la chiave di volta della mia vita. Anche se non era di punta, quella trasmissione ha avuto una fortissima reazione dalla gente. Mia madre stessa mi diceva: «Ma eri te, ieri sera, che ballavi in quel modo?»

Sua mamma è stata contenta delle sue scelte?
Non era proprio “pro”. Lei voleva la casa, l’architetto, il marito dottore, quelle robe là.

E lei?
Io no. Si nasce anche con un impulso diverso.

Ok, ma torniamo a Io, Agata e tu.
Da quel momento lì mi hanno premiato improvvisamente. C’era un concorso di Tv Sorrisi e Canzoni e Daniele Piombi mi diede un riconoscimento per il maggior numero di voti ricevuti.

Ma lei aveva capito che stava succedendo?
Avevo capito che c’era stata una curva. E regalare energia, quando ce l’hai, è sempre qualche cosa di positivo.

Lei ha ricevuto il riconoscimento di Dama al Orden del Mérito Civil. Ma ha detto che, in Italia, è un milite ignoto.
Quella era una battuta, con tutto il rispetto per il milite ignoto, per carità!

Ma davvero non l’hanno mai premiata le istituzioni italiane?
Un giornalista del Corriere della Sera mi ha fatto questa domanda tre volte. Gli ho risposto: «Guardi, non è che ho la casa tappezzata di riconoscimenti!»

Mah, inspiegabile!
Eh, lo so, ma evidentemente li danno a qualcun altro che se li merita e, di me, si sono dimenticati. Ma ho anche detto che il pubblico mi ricorda: pur mancando da quattro anni, per un motivo o per l’altro in tv ci sono sempre.

Ma quindi che onorificenze ha?
La prima me l’hanno data in Spagna perché, durante Pronto, Raffaella?, ho fatto una grande promozione per visitare questo Paese. Abbiamo cose che sono diverse, ma nessuno che è andato in Spagna è tornato deluso. Anzi, tutti tornano meravigliati dalla bellezza. Prima, invece, era considerata una cosa minore. Quest’anno, invece, mi hanno premiato per il lavoro. Questa cosa mi ha fatto un piacere enorme. Le assicuro che non ho mosso nulla per avere questa onorificenza e, anzi, sono rimasta stupita.

Davvero non se lo aspettava?
Pensi che al nuovo ambasciatore ho detto: «Ma lo sa che ne ho già una? Non è che vi siete sbagliati?» (ride, ndr)

Sa che Fabio Canino sta facendo una petizione per farle avere un’onorificenza?
No, la prego, questo no. Non mi va di essere raccomandata, non lo sono stata mai nella vita. Io ringrazio Fabio, gli voglio molto, molto, molto bene, però non si fanno le petizioni. Che poi, tutto questo casino, è successo perché il premio me lo hanno dato a Roma. Perché se me lo davano a Madrid, non lo avrebbe saputo nessuno, mi tenevo i miei due riconoscimenti e basta.

Perché, a suo avviso, ogni volta che esce con qualcosa crea sempre un gran clamore?
Credo perché non mi si vede spessissimo. Mi chiamano la “signora del No”, perché dico “no” a tutto quanto.

Però a qualcosa ha detto “sì”.
A questo disco perché mi è venuta l’illuminazione e mi sono detta: «Vabbè, rischio!». A livello della mia carriera, comunque, ogni cosa che faccio non è solo ricevuta bene, c’è l’altra parte della medaglia, con critiche da tutte le parti. Quindi, perché fare un programma solo per guadagnare altri denari? Ma che me ne frega a me. Io sono veramente nata libera, ma rischio quando penso di poter dare qualcosa che sia leggermente diverso. Mi può andare bene, mi può andare male, ma sento l’impulso che mi spinge a farlo, ma non per avere successo. Perché io non so, ad esempio, se questo disco avrà successo, ma è fatto sicuramente molto bene.


Cosa vede in tv?
Devo dire la verità, I dieci comandamenti di Domenico Iannacone è un programma pazzesco che ho scoperto una sera, per caso. A parte i talk show politici, dove ci sono tanti conduttori bravi come Giovanni Floris o Bianca Berlinguer. I dieci comandamenti è difficile che faccia ascolti pazzeschi, perché non è intrattenimento, ma davanti a questa trasmissione e a questo giornalista io mi inchino. Mi ha toccato il cuore perché è semplice, ma arriva come una specie di tornado che fa pensare a tutto quello che realmente c’è in giro. Inoltre ammiro Massimo Gramellini che, con Le parole del Sabato, riesce a emozionare sia l’ospite che noi che lo guardiamo.

Cos’altro vede?
Vedo anche show come Ballando con le stelle, che sono tutti ben confezionati, carini, fatti bene, divertenti.

Guardandosi indietro, televisivamente parlando, qual è stata la sua fortuna?
Io ho avuto una fortuna grande, aprire canali diversi: Canzonissima condotta due edizioni, l’unica volta che è successo nella storia. Poi ho fatto un Fantastico, ma non lo volevo fare.

Perché?
Pensavo che la gente si annoiasse a vedermi sempre in televisione. Perché io credo che, una donna, non debba stare lì tante volte, quante ci sta un uomo. Baudo è convinto che io mi sbagli, che per fare la televisione si debba stare lì, ma io l’impiegata non la faccio. Voglio la libertà di viaggiare, fare, andare e imparare. Perché quando si viaggia si impara non solo per la televisione, ma proprio per la vita, per le persone che si incontrano. E ogni tanto rimane nelle orecchie qualcosa di importante.

Tornando al suo cambiare il modo di fare tv, cos’altro mi dice?
Quando è arrivato Pronto, Raffaella? che dal nulla ha fatto dieci milioni di spettatori al giorno, lei capisce che, anche se non me l’aspettavo, è arrivata una bomba!

E poi?
Sono andata via e mi sono messa a fare musica, perché in una parte del mondo mi conoscono come cantante. Ha capito? La cantante Raffaella Carrà! (ride, ndr).

Alla fine è tornata però?
Sono tornata e, con Carràmba che sorpresa, abbiamo tirato fuori un pezzo da 90.

E di Forte Forte Forte che mi dice?
Che dolore, che dolore. C’è bisogno di avere dei nuovi talenti, ma la Rai non ci ha creduto e ha fatto malissimo. Pensi che tra l’altro, a livello di ascolti, sui format e sui talent, è il numero uno. Me lo hanno detto poco tempo fa.

Perché ce lo aveva tanto a cuore?
Perché il mio sogno, oggi, con l’esperienza che ho, è regalare a qualcun altro la spinta per andare avanti. Dentro a Forte Forte Forte, questi ragazzi, proprio come succedeva ai Carràmba boys, avevano un coach di recitazione, un insegnante di dizione, scuola di canto e scuola di ballo. Non è che bisogna diventare Roberto Bolle, ma quando si sale su un palco, non bisogna rimanere lì come un cretino.

Effettivamente per i Carràmba boys c’era il programma 123 che dava loro la possibilità di esibirsi.
Erano diventati bravissimi.

Ma loro che fine hanno fatto?
Guardi, io non ho mai voluto avere a che fare con le loro esibizioni esterne, ma molti di loro lo sa cosa facevano?

Cosa?
Andavano a firmare gli autografi nelle discoteche, guadagnavano abbastanza soldi.

E lei?
Io ho detto loro che non volevo essere il manager e che da loro non volevo guadagnare un centesimo. Ma consigliavo di mettersi insieme e formare un gruppo. Dicevo: «Ci sono i Take That, ma perché non lo fate anche voi?».

E i concorrenti di Forte Forte Forte li ha sentiti?
La Zero so che va a Sanremo. Ci ha provato anche Marco Martinelli.

Il ragazzo che conduceva il programma Memex – La scienza in gioco?
Esatto, ma lui è di una cultura! Prende le lauree per accontentare suo padre, perché così gli lascia fare lo spettacolo. (ride, ndr) E quella è libertà vera! Mi rompi le scatole perché devo diventare biologo? Ok, io studio e lo faccio, però poi se voglio anda’ a canta’ lasciami anda’ a canta’! (ride, ndr)

A proposito di Sanremo, lo rifarebbe?
No, non è pasta mia. L’hanno fatto benissimo Fazio, Conti e Claudio (Baglioni, ndr).

Cosa mi dice del suo ritorno in tv? A marzo la danno alla conduzione del programma di Rai3 La mia casa è la tua.
Mi creda, è solo un progetto che è al di là, ancora, dal diventare vero. Quando sarà vero, ne riparleremo. Adesso sta là.

Ma perché ritiene micidiali espressioni come “La regina della tv”?
Per carità, è peggio che dirmi cretina. La regina mi sta proprio qua. Oddio, ho fatto delle foto sul trono adesso, ma è una poltrona e bisogna saperne leggere l’ironia. Pensi che devo andare da Conti, allo Zecchino d’Oro, a cantare l’inedito. Ho detto alla sua autrice numero uno: «Mi raccomando che non mi chiami regina della tv, perché giro i tacchi e me ne vado». Non farei così, però andrei lì e gli fare uno shampoo proprio.

Nessuna delle sue colleghe, sebbene alcune abbiano cercato di emularla, sono riuscite a ottenere quello che ha ottenuto lei.
Le mie colleghe di oggi avrebbero bisogno di dirigenti che le seguissero più a fondo, perché loro non è che non abbiano le capacità o la voglia, ma non ci sono più programmi come facevo io dove canti, balli e presenti. Perciò, perché ti devi preparare, fare sacrifici, se non esiste l’obiettivo finale? Hanno ragione loro: meglio specializzarsi come conduttrice di talk-show dove esistono più spazi e più possibilità.

Della sua vita privata si sa molto poco.
È roba mia. Gianni Morandi fa vedere che mangia la marmellata? Io non ce le ho neanche tutte quelle cose.

Effettivamente sui social ha molti follower, ma non è molto attiva.
Ogni tanto saluto chi mi segue, ma molti miei colleghi, anche in Spagna, si sono tolti. Perché se tu leggi che ti dicono «Vai a morire», a me non piace, preferisco non saperlo. Non è codardia, ma uno gli dovrebbe dire: «Cosa ti ho fatto di male, visto che vuoi che muoia?». È un male che ci si fa e non ha senso.

Voltiamo pagina. Non posso non chiederle del suo essere un’icona gay!
Li adoro perché per me sono creature fantastiche. Non ho fatto nulla per essere un’icona gay. L’hanno scorso sono andata a Madrid, al World Pride. E sa perché?

Perché?
Siccome era mondiale, mi sono detta: «Vado lì, così copro tutti quanti i Paesi e non ci penso più».

La ama proprio la comunità lgbtq+.
Sono miei fratelli da abbracciare, perché hanno grande gusto, qualche volta sono un po’ strafottenti, ma hanno dentro una tenerezza! Ma possibile che non la vedano gli altri? Una mamma che ha un figlio gay non capisce che ha bisogno di più amore di un etero? Io questo amore ce l’ho, ma non lo so perché, me lo sento dentro. Forse perché credo molto nel guardare dentro le persone. Anche se c’è leggerezza, il sentimento che ho dentro è quello che comanda.

Bello.
Non servono le parole a volte, basta uno sguardo, un atteggiamento.

Ma si è mai chiesta perché è un’icona gay?
Loro mi dicono perché sono l’immagine della libertà. Magari!

Torniamo alla tv. Non le hanno mai proposto show con le sue grandi hit?
Sì, ma ho detto sempre di…no (ride, ndr)

Ma perché?
Non lo so, come non mi va di scrivere la biografia, non ho la spinta. Vivo di intuizioni, vivo di curiosità, vivo così. Non è la priorità lo spettacolo per me. Capito? Quindi se mi dessero un’idea o mi venisse un’idea forte…e poi a me andare in sala prove 24 ore al giorno non mi va eh! Mi dispiace, ma oggi preferisco vivere una vita più serena.

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